domenica 14 dicembre 2014

È possibile

Intervento all'assemblea La sinistra? Possibile promossa dall'area di Pippo Civati a Bologna, 13 Marzo 2015. 
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Nel vedervi così numerosi mi sono tornate in mente le passioni di un anno fa. Portammo nelle primarie il sogno di un Pd mai visto prima. Non siamo riusciti a realizzare il sogno. Ops, manca una parola in questa frase, suona meglio così: non siamo ancora riusciti a realizzarlo.

Il nostro pensare in positivo non è stato accolto. Il nostro temere il negativo ha avuto troppo successo. Per una minoranza è davvero un guaio avere ragione sul lato negativo, perché rischia di trovarsi peggio di prima. Infatti, mi ha stupito una frase di Renzi - “Se fallisco io viene la troika” – parole pesanti, forse rivolte proprio a noi, certo una drammatizzazione per ottenere altre deleghe in bianco. Tuttavia, non è di poco conto che il segretario abbandoni per un attimo il racconto mirabolante e metta in conto la sconfitta. Cambia l'allure del renzismo, finisce l’età del’innocenza, della freschezza e dell’ottimismo; si affaccia un atteggiamento più cupo, ultimativo e senza alternative; il gioco si fa quindi più duro nella vita interna e torna il linguaggio cameratesco della disciplina. Non dobbiamo farci incupire. E’ possibile non è solo il nome di un’associazione, di più è uno sguardo positivo sulla sorte del Pd e della sinistra italiana.

Quella frase - viene la troika – rivela che il leader si sente inseguito, come chi è alla guida ed essendo incalzato dall'automobile che viene dietro finisce per sbagliare strada svoltando a destra anche se non è necessario. È successo proprio così con la cancellazione dell’articolo 18 e lo scontro con i sindacati. È stata proprio la svolta sbagliata; da quel momento il governo ha cominciato a perdere consensi e ha interrotto la luna di miele con il Paese. Ma era proprio ciò che voleva la troika. Renzi così credeva di avere più forza in Europa e invece appena ha approvato il Jobs Act l'establishment ha cominciato a maltrattarlo. Ieri Juncker ha abbandonato il solito aplomb e ha usato parole beffarde vero il governo italiano. Sembrava volesse dire: bravo ragazzo hai quasi finito i compiti, fra un po’ non avremo più bisogno di te.

venerdì 12 dicembre 2014

Era meglio la legge Scelba: perché non va bene l'Italicum.

Intervento in Senato nella discussione sulla legge elettorale, 13 Marzo 2015.

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Signor Presidente, signori senatori,

l’Italicum è invecchiato prima di nascere. Si procede ad approvarlo per inerzia, con la solita sicumera, ma fuori dalla realtà del Paese, senza risolvere la crisi di fiducia tra politica e cittadini, anzi rischiando di aggravarla. 

La crisi è cominciata quasi dieci anni fa con il Porcellum che ha rotto il rapporto tra eletti ed elettori aprendo la via alla delegittimazione della Casta. Si sperava in una svolta per restituire lo scettro agli elettori e invece si prosegue con l'ancien régime. La legge Del Rio assegna al ceto politico l’elezione dei consiglieri della Provincia e della Città Metropolitana. Lo stesso metodo di elezione di secondo grado sarà applicato nella nomina dei senatori, secondo la proposta di legge Boschi. E per quando riguarda la gran parte dei deputati l’Italicum conferma il potere di nomina da parte dei capi-partito. Nella nuova versione si vuole mitigare l’effetto Porcellum aggiungendo una quota di eletti con le preferenze che riguarderebbe però solo i primi due partiti. Tutti i fenomeni corruttivi, da ultimo e più gravemente il caso romano, sono caratterizzati dalla furiosa lotta di preferenze tra correnti di partito. Dubito che sia utile reintrodurle proprio adesso nella legge elettorale nazionale.

Il secondo Italicum mette insieme i due meccanismi più screditati: le preferenze e i nominati. Di conseguenza il rapporto tra eletti ed elettori può solo peggiorare.

martedì 2 dicembre 2014

In ricordo di Silvano Andriani


Riporto di seguito il mio intervento odierno in Senato in ricordo di Silvano Andriani.

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Signor presidente, onorevoli senatori,

è venuto a mancare ieri Silvano Andriani, senatore della Repubblica nella IX e X legislatura, stimato esponente della sinistra italiana e valente studioso della politica economica. Ci uniamo alla commozione che il Presidente Repubblica ha voluto esprimere ieri con parole affettuose e piene di vividi ricordi. 
Poche ore fa a Tor Vergata lo hanno salutato gli amici, ancora sgomenti per la notizia inaspettata. Per sua volontà nulla si era saputo della malattia e nessuna parola è stata pronunciata nella camera ardente. Ha cercato anche nella morte quella sobrietà riflessiva che lo ha accompagnato nella vita. Inn privato come in pubblico è sempre riuscito a mettere in tensione creativa le differenze, tra la ritrosia e la socievolezza, tra la necessità e la bellezza, tra il rigore e l’invenzione, tra la coerenza di partito e quello spirito libertario che in gioventù aveva attinto alla sorgente di Lelio Basso.

Forse non avrebbe voluto neppure questa commemorazione; mi sembra quasi di sentire il suo rimprovero mentre parlo a voi, cari colleghi. Credo però che valga la pena, ancor di più in questi tempi difficili, di onorare la memoria di un uomo politico che ha servito il Paese con sapienza, lungimiranza e onestà.

Silvano Andriani ha rappresentato il Pci in questa aula del Senato, cercando sempre un confronto leale con le altri parti politiche. Da ricordare i suoi dibattiti in commissione bilancio con l’allora ministro Beniamino Andreatta - due persone così diverse tra loro per le matrici culturali e per i ruoli di maggioranza e opposizione, eppure così vicini per la medesima curiosità verso il cambiamento del Paese. Correvano gli anni ottanta, quel decennio di passaggio tra una ripresa del vitalismo produttivo e il conservatorismo dell’oligarchia finanziaria. Andriani sapeva cogliere i nessi tra politica industriale e dimensione finanziaria, non solo nell’attività parlamentare, ma soprattutto nell’attività di ricerca del Cespe, che sotto la sua direzione fece crescere una nuova generazione di economisti di sinistra.


mercoledì 26 novembre 2014

Considerazioni inattuali sul Parlamento


Intervento in Senato del 26 Novembre 2014, nel dibattito sulle mie dimissioni.

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Signor presidente, signori senatori,

in questo momento due sentimenti opposti cozzano nel mio animo: la ritrosia e l’ardimento. La ritrosia viene dalla preoccupazione di impegnare la vostra attenzione e il tempo prezioso dell’assemblea su una mera iniziativa personale. Me ne scuso con tutti voi. D’altro canto, ringrazio chi, pur non condividendo le mie posizioni, ha espresso - con una parola o una stretta di mano  -comprensione per il mio gesto. Fa molto piacere riceverla, sia dai senatori di altri gruppi sia dai cari colleghi del mio Partito democratico, nonché dai membri della direzione e dal segretario Matteo Renzi.

La questione sarà risolta con il vostro voto segreto e ne accetterò il risultato in ogni caso. È una forma di saggezza parlamentare che il singolo non sia più padrone delle sue dimissioni e quindi sia anche più libero di indugiare sulle sue motivazioni. Da qui scaturisce l’ardimento che mi consente di parlarvi senza vincoli, come se le dimissioni fossero già state accolte, e di proporvi alcune riflessioni come contributo alla vostra discussione futura.

Ho risolto il dilemma tra responsabilità politica e coerenza ideale coniugando voto di fiducia e dimissioni. E' un gesto molto personale, che non riguarda le regole di partito, bensì appella una garanzia istituzionale. Il presidente americano governa il mondo senza disporre della disciplina di partito dei suoi senatori. In quella limpida democrazia la concentrazione del potere trova un contrappeso nei parlamentari “senza vincolo di mandato”. Questa libertà e il dovere di rappresentare la nazione, i capisaldi scritti nel nostro articolo 67 svaniscono se si legifera in via ordinaria con il voto di fiducia. Su questo strumento, però, evitiamo il gioco delle parti di abusarne quando si è in maggioranza e di criticarlo quando si è minoranza. Sarebbe ipocrita abbandonarsi alle polemiche di parte senza vedere che i problemi di oggi sono il frutto di un ventennio sbagliato. Riformare ha sempre significato indebolire il Parlamento promettendo in cambio decisioni più rapide. 

Si può può trarre un bilancio di questa illusione? Abbiamo perso molto nella qualità della democrazia senza guadagnare nulla nell’efficienza di governo. Diminuiscono i voti degli elettori e aumentano i premi di maggioranza ai partiti. Si rischia il governo maggioritario in una democrazia minoritaria, come si è visto nel voto di domenica. La politica si indebolisce ma pretende di fare tutto da sola, trascurando le garanzie e i contrappesi, come si vede nella revisione costituzionale. Le garanzie diminuiscono anche per i lavoratori che possono essere licenziati con motivazioni false. Bastano quelle economiche a nascondere quelle discriminatorie. Davvero non riesco a convincermi che bisogna peggiorare la legge Monti-Fornero per creare sviluppo. Arretrano sempre insieme le garanzie istituzionali e quelle sociali.

Nel mondo d'oggi, non solo in Italia, le così dette riforme strutturali ripudiano la democrazia discutidora, come la chiamava il grande pensiero conservatore nell’epoca della Restaurazione. Il nostro presente è rivolto al passato senza averne neppure la consapevolezza. A furia di annunciare se stesso, il Nuovo è diventato vecchio senza produrre alcuna novità. L’ardimento, allora, mi induce a proporvi tre considerazioni inattuali sul Parlamento. Sì, inattuali perché in contrasto col tempo attuale e proprio per questo a favore di un tempo venturo.

mercoledì 5 novembre 2014

Tecnica e decisione, per la rivista Parolechiave

Ho partecipato con grande piacere al nuovo numero della rivista Parolechiave. Il volume è acquistabile a questo link, mentre il mio saggio, dal titolo "Tecnica e decisione", lo trovate in formato pdf qui.

Ecco l'abstract:
Da ogni parte si leva sempre più ossessiva la richiesta della Decisione. Dalle chiacchiere da bar ai luccicanti talk-show, dalle assemblee elettive ai think-tank, dai summit delle diplomazie ai forum dei poteri economici. Più se ne invoca la presenza più se ne constata l’assenza. Eppure, il trionfo della tecnica mette a disposizione conoscenze e strumenti mai visti prima che dovrebbero creare le migliori condizioni per prendere decisioni.

Il trentennio liberista è cominciato proprio in polemica con la presunta irresolutezza delle istituzioni del trentennio Glorioso. Fin dalla Trilaterale la causa venne attribuita al sovraccarico di domande che bloccava le democrazie occidentali e si è proceduto a restringere la rappresentanza sociale per delegare alle oligarchie burocratiche ed economiche le soluzioni dei problemi. Tuttavia, all'esaurimento del ciclo si è rivelata clamorosamente l'incertezza delle classi dirigenti nel governare la grande Crisi. Gli americani sono stati col fiato sospeso per il rischio di bancarotta del Fiscal Cliff. Gli europei hanno messo in pericolo l'euro per non aver saputo risolvere il problema davvero modesto del debito greco.

Non è bastato alleggerire il “sovraccarico della democrazia” per risolvere il problema del governo di società complesse. Perciò la Decisione viene invocata di nuovo con la stessa intensità degli anni settanta, quando maturò la crisi del modello keynesiano. Ma la delusione è oggi più grande proprio perché la promessa era nel cuore del liberismo.

Lo smacco alimenta il rancore ma non toglie lo scettro a quelli che hanno preso il potere. Annunciano riforme e le chiamano “strutturali” per accentuare la profondità del mutamento, ma in realtà esse servono ad omologare i sistemi politici sempre più simili a piloti automatici che seguono un manuale di governo standardizzato a livello sovranazionale. Dal punto di vista dei cittadini tutto ciò esaspera la contraddizione tra le parole e i fatti e aumenta la domanda di un vero cambiamento che non potendo essere soddisfatto dagli automatismi viene evocato dall’annuncio di nuove riforme. L’opinione pubblica è come una carovana nel deserto che cerca la frescura di vere decisioni, ma rimane vittima di miraggi che una volta svelati aggravano la delusione. Tutto sembra deciso nella penuria della Decisione.


venerdì 24 ottobre 2014

Scelte e testimonianze


Alla riunione del Gruppo dei senatori PD, tenutasi ieri, molti colleghi mi hanno chiesto di ritirare le dimissioni, reiterando il caloroso invito già rivolto da Matteo Renzi e dalla Direzione del partito nei giorni scorsi. Ho ringraziato tutti per l’amicizia che mi è stata manifestata con parole davvero generose e affettuose. Che si possa dialogare con tanto rispetto, pur nel vivo di un contrasto di opinioni, è una prova di civiltà della vita interna. Se fosse sempre così potremmo esserne orgogliosi come Partito Democratico. Spero sia sanata la ferita di luglio, quando chi criticava la revisione costituzionale fu accusato di voler mantenere la poltrona. 

Ho riflettuto attentamente sugli argomenti che accompagnavano la richiesta di ritiro delle dimissioni. Sono molto ragionevoli, e in parte condivisibili. Non potevo certo rimanere indifferente. Ho convocato un dibattito interiore tra la mia ragione e la mia coscienza. La prima spingeva ad accettare la richiesta, ma la seconda me lo ha impedito.

mercoledì 8 ottobre 2014

Le mie dimissioni


Ciò che penso della delega lavoro è contenuto nel mio intervento di ieri in quest'aula. Avrete sentito che il mio dissenso è profondo sia nella forma che nella sostanza del provvedimento. Soprattutto mi preoccupano gli equivoci che hanno dominato il dibattito. I progetti raccontati ai cittadini non corrispondono ai testi che votiamo in Parlamento. L'opinione pubblica ha capito che stiamo cancellando l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma questo non c'è scritto nella legge delega. D'altronde, quell'articolo non esiste più nella legislazione italiana perché è stato cancellato due anni fa dal governo Monti. Quindi in Italia sono già possibili licenziamenti individuali per fondati motivi. Ora si vuole aggiungere che si può licenziare anche dichiarando motivi falsi in tribunale. Ma questo è contrario alla civiltà giuridica.

Inoltre si è promesso ai giovani il superamento dell'attuale precarietà, ma gli strumenti della legge e la mancanza di risorse non garantiscono il raggiungimento dell'obiettivo. Per non deludere le aspettative dei giovani dovremmo cambiare molte parti di questa legge, ma la chiusura della discussione impedisce i miglioramenti. Questa legge delega non contiene indirizzi e criteri direttivi, è una sorta di delega in bianco che affida il potere legislativo al potere esecutivo senza i vincoli e i limiti indicati dalla Costituzione. Non è la prima volta che accade, ma stavolta sono in discussione i diritti del lavoro.
Queste scelte sono, a mio parere, in contrasto con il mandato ricevuto dagli elettori. Non erano certo contenute nel programma elettorale che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd nel 2013.

Al tempo stesso non sono indifferente alla responsabilità di rispettare le decisioni prese dal mio partito. E neppure alla responsabilità del rapporto di fiducia tra la mia parte politica e il governo. Sono altresì consapevole che i margini di maggioranza al Senato sono piuttosto esigui e non ho alcuna intenzione di causare una crisi politica. Anche se ho sempre sostenuto - e ora ne sono ancora più convinto - che l'alleanza tra partiti di destra e di sinistra dovesse essere a tempo e non per l'intera legislatura. Sarebbe meglio per tutti se la prossima primavera si tornasse a votare per formare un governo con un chiaro e determinato mandato elettorale. Ma, ripeto, questo non posso e non voglio deciderlo io. Saranno le massime autorità istituzionali a definire i tempi della legislatura.

A me rimane il problema di conciliare due principi opposti: la coerenza con le mie idee e la responsabilità verso il mio partito e il governo. Ho trovato solo una via d'uscita dal dilemma: voterò la fiducia al governo, ma subito dopo prenderò atto dell'impossibilità di seguire le mie idee e mi dimetterò da Senatore della Repubblica. 
È una decisione presa di fronte alla mia coscienza, senza alcun disegno politico per il futuro. Però continuerò come militante in tutte le forme possibili il mio impegno politico. È stato e sarà ancora la passione della mia vita.

martedì 7 ottobre 2014

Sui diritti del lavoro


Mio intervento in Senato del 7 Ottobre nel dibattito sulla legge delega per il lavoro.


La richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è un segno di debolezza. Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto

Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega sarà priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media, ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento - sarà poi il governo tra qualche mese a scrivere i veri decreti - l’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma.

L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro. Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno a un chiaro progetto di cambiamento. Non solo perché si dovrebbe evitare di lacerare la ferita già dolorosa della disoccupazione che segna la vita di milioni di italiani. Ma soprattutto perché non c’è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. E il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi. Solo qualche mese fa riteneva che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione. Altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire le evidenti difficoltà dell’azione di governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea.

venerdì 12 settembre 2014

Sulle nomine alla Corte Costituzionale e al CSM


Non sono d’accordo con le candidature per la Corte Costituzionale e per il Consiglio Superiore della Magistratura. Ecco il mio intervento all’assemblea dei deputati e dei senatori del Pd.

Ci troviamo di fronte a una proposta vecchio stile, senza alcuna innovazione. Quasi tutti i candidati provengono da incarichi politici, anche se dotati di curriculum soddisfacenti. Non è qui in discussione la validità delle singole persone, ma appunto il criterio adottato.
Si rafforza una tendenza, in atto da tempo, alla politicizzazione dei massimi organi di garanzia costituzionale. Dovrebbero essere luoghi improntati al culto dell’imparzialità e invece rischiano di essere coinvolti nel conflitto politico quotidiano.

Che una parte di quei collegi sia nominata dal Parlamento non significa che i partiti debbano ricorrere solo ai propri esponenti, anzi dovrebbero indicare personalità di alto profilo e di sicura indipendenza di giudizio. Altrimenti si rischia di farne una sorta di commissioni parlamentari di politici in pensione. 
Con la revisione del bicameralismo, inoltre, aumenta il carico di responsabilità degli organi di garanzia costituzionale, e nel contempo il sistema ipermaggioritario tende a politicizzare le funzioni istituzionali e a indebolire i contrappesi. Non solo gli oppositori, ma addirittura i sostenitori della revisione costituzionale approvata in Senato riconoscono che nel nuovo assetto aumenta la criticità delle funzioni di garanzia. Se la politicizzazione della Corte e del Csm era sbagliata prima, lo sarà ancora di più in futuro.

Infine, consentitemi una considerazione politica. Non mi sfugge che una lista di nomi da approvare con voto qualificato dal Parlamento in seduta comune comporti una trattativa con gli altri gruppi. Ma le carte le diamo noi del Pd come partito di maggioranza. L'intera partita dipende dalla nostra giocata iniziale. Se invece dell’innovazione scegliamo la conservazione non potremo che raccogliere risultati dello stesso segno.
Nonostante le apparenze, sono un estimatore del renzismo - o almeno dei suoi capisaldi. Semmai i miei dubbi riguardano la coerenza attuativa, e questa vicenda non fa altro che rafforzarli. Il nostro leader ha inviato tre segnali forti al Paese: ricambio della classe politica, parità di genere e lotta alla burocrazia. Nella proposta non c’è traccia di nessuno di questi criteri. Sono politici di lungo corso, c'è solo una donna su dieci candidati e il nome di Catricalà è un segnale inequivocabile della conservazione dell’alta burocrazia statale. Spero quindi che ci possa essere un ripensamento in materia.

venerdì 8 agosto 2014

Tornare alla realtà


Dichiarazione di voto sulla revisione costituzionale dell'8 Agosto 2014.


Speravo di modificare il giudizio negativo espresso nella discussione generale. Invece, sono costretto ad aggravarlo non solo per i contenuti, anche per il metodo. Non partecipo al voto, ma rimango al mio posto per rispetto dell’aula e del mio partito.
Il governo ha impedito di apportare al testo quei miglioramenti che sarebbero stati ampiamente condivisi. Avevo proposto, nella seduta di una settimana fa, il superamento delle contrapposizioni, chiedendo ai relatori di illustrare in aula i possibili cambiamenti e alle opposizioni di ritirare i tanti emendamenti inutili. Anche la ministra Boschi si era dichiarata disponibile e aveva chiesto due ore per rifletterci. Siamo ancora in attesa di una risposta. In verità il governo ha deciso di chiudere il confronto e di rinviare eventuali modifiche alla Camera, utilizzando ancora una volta i vantaggi del bicameralismo che si vuole eliminare. L'unico cambiamento positivo c'è stato su referendum e leggi di iniziativa popolare anche per rimediare a evidenti errori commessi in Commissione.
L’Assemblea ha mostrato di non apprezzare la revisione costituzionale. Alcuni senatori di maggioranza sono stati costretti a ritirare gli emendamenti che avevano firmato. Molti colleghi hanno fatto sentire il dissenso solo con il voto segreto. Peccato che non lo abbiano espresso alla luce del sole. D'altro canto, chi ha criticato in modo trasparente e leale non ha ottenuto risposte di merito, ma è stato ricoperto di insulti a livello personale. Quando si tratta della Costituzione, è la qualità del dibattito a decidere in gran parte l'esito. 

Non era mai accaduto nella storia repubblicana che il capo del governo imponesse una sorta di voto di fiducia sul cambiamento della Carta.
Aveva cominciato con l'intenzione di raccogliere il malessere dell'opinione pubblica verso le prerogative del ceto politico. Ma poi ci ha ripensato, conservando l'immunità per i consiglieri regionali che diventano senatori. Aveva promesso di tagliare i costi della politica, ma ha deciso di non ridurre il numero dei deputati. Questo cedimento ha creato uno squilibrio. La Camera diventa sei volte più grande del Senato e consente a chi vince le elezioni di utilizzare il premio di maggioranza per impossessarsi del Quirinale. Diciamo la verità: se Berlusconi avesse modificato la Costituzione indebolendo l’indipendenza della Presidenza della Repubblica avremmo riempito le piazze.

venerdì 1 agosto 2014

L'ottimismo del canguro


Ecco la proposta che ho presentato oggi in Senato per uscire dalla contrapposizione e aprire un vero dialogo costituzionale.

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Signor presidente, utilizzo il tempo a disposizione del mio gruppo e ringrazio il presidente Zanda per avermelo concesso. Vorrei avanzare una nuova proposta sull’ordine dei lavori, assolutamente a titolo personale. Nell’ultima ora si è accesa una fiammella di vero dibattito costituzionale, cerchiamo di non spegnerla. E’ stato appena bocciato il nostro emendamento, primo firmatario Chiti, che proponeva l’elezione dei senatori contestualmente alle elezioni dei consiglieri regionali. Ci ha fatto piacere però che altri colleghi, pur da posizioni diverse, abbiano interloquito con la nostra proposta. In particolare il senatore Quagliariello, pur votando contro, ha dichiarato che l’emendamento indica una via di miglioramento del testo predisposto dalla commissione. Bene, è un passo avanti. Mi domando se ci siano altre questioni che meritano ulteriori miglioramenti. Chiedo ai sostenitori della proposta di revisione costituzionale: pensate di approvarla nel testo attuale oppure intendete migliorarla? E in caso positivo pensate davvero di apportare le modifiche in seconda lettura alla Camera? Sarebbe uno sgarbo. Deve essere il Senato in prima lettura a elaborare il testo migliore.

Credo sia possibile, se ho inteso correttamente alcuni passaggi del dibattito. C’è una questione aperta sulle competenze del Senato nelle politiche di bilancio, tanto è vero che ne abbiamo discusso ieri per quasi due ore. I relatori hanno accennato alla possibilità di migliorare le norme sui referendum e sugli strumenti di partecipazione popolare, così come l’immunità dei senatori e alcuni meccanismi del titolo V. Inoltre, si avverte da più parti l’esigenza di trovare nuove procedure per garantire l’indipendenza del Presidente della Repubblica. 


martedì 29 luglio 2014

Sulla riduzione del numero dei parlamentari


Oggi sono intervenuto in Senato a sostegno dell'emendamento che intende ridurre il numero dei deputati. Il governo ha espresso parere contrario pur avendo sostenuto nei mesi passati l'esigenza di ridurre le indennità. L'emendamento è stato bocciato a maggioranza. Ecco il testo della mia dichiarazione di voto. 

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La riduzione del numero dei deputati è un emendamento ragionevole che ha lo scopo di un migliore equilibrio nell'elezione del Presidente della Repubblica, tema molto delicato e ancora non risolto, come riconosciuto quasi da tutti in questa aula.Con il testo in esame, la Camera diventa sei volte più grande del Senato, mentre fino a oggi era solo due volte più grande. Questo squilibrio consente a chi vince le elezioni di impossessarsi delle massime cariche dello Stato e della legislazione fondamentale, perché amplifica l'effetto del premio di maggioranza. 

Questo premio ha una componente buona e una cattiva. Quando viene applicato all'interno della Camera è uno strumento sacrosanto per dare al governo la possibilità di attuare il mandato elettorale. Se invece è utilizzato nella relazione bicamerale per creare un insuperabile primato numerico di un ramo del Parlamento, rischia di indebolire le garanzie repubblicane. La riduzione dei deputati, quindi, consente l'uso equilibrato del premio di maggioranza e assicura l'indipendenza del Presidente della Repubblica.


giovedì 17 luglio 2014

Linguaggio costituzionale


Discorso al Senato in occasione della discussione sulla revisione costituzionale del 17 Luglio 2014.


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Signor Presidente, onorevoli senatori,
come le persone, anche le parole si stancano, dice il libro dell'Ecclesiaste. Sotto il peso delle promesse, degli inganni e delle delusioni si è sfiancata perfino la parola riforma. Concediamole un po' di riposo almeno in questo dibattito.
Nessuno dei problemi istituzionali è stato risolto e molti sono stati aggravati dalla proposta di revisione costituzionale insieme con l'Italicum. Segnalo quattro questioni.

1. 
Da quasi un decennio gli elettori chiedono di poter guardare in faccia gli eletti, ma qui si decide di voltare le spalle. I cittadini continueranno a non scegliere i deputati e non eleggeranno neppure i senatori, né il presidente della Città Metropolitana, né i consiglieri della Provincia, che rivive con il brutto nome di Area Vasta. Il risultato è che il ceto politico elegge il ceto politico. È un grande azzardo restringere la rappresentanza proprio mentre viviamo forse la più grave frattura tra società e istituzioni della storia italiana.

I consiglieri regionali che hanno problemi con la giustizia saranno incentivati a farsi nominare senatori per godere dell'immunità estesa alle cariche non elettive. E per i cittadini viene indebolito lo strumento del referendum; quello di Mario Segni nel post-Tangentopoli, ad esempio, non sarebbe più possibile. Forse è un segno dei tempi - accade alle rivoluzioni mancate di essere poi anche rinnegate. 
Nel complesso, si perde l'occasione per ricostruire la fiducia popolare nei confronti delle assemblee elettive.

sabato 14 giugno 2014

Caro Matteo


Questo è il video del mio intervento all'Assemblea Nazionale del Partito Democratico del 14 Giugno 2014. A seguire il testo dell'intervento.




giovedì 12 giugno 2014

Libertà dei parlamentari, garanzia per i cittadini


Non avrei mai creduto di essere costretto ad autosospendermi dal Gruppo Pd al Senato. Siamo quattordici senatori ad aver espresso in questo modo lo sdegno verso la sostituzione dei colleghi Chiti e Mineo dalla Commissione Affari costituzionali. Ad annunciarlo in aula a nome di tutti è stato il bravissimo collega Paolo Corsini con un'appassionata citazione di padre Bevilacqua: "Le idee valgono per ciò che costano e non per ciò che rendono".

Mi sembra di vivere un mondo a rovescio. In passato mi sono trovato spesso a denunciare queste prepotenze quando accadevano nel campo dei nostri avversari politici e mi sono sempre rallegrato di far parte di un partito democratico che pur con tanti difetti era comunque il più aperto alla discussione. Ora è un grande dolore ammettere che rischia di assomigliare agli altri.


giovedì 8 maggio 2014

Il voto in Senato sul decreto del lavoro


Non condivido il decreto sul lavoro approvato ieri in Senato. Non potendo smentire la decisione favorevole del mio Gruppo ho scelto di non partecipare al voto. L’indegna bagarre scatenata dal gruppo 5 Stelle occupa lo spazio mediatico e rende più difficile una discussione serena e di merito. Anche per questo sento il bisogno di chiarire le mie motivazioni. 

Avevo sperato che il Jobs act di Matteo Renzi potesse davvero cambiare verso, ma purtroppo è stata una promessa mancata per almeno tre motivi.

a) Il contratto a tutele crescenti e sostitutivo delle forme precarie doveva superare il fossato tra garantiti e non garantiti. E invece il decreto rende il contratto a termine lo strumento quasi esclusivo per i giovani, aggravando una tendenza già in atto. Viene cancellato l'obbligo per l'imprenditore di motivare le ragioni dell'assunzione temporanea e quindi viene impedita qualsiasi forma di controllo. D'altro canto, in caso di violazione del massimale di contratti a termine presenti in azienda ci sarà solo una multa, perché è stato cancellato - come ha voluto Sacconi - l'obbligo di trasformazione in contratto a tempo indeterminato. Eppure questa sarebbe la basilare configurazione di un rapporto di lavoro, secondo una precisa direttiva europea che viene elusa palesemente.
Si è rinviato il contratto unico ad un decreto legislativo da approvare nei prossimi anni. Come ha osservato Tito Boeri il decreto di oggi vanifica la futura riforma, perché le imprese avranno interesse a utilizzare queste norme invece di quelle che offriranno eventualmente più garanzie ai lavoratori.

mercoledì 7 maggio 2014

Jobs act, prima e dopo



Jobs act e decreto lavoro. Il primo, annunciato da Matteo Renzi, prometteva una piccola rivoluzione; dare priorità al lavoro, riconoscerne la dignità, semplificare norme e leggi per favorire l’impiego, investire sulla qualità del lavoro.

Il decreto lavoro invece, si limita a intervenire sui contratti a termine e apprendistato. Anziché semplificare, lo fa in modo minuzioso e dettagliato, tanto da incanalare il dibattito parlamentare esclusivamente su aspetti come la durata dei contratti a termine o il numero delle proroghe, sulla forma scritta o orale dei piani formativi per l’apprendistato e le quote di assunzioni vincolanti. Nel decreto si ripete così, ancora una volta, lo stesso errore che hanno compiuto per anni i governi di centro-destra, nell'idea che abolire le tutele giuridiche previste a difesa dei lavoratori accresca la competitività delle imprese sul mercato.

In questo modo si snatura la proposta originaria. Con la disoccupazione che supera il 12% e quella giovanile che è addirittura doppia, non si può aver paura della flessibilità, ma, se non bastasse l'esperienza degli ultimi anni nel nostro Paese, ci sono Spagna e Grecia a dimostrarci che l’apertura generalizzata al lavoro precario e senza vincoli conduce a percentuali insopportabili di disoccupazione che non accennano a diminuire. Noi vogliamo stare in Europa e non farci confinare in un Europa di serie B. 

venerdì 25 aprile 2014

Cambiare verso alle riforme istituzionali per approvarle


Discorso alla Commissione Affari Costituzionali del Senato del 23 Aprile 2014. Potete anche leggere l'intero dibattito in Commissione.

Se Obama andasse in televisione ad annunciare la presentazione di un disegno di legge per cancellare il Senato e minacciasse di dimettersi in caso di mancata approvazione entro le prossime elezioni di medio termine chiamerebbero l’ambulanza o attiverebbero l’impeachment.
Noi invece passiamo agli emendamenti, alle chiose, alle precisazioni e ci riuniamo in seduta notturna per fare presto, per approvare la legge entro le prossime elezioni che tra l’altro dovrebbero riguardare il confronto sui programmi per l’Europa.
Tutto ciò viene presentato come la modernità, ma a me pare il rigurgito di un vecchio provincialismo delle classi dirigenti italiane che non hanno mai avuto l’orgoglio delle proprie istituzioni.

venerdì 11 aprile 2014

Il punto sui disegni di legge costituzionale


Il mio disegno di legge costituzionale per un bicameralismo delle garanzie è stato appena pubblicato. Potete consultarlo sul sito del Senato qui.

Questo disegno di legge definisce in un testo normativo l'approccio che avevo già delineato da queste parti in un post di febbraio.

Successivamente è maturata una convergenza di opinioni tra diversi colleghi e abbiamo elaborato e sottoscritto un altro testo, a prima firma Vannino Chiti, che è oggi uno dei punti di riferimento nel dibattito parlamentare.



mercoledì 26 marzo 2014

Servire, non servirsi


Articolo pubblicato su L'Unità del 26 Marzo 2014.

Il nesso tra legge elettorale e nuovo Senato è discusso con preoccupante superficialità. Se ne fa una questione di calendario, senza badare alla sostanza. L'Italicum consente a una minoranza sostenuta dal 20% degli aventi diritto al voto di arrivare al governo, potendo contare su deputati non scelti dagli elettori e non avendo risolto il conflitto di interessi, con la strada aperta al Quirinale e a modifiche più gravi della Costituzione. 
Si tratta di un worst case scenario, certo, che potrebbe diventare un presidenzialismo selvaggio senza bilanciamenti se si indebolisse anche la funzione politica del Senato facendone il dopolavoro degli amministratori locali. Il capo del governo non avrebbe difficoltà a concedere qualcosa agli interessi locali per ottenere il consenso dei nuovi senatori non eletti direttamente dal popolo e quindi sprovvisti delle garanzie dell'articolo 67 della Carta. Non avrebbero, infatti, la libertà di mandato e non rappresenterebbero la nazione intera, poiché sarebbero obbligati all'indirizzo di governo dell'Ente di provenienza, come ammette in parte il testo del governo.

Se si insiste con l’Italicum – si spera con qualche miglioramento - ci serve un forte Senato delle garanzie che, in regime bicamerale, si occupi di alta legislazione, della Costituzione, dei Codici dei diritti fondamentali, dell'ordinamento istituzionale e del controllo dell'attività statale. Funzioni tanto delicate richiedono l'elezione da parte dei cittadini con un’apposita legge elettorale non finalizzata alla governabilità, perché in questa assemblea mancherebbe il voto di fiducia; sarebbero inoltre dimezzati il numero di senatori e le rispettive indennità. Si passerebbe dal bicameralismo perfetto al bicameralismo delle garanzie con una chiara distinzione di compiti, alla Camera il governo del Paese e al Senato l'attuazione dei principi costituzionali.

venerdì 21 marzo 2014

L’eredità di Berlinguer


Ieri sono stato a vedere Quando c'era Berlinguer, film diretto da Veltroni. Per me è stata un'occasione per ricordare, riflettere e anche un po' commuoversi. Al tempo stesso non dobbiamo esagerare con la nostalgia; fare onore alla grande personalità politica di Berlinguer vuol dire anche compiere un'analisi critica della sua opera. Ho provato a farlo nel mio libro, Sulle orme del gambero, nel contesto di una riflessione di lungo periodo sul Pci e sui limiti della mia generazione. Colgo l'occasione per proporvi di seguito un brano del libro (p.50) dedicato a Enrico.

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Mi è capitato di perdere il saluto di cari compagni, solo perché a una festa dell’Unità ho accennato a un’analisi critica dell’opera di Berlinguer. La riprendo qui, cercando di capire perché nei primi dieci anni dopo la morte fu dimenticato e poi via via è cresciuto un ricordo sempre più struggente. Il suo mondo non esiste più, ma la figura si ingigantisce. C’è una pienezza di Berlinguer che trabocca il suo tempo e arriva a noi e ci rinfresca. C’è una penuria nostra che spinge a ricordare, a fare esodo dal nostro tempo, come il nomade che cerca l’acqua nel deserto. È lui che viene a noi o siamo noi che andiamo verso di lui? 

Nel suo stile c’era qualcosa che andava oltre, come nella famosa intervista di Minoli in cui confessa quanto lo disturbi lo stereotipo di uomo triste e nel dirlo prorompe in un sorriso timido e imprevisto, l’immagine più cara che conservano quelli della mia generazione. Nessun altro leader ha suscitato sentimenti tanto delicati.


venerdì 14 marzo 2014

Vita politica e robotica istituzionale


Tramite le astensioni e i voti per Grillo, la metà del popolo italiano ha manifestato il suo disprezzo nei confronti del sistema politico. Eppure la legge elettorale appena approvata alla Camera non solo trascura questa grave frattura, ma addirittura la allarga. 

Per compensare i voti mancanti, ricorre infatti a curvature maggioritarie che deformano la rappresentanza fino ai limiti della legittimità costituzionale, e alla lunga riducono ulteriormente il consenso verso il sistema politico. Le soglie del 4,5% e dell'8% possono impedire la rappresentanza parlamentare a 5-10 milioni di elettori pur disposti – ancora - a votare per i partiti. Oppure, proprio perché sono soglie molto alte, possono dissuadere la presentazione di liste che otterrebbero milioni di voti. In entrambi i casi il sistema prescelto peggiora le cose perché riduce la parte attiva degli elettori, accrescendo invece quella del rifiuto anche oltre il 50%. 
Una democrazia più che dimezzata è esposta agli assalti dei suoi nemici. La maggioranza assoluta viene regalata alla coalizione che arriva al 37% utilizzando anche i voti di piccoli partiti non rappresentati in Parlamento. Il partito principale potrà vincere con una percentuale ancora più bassa, ad esempio del 25%. Tenendo conto dei non votanti, stiamo parlando di meno del 20% del corpo elettorale effettivo.


giovedì 6 marzo 2014

Se Roma fosse una Regione


Articolo pubblicato sul quotidiano L'Unità del 6 Marzo 2014. 
È capitale la crisi della capitale. La reputazione di Roma si è consumata, le istituzioni sono state commissariate e la cittadinanza è rimasta attonita. Un decreto che mette una pezza sui conti serve a poco se manca un progetto per il futuro. Occorre una scossa, una coraggiosa riforma.
Il punto di partenza sarebbe l’eliminazione del Comune di Roma. Alemanno ne ha demolito le strutture portanti mentre all’esterno sostituiva le insegne con quelle di Roma Capitale. Ma già da tempo l’amministrazione capitolina è obsoleta, perché troppo grande e insieme troppo piccola. È troppo grande per il governo di prossimità dei servizi ai cittadini e della vita di quartiere, ed è troppo piccola per il governo dei processi ormai dilagati a scala regionale, nella demografia, nell'economia, nei trasporti, nell'ambiente e nell'urbanistica. La dimensione locale dovrebbe essere affidata agli attuali Municipi, trasformandoli in Comuni in grado di rispondere direttamente ai cittadini senza perdersi in rimpalli di competenze. L’area più vasta dovrebbe essere governata esclusivamente dalla Città Metropolitana, cancellando anche l’attuale Provincia. È una riforma attesa da vent’anni che si può fare in venti giorni, con un semplice emendamento al disegno di legge Del Rio sugli Enti Locali in approvazione al Senato. 

Un passo ancora più ambizioso potrebbe venire dalla revisione del Titolo V della Costituzione, indicata come priorità da Renzi. Se si vuole una riforma davvero incisiva bisognerà ridurre il numero delle attuali venti Regioni, condizione essenziale per un serio federalismo alla tedesca. Le Regioni più grandi ritaglierebbero lo spazio per una più piccola Regione romana, che svolge le funzioni di capitale e assorbe la Città Metropolitana. Proprio come avviene a Berlino, che è insieme un Land, una capitale e un’amministrazione cittadina.
Verrebbe superata l’attuale Regione Lazio, che è un'invenzione amministrativa. La pianura Pontina, gli Appennini Sabini e Volsci e l’Etruria meridionale hanno ben poco in comune in senso storico e geografico. Questi territori potranno confluire nelle macro-regioni dell’Italia centrale oppure partecipare alla nuova Regione di Roma, che in tal caso si allargherebbe oltre l’attuale confine provinciale. Le quattro istituzioni esistenti - Regione Lazio, Provincia, Comune e Municipi di Roma – sarebbero sostituite da due semplici livelli: la Regione di Roma più i Comuni, sia quelli dell’hinterland che i nuovi all’interno della città. 

martedì 25 febbraio 2014

E ora che si fa?



Intervento all’assemblea sul voto di fiducia promossa da Pippo Civati a Bologna – Sala Scuderia, 23 Dicembre 2014

Auguro a Matteo Renzi buona fortuna, anche se non condivido il suo azzardo. Voto la fiducia al governo perché se dovesse fallire aumenterebbe la sfiducia di un paese già molto provato. Non c’è bisogno però che proprio tutti si aggiungano al coro. Può essere utile anche segnalare i pericoli al fine di prevenirli. E soprattutto è necessario per chi è in minoranza lavorare a una prospettiva diversa da quella imposta in questi giorni.

Niente è più come prima

Ci troviamo di fronte a una grande decisione che in un colpo solo cambia il sistema politico e in una certa misura anche la natura del Pd.
Tra sinistra e destra viene stipulato un accordo per l’intera legislatura, e non più un’intesa parziale per il tempo necessario ad approvare la legge elettorale. Si tratta di una manifesta rottura del mandato ricevuto dai nostri elettori. Se infatti era ancora legittima, per quanto criticabile, la formazione di un governo provvisorio, non è invece neppure nella potestà della Direzione del partito decidere un’alleanza organica con la destra.
Nessuno ha chiarito perché si è abbandonata la priorità della legge elettorale. Forse Renzi ha temuto di non riuscire ad approvarla in Parlamento, capendo di aver sbagliato nel cercare l’accordo sull’Italicum con il solo Berlusconi e non con tutte le forze politiche come sarebbe doveroso su tale materia. Forse è alla ricerca di un nuovo azzardo per correggere quello non riuscito soltanto qualche settimana fa.
Ora è però evidente che l’intesa col Cavaliere era ben più ampia dell’argomento elettorale, come dimostrano la nomina di una persona di sua fiducia al ministero dello Sviluppo - con delega alle televisioni – e la dichiarazione di voto da parte di Forza Italia, insolitamente ben disposta verso il governo. La base parlamentare del governo è spostata più a destra rispetto al secondo Letta. Infine al Viminale rimane Alfano, che ha mentito al Parlamento sul caso Schabalayeva.

mercoledì 5 febbraio 2014

Nuovo bicameralismo: al Senato le garanzie, alla Camera il governo

Il dibattito sul bicameralismo parte molto male. Come succede spesso nel discorso pubblico italiano si cercano risposte corrette a domande sbagliate. Come è accaduto in tutte le modifiche costituzionali della Seconda Repubblica si rischia di peggiorare, anziché riformare, l'assetto istituzionale. Occorrono almeno tre passi indietro per ripartire in una prospettiva diversa.

Plebeismo costituzionale
Per ridurre i costi della politica i senatori non verrebbero più eletti dal popolo ma nominati dai consiglieri regionali e scelti tra gli stessi consiglieri. La proposta esalta il ruolo di questa parte della classe politica che è la più lontana dal controllo sia dell'opinione pubblica nazionale sia della partecipazione municipale. Si ottiene così un risultato paradossale: per combattere la Casta si affida esclusivamente al ceto politico la nomina dei membri del Senato. Con un messaggio chiaro. Vale tanto poco la Camera alta da diventare una sorta di “dopolavoro” di politici che dovrebbero essere già molto impegnati nella cura dei rispettivi territori. Poi è inutile lamentarsi dei tanti incarichi dei Mastrapasqua di turno.

Altro che riforma, questo è un “plebeismo costituzionale” che arriva a degradare il modello istituzionale per offrire una finta risposta alla seria questione della Casta. Oltretutto è una soluzione inutile, poiché sono disponibili strumenti più diretti e più semplici per ridurre i costi della politica. Basta diminuire il numero dei  parlamentari. E si possono dimezzare gli emolumenti - come proposi alla prima assemblea dei Gruppi all'inizio della legislatura - eliminando le risorse che i parlamentari devolvono al finanziamento dei partiti e ai servizi di gestione del mandato sul territorio. Rimuovere questa impropria partita di giro consente di uscire dall'attuale anomalia di emolumenti più alti e costi dei servizi più bassi rispetto ai parlamenti europei.

mercoledì 15 gennaio 2014

La Banca d'Italia val bene una rata dell'Imu


Mai più decreti “salsicciotto” che insaccano norme disorganiche. Questo avevano promesso - con parole più eleganti - il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio e il segretario del Pd nei discorsi di fine anno.
Alla prima seduta del Senato del 2014, però, ci siamo trovati a esaminare un decreto, approvato a Novembre dal Governo e controfirmato dal Quirinale, che assembla norme di diversa natura: l’ultima rata dell'Imu 2013, la vendita degli immobili statali e la valutazione del capitale della Banca d'Italia.

Nella riunione del Gruppo PD al Senato in diversi abbiamo chiesto di proporre al governo l'eliminazione almeno di quest'ultima parte, trasformandola in un disegno di legge, allo scopo di tenere fede agli impegni presi. Non si capisce infatti come mai l'aggiornamento del valore della Banca centrale, fissato nel lontano 1936, sia diventato improvvisamente tanto urgente da giustificare il ricorso al decreto legge. La norma non ha rilevanza contabile, almeno sul piano formale, e quindi è possibile stralciarla senza procurare alcuna sofferenza nei conti pubblici.