sabato 5 maggio 2018

Il futuro della mobilità urbana


Pubblico oggi il mio contributo al libro Green Mobility - Come cambiare la città e la vita, curato da Andrea Poggio per Legambiente. Si tratta di una raccolta di esperienze e progetti che rendono credibile un nuovo scenario per la mobilità urbana nei prossimi anni.

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Ai giovani assessori mi sento di dire: Siate ottimisti, perché in futuro sarà più facile governare la mobilità urbana. Gli assessori del secolo scorso erano invece pessimisti, fiaccati dalla resistenza dell'uso proprietario dell'automobile. È stato il mito che ha plasmato l'immaginario collettivo, il paesaggio urbano, la produzione industriale. I giovani guardano ormai con ironia all'ossessione dei genitori per lo status symbol delle quattro ruote.

La convergenza tra i nuovi stili di vita e le tecnologie della condivisione rende possibile aggregare la domanda, cioè mettere in relazione in tempo reale le persone che si muovono nella medesima direzione. Era un problema un tempo irrisolvibile, che costringeva a irrigidire l’offerta pubblica nelle forme estreme: la modalità esclusivamente individuale del taxi oppure le linee predefinite del trasporto collettivo. L’ampia fascia intermedia veniva lasciata all’automobile privata, mentre oggi offre grandi potenzialità di crescita per forme di trasporto in condivisione. I nuovi servizi possono raggiungere quote di spostamenti fino a due cifre, prossime a quelle del trasporto pubblico e insieme superiori a quelle dell’automobile privata.

Per il salto di scala servono nuovi imprenditori che gestiscano sistemi di mobilità piuttosto che singoli segmenti di trasporto, che coinvolgano gli utenti attraverso tecnologie collaborative e marketing sociale. C'è chi ha cercato di sfruttare l’innovazione per coartare i diritti del lavoro, sotto forma di prestazioni occasionali e non tutelate, ma non è una scelta obbligata dalla tecnologia, come si vuole far credere. Con i “lavoretti di ripiego” non si modificano i grandi numeri della mobilità; occorrono imprese capaci di rispettare i contratti e la qualità del lavoro.

Due esempi da seguire: il superamento del monopolio telefonico ha creato spazio per le imprese della telefonia mobile, e gli incentivi fiscali hanno promosso le filiere produttive delle energie rinnovabili. Nel nostro caso, purtroppo, il Parlamento ha perso dieci anni a legiferare sulla sciocca guerra tra i taxi e il noleggio. Occorre invece una ambiziosa politica nazionale che superi gli attuali monopoli per creare un moderno mercato della mobilità urbana, con regole semplici e obiettivi di benessere sociale e ambientale. Se c'è una strategia chiara, si troveranno poi le gradualità per aiutare gli attuali operatori pubblici a partecipare all’innovazione. I tassisti hanno una preziosa esperienza del servizio a domanda che può essere riconvertita nel trasporto in condivisione. Le aziende pubbliche possono ristrutturare le reti gestendo le linee deboli mediante servizi a domanda - con le attuali tariffe per garantire l'accessibilità anche nelle periferie più lontane - ottenendo cospicui risparmi da reinvestire nelle infrastrutture. Soprattutto, la politica nazionale deve sostenere le esperienze innovative delle città - car-sharing, bike-sharing, car-pooling, mobility manager - al fine di coltivare l'humus favorevole ai nuovi stili di vita e al superamento del mito automobilistico.

Nella transizione diventa possibile volgere in positivo anche i difetti del passato: la mattina sugli autobus mi capita di ascoltare discussioni tra gli utenti sulle linee da prendere, sulle frequenze e sulla regolarità, e perfino sulla gestione dei turni degli autisti. Nelle altre città europee i passeggeri leggono il giornale senza preoccuparsi dei turni; da noi, si devono ingegnare per resistere alle inefficienze. È maturata così una competenza sociale del trasporto. Forse ne avremmo fatto volentieri a meno, ma ci sarà utilissima nell'avvento della nuova mobilità urbana.



mercoledì 2 maggio 2018

PD, M5S e le intese impossibili


In previsione della riunione della direzione del PD di domani, pubblico qui il mio punto di vista sui possibili scenari di governo condiviso tra i due partiti. L'articolo è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano di Martedì 1 Maggio.

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Ha fatto bene Martina a proporre una trattativa con i 5Stelle impegnandosi a sottoporre i risultati al referendum tra gli elettori del Pd. In un sistema proporzionale nessun partito è collocato automaticamente all'opposizione. La Spd si era presentata agli elettori dicendo “mai più” al governo con la Merkel, ma dopo la sconfitta l'esigenza di dare un governo al Paese ha riaperto la trattativa. I cui risultati hanno ottenuto la maggioranza nel referendum tra gli iscritti socialdemocratici.

Una parte del PD, invece, vorrebbe stabilire una pregiudiziale assoluta contro i 5Stelle, pur non avendo mai fatto lo stesso verso Forza Italia. I dirigenti che oggi sollecitano la rivolta della base contro l'ipotesi di accordo con Di Maio sono gli stessi che non hanno mai sentito l'esigenza di ascoltare gli iscritti prima di stipulare con Berlusconi accordi di governo, patti del Nazareno e sostegni informali nelle votazioni critiche al Senato.


Perché tale diversità di trattamento? Il programma di governo dei 5Stelle non è più distante dal PD di quanto non lo sia quello della destra. L'affidabilità di Di Maio è un'incognita, ma è un fatto che tutti i leader della sinistra - D'Alema, Veltroni, Bersani e Renzi - abbiano provato a fare accordi con il Cavaliere rimanendo sempre con il cerino in mano. Infine, il berlusconismo non è stato solo un fenomeno politico: per un quarto di secolo il suo leader, dai vertici delle istituzioni, ha incoraggiato la gente a non rispettare le leggi, a far vincere l'egoismo contro il bene comune, a trattare le donne come una merce. Di questi veleni iniettati nel corpo sociale ancora si sentono le conseguenze.

All'inizio di questo decennio, però, il fenomeno ha perso la sua spinta sotto i colpi della crisi economica. Il PD ebbe la possibilità di batterlo in campo aperto, ma evitò la competizione elettorale per andarsi a impantanare nel governo Monti, creando le condizioni per il trionfo di Grillo. Il sistema politico è diventato tripolare perché il bipolarismo non ha fornito l'alternativa. Da quasi dieci anni siamo costretti alle larghe intese perché il PD non ha assolto il compito fondativo, cioè costruire l'alternativa al berlusconismo. Ciò non significa che il movimento 5Stelle sia una costola della sinistra; è piuttosto una forza di centro che esprime l'inedita radicalizzazione di questo luogo politico pur decisivo per l'equilibrio del sistema. I democratici e i pentastellati sono quindi molto diversi e tuttavia connessi: sono insieme la causa e l'effetto del fallimento del breve bipolarismo italiano.

Questo intreccio rende molto difficile ma anche suggestivo il confronto. In un certo senso, avrebbero bisogno l'uno dell'altro. Il nuovo corso dei 5Stelle, di responsabilità europea e di credibilità di governo, sarebbe corroborato dall'intesa col PD, il quale di rimando avrebbe l'occasione per ripensare le sue politiche migliori, domandandosi perché non abbiano ottenuto il consenso popolare.

Il reddito di inclusione si poteva approvare due anni prima - nella versione del governo Letta, senza dover ricominciare daccapo in nome dell'ossessione renziana per l’anno zero - e soprattutto sostenendo tutte le persone aventi diritto, utilizzando i soldi che sono stati sprecati per togliere l'Imu ai più ricchi. Il PD si sarebbe presentato alle elezioni con il risultato storico della lotta alla povertà, e avrebbe svuotato la propaganda 5Stelle che parlava di reddito di cittadinanza pur avendo scritto un disegno di legge più simile al reddito di inclusione.

Bene ha fatto Renzi a lottare in Europa per ampliare i margini di manovra del bilancio. Peccato che abbia poi speso decine di miliardi per incentivi alle imprese illudendosi che avrebbero creato lavoro stabile, ripetendo lo stesso errore del famoso cuneo fiscale di Prodi. I nuovi posti di lavoro, sempre più precari, sono venuti dalle politiche europee di Draghi. Invece di sprecare soldi per incentivi si potevano rilanciare gli investimenti nell'ambiente, nella scuola, nella ricerca scientifica, nella sanità, nei trasporti. Sarebbe aumentata molto di più l'occupazione e ne avrebbe avuto un grande beneficio la produttività del sistema paese.

lunedì 16 aprile 2018

La crisi dell'Atac, le scelte sbagliate e le soluzioni possibili


Quello che pubblico oggi è un lungo saggio sulla crisi dell'Atac, l'azienda dei traporti di Roma. L'ho scritto nel tentativo di approfondire le cause e i possibili rimedi di una crisi che dura da tanto, troppo tempo. Due sono i fattori da cui prende le mosse il testo. Il primo è che l'avvio della procedura fallimentare dell'azienda ha già mostrato quali siano i gravi rischi per i lavoratori e per i cittadini. Qui si propone una strada alternativa per mettere in sicurezza l'azienda e riformarla radicalmente. Il secondo fattore è l'indizione per il prossimo 3 giugno del referendum consultivo sul ricorso alla concorrenza, che aprirà un dibattito popolare e sarà certamente un bene per la politica del trasporto. Ci sarà però anche il rischio di una mera contrapposizione ideologica tra pubblico e privato, mentre è fondamentale entrare nel merito delle scelte per valutarne i vantaggi collettivi. Qui si propone una via contro la privatizzazione selvaggia e a favore di una liberalizzazione che migliori l'efficienza mediante le gare europee e mantenga saldamente in mano pubblica il servizio.

Nel tentativo di chiarire le diverse opzioni il testo si è dovuto misurare con il linguaggio tecnico, in un difficile equilibrio tra rigore analitico e immediata comprensibilità. Comunque, ho incluso un riassunto iniziale che indica gli argomenti fondamentali del saggio.


Potete leggere e scaricare il saggio La crisi dell'Atac, le scelte sbagliate e le soluzioni possibili a questo indirizzo.

mercoledì 11 aprile 2018

Vedere e pensare la città


Pubblico oggi la mia prefazione al libro del giovane amico Michele Grimaldi, La macchia urbana - la vittoria della disuguaglianza, la speranza dei commons

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Questo libro è da leggere, conservare e diffondere.

Da leggere come un romanzo di viaggio nelle città. Un viaggio nel tempo, dalle misteriose origini fino agli esiti contemporanei, e nello spazio globale, inseguendo le invarianti e le differenze nei diversi continenti.

Da conservare, poiché al lettore non mancherà l'occasione di riprenderlo in mano per approfondire un caso di città o uno dei tanti pensatori che l'autore chiama a testimoniare. Utile per chi voglia farsi un'idea della letteratura critica che sull'asse interpretativo di Lefebvre, Berman e Harvey ha saputo connettere i processi strutturali, le trasformazioni sociali e i codici dell'immaginario urbano.

Da diffondere perché, dietro il rigore dell'analisi, prorompe un pensiero militante desideroso di affiancare i movimenti popolari e di contribuire alla ripresa di una politica democratica della città. Per le tante battaglie comuni, non ci sarebbe bisogno di chiarire con Michele il significato che attribuisco alla parola "militante", ma forse è bene evitare fraintendimenti con il lettore. Non gli attribuisco significato ideologico né meramente attivistico; piuttosto lo trovo un urlare in faccia al conformismo del nostro tempo un orgoglioso "non mi avrai". Significa rimanere in piedi senza farsi travolgere dal vento delle ideologie dominanti e andare alla ricerca delle faglie che sprigionano le promesse mancate della democrazia.

Il libro è prima di tutto un appassionato esercizio di critica del fenomeno urbano. In queste pagine il fare teoria della città riscopre la radice originaria del theorein - etimologicamente il vedere la città - che però non è un'attività ingenua o passiva, quanto una lotta per squarciare i paraventi del mainstream, per conquistare uno sguardo sapiente sulle strutture del potere, e per lasciarsi incantare dalla molteplicità della vita urbana. Michele ci offre un rischiaramento della questione, un Aufklärung post-illuministico, non solo oltre il sonno della ragione, ma per un risveglio della vita cittadina.


sabato 7 aprile 2018

Che ne facciamo del PD?

Intervento all'assemblea promossa da Peppe Provenzano al centro congressi Cavour di Roma, il 7 aprile 2018, dal titolo Sinistra Anno Zero.

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Quando si perde bisogna riuscire a guardare con amicizia al Paese. Per capire i fenomeni profondi del terremoto elettorale. I nostri avversari hanno saputo utilizzarli a loro favore. Noi li abbiamo sentiti ostili e siamo stati sconfitti. Raniero La Valle si domanda se quei fenomeni possano ottenere un'inedita risposta di sinistra. Oggi bisogna leggere i novantenni per scorgere il futuro. Poco fa abbiamo ascoltato anche il lucido discorso di Emanuele Macaluso.

Nel voto si è fatto sentire un grido antioligarchico: la politica è di tutti. È ritenuto un populismo da chi comanda, ma è avvertito come un principio democratico da chi non ha né poteri né diritti, soprattutto i giovani in cerca di lavoro. Si è espressa una buona partecipazione elettorale e nel Mezzogiorno per la prima volta il voto si è liberato dall'oppressione dei notabili di destra e di sinistra.

È cambiata l'agenda di governo. Sono scomparsi i temi che hanno tenuto banco nei decenni passati: le riforme istituzionali, la retorica del "ce lo chiede l'Europa", l'eterna illusione di creare lavoro impoverendo i diritti. Sono emersi i problemi più sentiti dai ceti popolari: le povertà e i privilegi, i giovani che se ne vanno e i migranti che vengono, ciò che chiede e ciò che offre lo Stato.

È stata rifiutata la classe politica dell'ultimo decennio: Berlusconi e Monti, i cui elettori hanno votato per i 5Stelle, ma anche i nuovi dirigenti del PD e la vecchia generazione postcomunista. Non si può dire che mancassero le ragioni: è stato un decennio di stagnazione politica, che ha bruciato tante illusioni, senza preparare progetti credibili per l'avvenire.
Nuove domande, quindi, hanno mobilitato gli elettori: la politica di tutti, le riforme popolari, la credibilità della classe politica. Almeno in teoria, erano esigenze coerenti con il compito, starei per dire con l'ideologia, di un partito autenticamente democratico.

giovedì 25 gennaio 2018

In memoria di Tullio De Mauro. La lingua e le lingue nella Costituzione.



In memoria di Tullio De Mauro, a un anno dalla scomparsa, si è tenuto oggi in Senato un convegno di studio su "I diritti linguistici nella Costituzione". Di seguito potete leggere il mio intervento introduttivo, mentre a questo indirizzo trovate il video dell'intero evento.

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È passato un anno senza Tullio De Mauro. Quanto ci manca? Come ci manca? È sempre presente nel ricordo l'opera intellettuale, l'impegno civile e la generosa umanità. Il suo insegnamento consegna alla nostra responsabilità il cercare ancora nuove vie di pensiero e di azione.
Così, ci è sembrato appropriato ricordarlo in questo convegno che riprende punti essenziali della sua attività: la lingua, la Costituzione e la scuola qui rappresentata dagli studenti del liceo Augusto, che saluto e ringrazio per la presenza.

Nella prima sessione sono previsti tre contributi. In primis, abbiamo l'onore della prolusione del prof. Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e maestro della scienza dello Stato per diverse generazioni di studiosi, di amministratori e di cittadini.
Poi Giuseppe Bagni, presidente del CIDI, protagonista nell'autentica riforma, quella che viene dall'esperienza riflessiva di chi opera nel mondo della scuola. Infine, il contributo degli studenti visibile nella Rassegna dei progetti vincitori del Premio "A scuola di Costituzione".

Questa sessione ha un titolo apparentemente semplice ma denso di questioni: "La lingua e le lingue nella Costituzione". Nella congiunzione del singolare e del plurale si avverte la tensione tra la funzione e la natura della lingua: nell'uso assicura l'unità tra i parlanti, ma in sé alimenta l'infinita differenza degli idiomi nella storia e nella geografia. De Mauro ci ha insegnato a scrutare questo doppio movimento - l'aspirazione all'unità e il riconoscimento della molteplicità - che ritroviamo anche nella Costituzione, nella stessa forma ma con significato diverso. La legge fondamentale promuove l'eguaglianza nella società e garantisce la differenza nella libertà. La Carta è il discorso tra i cittadini e la Repubblica, è la lingua giuridica che consente a persone diverse di riconoscersi e di realizzare opere comuni. Nel titolo della nostra sessione, quindi, sono preziose proprio le parole più piccole e meno appariscenti: la e congiunge singolare e plurale della lingua, mentre la preposizione nella ci svela che tra lingua e Costituzione esiste un'intima relazione, il cui significato dipende in gran parte dal ruolo che in essa svolge la lingua.

sabato 30 dicembre 2017

I sentieri interrotti di Roma Capitale

Pubblico anche qui sul mio blog la postfazione che ho scritto per Roma Altrimenti. Le ragioni nuove dell'essere Capitale. Il libro è stato curato da Giovanni Caudo, che ha scritto anche la prima parte di ricognizione storica e di prospettiva futura della Capitale. Nella seconda parte i diversi aspetti della questione romana sono stati approfonditi da un gruppo di studiosi, sulla base di un lungo confronto seminariale. Ne consiglio vivamente la lettura, e vi lascio nel frattempo con la mia postfazione, leggibile qui in versione per il web oppure scaricabile come PDF per la lettura offline.