sabato 2 dicembre 2017

Persona e politica nella memoria di Pietro Ingrao


Pubblico qui di seguito il mio intervento al seminario organizzato dal CRS sul libro di Pietro Ingrao, tenutosi il 30 Novembre 2017.

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Memoria fu l’ultimo scritto politico di Ingrao, forse uno dei più importanti. Non solo perché affronta di petto la sconfitta storica, ma perché il tentativo non riesce, e il testo del 1998 rimane chiuso in un cassetto per vent'anni. Oggi viene pubblicato per i tipi Ediesse a cura dell'Archivio Ingrao.


Il fascino dell'inedito

C’è un fascino dell’inedito, che è sempre un testo ambiguo e aperto. Ambiguo tra la passione del dire e l’impossibilità di dirla. Aperto all'interpretazione dei posteri, offrendo l'interiorità che ha rifiutato l'esteriorità. Mi piace immaginare la dolce ironia del nostro maestro che spesso diceva la sua aggiungendo: “ecco, io sono arrivato fin qui, ora ditemi voi.”
L’inedito è un incitamento alla nostra libera interpretazione, ci autorizza a forzare, a scegliere, a completare la lettura di queste pagine. Se ne può dare anche un’interpretazione minimalista, come fossero appunti preparatori del libro pubblicato nel 2006: Volevo la lunaA mio avviso, invece, Memoria è un’opera autonoma e molto diversa per lo stile e per il contenuto.

Il testo inedito è più corto, ma più lungo è il tempo della trattazione, fino alla Svolta dell’89, mentre il libro del 2006, con quasi il doppio delle pagine, finisce con la morte di Moro. Una storia più ampia in un racconto più breve favorisce uno stile più compatto, un "dettato asciutto e filante", come lo definisce Alberto Olivetti nella postfazione. È una scrittura politica di alto livello letterario, una delle opere più belle di Ingrao.

Per il contenuto, in Volevo la luna la narrazione prevale sulla politica - è la critica che gli fece Magri - mentre in Memoria il racconto illumina come un lampo l'analisi storico-politica. “La vera immagine del passato passa di sfuggita”, diceva Walter Benjamin. Qui Pietro si sottrae alla tradizione comunista della storia lineare, che a suo dire perde sempre la complessità del reale. E utilizza un tempo storico benjaminiano per “impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo”, proprio come il gesto, raccontato tante volte, di spostare i libri di poesia dalla scrivania quando incombeva la guerra: quel fatto nuovo che “strattona e getta le nostre vite nella grande Storia". La memoria si divincola dalle concettualizzazioni storicistiche e diventa Rammemorazione, cioè appassionata ricerca intorno alla domanda fondamentale sulle speranze e sulle sconfitte del comunismo.

Questa domanda è l'invariante del suo discorso pubblico - ritorna perfino nelle ultime parole pronunciate nella sua ultima presenza televisiva da Fazio - e nell'inedito si presenta nel brano forse più intenso e insieme più controverso. In nessun altro testo si trova una riflessione così ardua e difficile sul No alla Svolta dell'89. Scrive Ingrao: "Mi rifiutai ostinatamente di riconoscere la sconfitta storica e di sancirla. Rimasi aggrappato al nome e al simbolo. Non me ne dolgo. È difficile sradicare la domanda centrale che ha stretto una vita. In fondo ognuno di noi è una domanda" (p. 174).

Si deve sfatare lo stereotipo del personaggio amletico; semmai viene fuori la sua ostinazione, perfino la cocciutaggine, nel rimanere fermo sui fondamenti, come le pietre del paesaggio natio. Seguendo un'intuizione di Maria Luisa Boccia postulo una differenza tra Domanda e Dubbio.
La domanda è sempre la stessa perché rammemora la dimensione storico-esistenziale. Si potrebbe usare anche la parola questione, o anche quistione con l'arcaismo di moda nel Pci, ma sarebbe più appropriata la parola filosofica tedesca, la Frage, anzi la Grundfrage, la domanda fondamentale.
Il dubbio, invece, appartiene alla pratica, riguarda il che fare, come indovinò Camilleri nella lectio in suo onore. Pietro spiega che quello fu il suo metodo di sopravvivenza per non rimanere soffocato dalla rigidità comunista, rappresentata qui dalla tetragona figura di Arturo Colombi, col quale pure si rammarica di non essere riuscito a parlare veramente (p. 122).


venerdì 10 novembre 2017

Per riaprire le porte di ricerca e università


In Senato si è avviato l'esame della legge di Bilancio per il 2018. Dalla Commissione Cultura arrivano buone notizie, vedremo se saranno confermate nel seguito della discussione. Nella seduta di mercoledì scorso è stato approvato un parere che migliora in diversi punti gli articoli relativi a università ed Enti di ricerca. In particolare sono state recepite alcune mie proposte, che ora saranno sottoposte alla Commissione Bilancio sotto forma di emendamenti.


1. Raddoppio delle assunzioni di giovani ricercatori.

Lo stanziamento per 1600 posti di giovani ricercatori, previsto all'articolo 56, è forse il provvedimento più positivo dell'intera manovra economica. È un'inversione di tendenza e proprio per questo dovrebbe diventare più intensa. La mia proposta consiste nel vincolare lo stanziamento statale a un cofinanziamento di pari entità degli atenei e degli Enti di ricerca nell'ambito delle risorse già disponibili nei rispettivi bilanci. Si rimuoverebbe così l'incredibile ostruzionismo dei presidenti degli Enti che finora non hanno utilizzato i margini di assunzione entro la soglia di 80% delle entrate, pur autorizzata dal Parlamento lo scorso anno. Anche molti atenei sarebbero indotti ad assumere con i punti organico che non hanno ancora utilizzato, a volte per inaccettabili accordi accademici. Con il cofinanziamento si potrebbero quasi raddoppiare le assunzioni, fino a circa tremila posti per giovani ricercatori. Questa proposta approvata dalla Commissione è stata tradotta in apposito emendamento (1) a mia firma.

Il numero dei nuovi ricercatori può essere ulteriormente raddoppiato, fino a circa seimila, stornando a favore del piano assunzionale altri 75 milioni da prelevare dal fondo non ancora speso per i così detti "superdipartimenti". Esso rimarrebbe comunque attestato a circa 200 milioni che si aggiungono a 1,7 miliardi della quota di FFO destinata nel 2018 al merito, per complessivi quasi due miliardi, certo non poca cosa per la voce premiale. Senza tornare qui sulle critiche a questo approccio che ho espresso in altre sedi.
Inoltre, credo sia molto probabile un ulteriore stanziamento per migliaia di ricercatori, sulla base di impegni presi dalla ministra Madia con i sindacati, per incentivare le stabilizzazioni dei precari degli Enti in base alle norme già approvate lo scorso anno. Se anche questa voce fosse sostenuta dal cofinanziamento si potrebbe arrivare a un programma di assunzioni e di stabilizzazioni di circa diecimila posti. Sarebbe un grande risultato, si darebbe fiducia ai giovani e all'intero sistema della ricerca.


martedì 24 ottobre 2017

Il senso del pudore


Pubblico il mio intervento in discussione generale in Senato sulla legge elettorale.

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Signor Presidente,
il disegno di legge elettorale mi scaraventa in un paradosso. Da un lato condivido tutto e dall'altro non condivido niente. 
Siamo alla fine della legislatura e c'è in aula una proposta per superare il Consultellun, che è la soluzione peggiore non solo per le sue gravi anomalie ma per la definitiva delegittimazione del Parlamento. Se lo scenario fosse solo questo non potrei che votare a favore.
Ma non riesco a non domandarmi: come siamo arrivati fin qui? E soprattutto con quali forzature istituzionali? E quali inganni contengono queste norme?

La legislatura si chiude come si era aperta, con strappi inusitati allo stile repubblicano. La legge elettorale andava approvata subito dopo la sentenza della Corte sul Porcellum, concludendo nel 2014 la legislatura per restituire la parola agli elettori. Invece, in contrasto con il buon senso prima che con le buone regole, si affidò l'arduo compito di riscrivere la Costituzione a un Parlamento eletto con legge incostituzionale. È stato l'inizio di tutti gli errori successivi e ne portano la responsabilità in tanti, sia chi comanda adesso nei partiti sia chi allora ne era a capo.

Oggi non si può accettare il voto di fiducia sulla legge elettorale. Non si invochi il caso della legge truffa, perché allora il presidente del Senato respinse la richiesta del voto di fiducia e poi si dimise dalla carica. Era un vecchio liberale come se ne trovano pochi oggi in Italia. L'altro precedente è l'Italicum, che meritava solo l'oblio, almeno per un senso di pudore.

Sono caduti tutti i freni inibitori: anche la mozione parlamentare contro la Banca d'Italia conferma che perfino i propositi più sconvenienti possono essere messi ai voti. Ormai si può fare tutto, se è funzionale a uno scopo. Il ceto politico, in gran parte, non è più capace di darsi liberamente dei limiti, di fermarsi prima di apparire sguaiato, di evitare ciò che è inopportuno anche se non è vietato. Le pulsioni politiche perdono ogni riguardo, svestendosi delle forme istituzionali. Se manca il senso del pudore, si rischia di perdere anche il dovere della responsabilità. Il limite della politica è l'essenza di ogni Costituzione.


venerdì 22 settembre 2017

Dal troppo al niente della mediazione politica


Perché i leader vogliono il Parlamento dei nominati? Al di là delle motivazioni contingenti, è la conseguenza di fenomeni strutturali della politica postmoderna. Cerco di analizzarli in questo saggio, di cui offro qui una breve introduzione, combinando riflessioni teoriche ed esperienze parlamentari. E alla fine propongo anche alcune soluzioni per restituire dignità al Parlamento, a cominciare da una legge elettorale basata sui piccoli collegi. 
Il saggio è pubblicato sulla rivista online Costituzionalismo.it e scaturisce da un seminario sul tema della mediazione politica, che si è tenuto a giugno all'università La Sapienza.
Il saggio completo lo trovate in PDF a questo indirizzo.

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Quando ho letto il titolo del nostro seminario, "Mediazione politica e compromesso parlamentare", sono stato travolto dai ricordi giovanili. Allora facevamo una robusta opposizione, che non si limitava a Twitter, ma spostava interessi e costringeva gli avversari a prendere contromisure. "Noi" e "loro" sapevamo di dover rendere conto a gruppi sociali ben definiti. "Noi" e "loro" eravamo divisi dalle visioni del mondo, ma avevamo sempre l'esigenza di condurre il conflitto a un risultato concreto. Ricordo di aver stretto la mano ad avversari di controversa condotta morale, ma ero sicuro che avrebbero mantenuto l'impegno preso a qualsiasi costo. Oggi non esistono più quelle divisioni ideologiche, ma non sarei tranquillo nello stringere un accordo con un avversario, e neppure con alcuni del mio stesso partito.
Sono un anziano parlamentare e ho visto il declino della mediazione nello stile, nelle politiche e nelle relazioni istituzionali. Il conflitto allora era volto al riconoscimento reciproco, oggi è mirato all'annientamento dell'avversario. Quando e perché è accaduto il ribaltamento? Propongo di superare la periodizzazione tra prima e seconda Repubblica. L'età della mediazione finisce con l'unità nazionale degli anni settanta. In quel passaggio si intrecciano l'esaurimento dei partiti, l'inadeguatezza del modello economico del dopoguerra e l'incrinarsi della coesione sociale e civile. Il trentennio successivo è stato un dimenarsi in quelle stesse crisi, senza la capacità di risolverle. A causa di tali congiunzioni negative la parola mediazione si è guadagnata una dannatio memoriae. Dopo, ci sono state solo forti contrapposizioni: favorevoli e contrari al craxismo, poi al berlusconismo e infine al renzismo. 
Mino Martinazzoli riassumeva la transizione affermando: "dal troppo della politica al niente della politica". Parafrasando, possiamo dire: "dal troppo della mediazione al niente della mediazione".
Continua a leggere.

giovedì 27 luglio 2017

La rete e il castello, parte III - Porte chiuse all'ateneo


Qui di seguito il terzo e ultimo appuntamento della serie La Rete e il Castello, il mio saggio sullo stato attuale della ricerca e università in Italia. Potete recuperare anche la prima e la seconda puntata
Abbiamo approvato in Senato il decreto sulle regole di finanziamento dell'università con riferimento al criterio del costo standard. L'argomento presenta una certa complessità matematica che ho cercato di spiegare in un testo inevitabilmente difficile. Una sintesi semplificata si può leggere nel testo del mio intervento nell'aula del Senato a pagina 41 di questo documento PDF. Rispetto a quel testo, è stato successivamente eliminato con il voto di fiducia l'emendamento 12.27.


Negli ultimi mesi molti atenei hanno istituito il numero chiuso in diversi corsi di studio. Si chiudono le porte dell'università nonostante il basso numero di immatricolati. Si scoraggiano i giovani al proseguimento degli studi in un paese che ha la metà dei laureati rispetto alla media europea. È una politica contro l'interesse nazionale, ma nessuno l'ha dichiarata e nessuno si assume la responsabilità degli effetti. È solo la conseguenza di algoritmi apparentemente neutrali e incomprensibili ai cittadini. Se ne sono serviti i governi degli ultimi dieci anni per attuare la più pesante recessione nella storia del sistema universitario italiano, una sorta di triplice arretramento di circa -20, -20, -20 per cento di docenti, di fondi e di studenti. Nessun altro comparto della pubblica amministrazione ha subito un salasso di questa portata. E nessun altro paese europeo ha risposto alla crisi indebolendo le strutture dell'alta formazione e della ricerca.

Dal 2014 a oggi il numero chiuso è stato aiutato anche dall'applicazione dell'algoritmo del costo standard nella ripartizione dei finanziamenti. Esso infatti contiene palesi errori nel metodo di calcolo e determina effetti dannosi e iniqui nel sistema universitario. La Corte Costituzionale però ha annullato i decreti con i quali i governi passati si erano impossessati illegittimamente della competenza e ha restituito la parola al Parlamento. In questi giorni abbiamo potuto discutere le norme sul costo standard inserite dal governo nell'articolo 12 del decreto legge n. 91/2017 dedicato un tema diverso come il Mezzogiorno, senza la coerenza di argomento che sarebbe prescritta dalle regole costituzionali.

In base alla sentenza della Corte il governo ha inserito nel decreto una sorta di sanatoria sulla ripartizione dei fondi dal 2014 a oggi. Voleva altresì prolungare negli anni successivi l'applicazione del suo algoritmo, ma la ritrovata potestà legislativa del Parlamento ha consentito di correggere almeno gli errori più gravi del metodo matematico. Provo a renderli comprensibili, spero senza perdere il rigore dell'analisi. Spesso la complessità di questi algoritmi rimane oscura ai più e impedisce la limpida discussione sui contenuti delle politiche pubbliche.

giovedì 15 giugno 2017

Una manovra economica senza regole


Non ho votato la fiducia sul decreto economico quest'oggi in Senato, perché trovo che violi alcuni elementari principi istituzionali. Si può apprezzare o meno la nuova legge sui voucher, ma è inaccettabile l'inganno che ha sottratto alla Corte di Cassazione la valutazione delle nuove norme prima della cancellazione del referendum. Non era mai accaduto prima nella storia repubblicana.

È inaccettabile che il ministro Franceschini si faccia approvare una legge retroattiva per coprire l'errore giuridico che ha commesso riguardo ai direttori dei musei, anche se sono condivisibili le nomine internazionali. 
È inaccettabile lo stravolgimento delle regole urbanistiche per consentire ai costruttori degli stadi di ottenere le varianti riducendo i controlli dei Consigli comunali e dei cittadini, come se si volesse fare un favore alla sindaca Raggi. 
È inaccettabile che si riscrivano le regole fondamentali del trasporto pubblico locale senza dare la possibilità alla Commissione Trasporti del Senato di esprimere il parere. 
È inaccettabile che in un provvedimento di rigore della spesa pubblica appaiano contributi ad personam, ad esempio per il teatro Eliseo, senza neppure ricorrere a bandi pubblici. 
È inaccettabile che con il voto di fiducia si costringa il Senato ad approvare in una settimana un provvedimento calderone di circa trecento pagine, contenenti misure spesso estranee alla politica economica e prive dei requisiti di necessità e urgenza, in evidente contrasto con la Costituzione. 
È inaccettabile che tutto ciò sia imposto con la fiducia senza neppure consentire ai senatori del Pd una discussione all'interno del Gruppo. Eppure il Senato non è stato cancellato nel referendum del 4 dicembre.


domenica 11 giugno 2017

Prospettive del trasporto pubblico romano


Il mio articolo per il Corriere della Sera di oggi, 11 Giugno.

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Il referendum promosso dal partito radicale sul trasporto pubblico consente ai cittadini di decidere sul problema più importante di Roma. Il monopolio Atac è ormai insostenibile per le finanze comunali ed è causa di malessere quotidiano della città. Il ricorso alle gare europee è l'unico strumento che può abbassare i costi e quindi aumentare le percorrenze degli autobus e la qualità del servizio.

Come spesso accade nel nostro Paese, la discussione si è divisa tra favorevoli o contrari per motivi ideologici. È invece dirimente il modo: l'esito può essere molto positivo se le gare sviluppano l'interesse pubblico, così come molto negativo se si creasse un monopolio privato. È la differenza tra la liberalizzazione e la privatizzazione.

La liberalizzazione richiede la separazione tra le funzioni di regolazione - la rete, gli standard, le tariffe e gli impianti - e le funzioni di produzione - la guida dei mezzi e la manutenzione. Le prime costituiscono il valore sociale del servizio e devono rimanere sotto il controllo pubblico; le seconde invece sono attività industriali da migliorare mediante la concorrenza tra privati. Gli operatori che vincono i lotti delle gare, gradualmente uno per ogni deposito, devono fornire i servizi in base a costi, quantità e qualità definiti nei contratti, pena severe sanzioni da parte del Comune fino a eventuali rescissioni. I contratti garantiscono inoltre il posto di lavoro degli autisti e degli operai, ma non dei dirigenti; per ricostruire il principio di organizzazione oggi smarrito in Atac è necessario rinnovare il management.