martedì 25 febbraio 2014

E ora che si fa?



Intervento all’assemblea sul voto di fiducia promossa da Pippo Civati a Bologna – Sala Scuderia, 23 Dicembre 2014

Auguro a Matteo Renzi buona fortuna, anche se non condivido il suo azzardo. Voto la fiducia al governo perché se dovesse fallire aumenterebbe la sfiducia di un paese già molto provato. Non c’è bisogno però che proprio tutti si aggiungano al coro. Può essere utile anche segnalare i pericoli al fine di prevenirli. E soprattutto è necessario per chi è in minoranza lavorare a una prospettiva diversa da quella imposta in questi giorni.

Niente è più come prima

Ci troviamo di fronte a una grande decisione che in un colpo solo cambia il sistema politico e in una certa misura anche la natura del Pd.
Tra sinistra e destra viene stipulato un accordo per l’intera legislatura, e non più un’intesa parziale per il tempo necessario ad approvare la legge elettorale. Si tratta di una manifesta rottura del mandato ricevuto dai nostri elettori. Se infatti era ancora legittima, per quanto criticabile, la formazione di un governo provvisorio, non è invece neppure nella potestà della Direzione del partito decidere un’alleanza organica con la destra.
Nessuno ha chiarito perché si è abbandonata la priorità della legge elettorale. Forse Renzi ha temuto di non riuscire ad approvarla in Parlamento, capendo di aver sbagliato nel cercare l’accordo sull’Italicum con il solo Berlusconi e non con tutte le forze politiche come sarebbe doveroso su tale materia. Forse è alla ricerca di un nuovo azzardo per correggere quello non riuscito soltanto qualche settimana fa.
Ora è però evidente che l’intesa col Cavaliere era ben più ampia dell’argomento elettorale, come dimostrano la nomina di una persona di sua fiducia al ministero dello Sviluppo - con delega alle televisioni – e la dichiarazione di voto da parte di Forza Italia, insolitamente ben disposta verso il governo. La base parlamentare del governo è spostata più a destra rispetto al secondo Letta. Infine al Viminale rimane Alfano, che ha mentito al Parlamento sul caso Schabalayeva.



Il segretario del partito diventa premier con una manovra di vertice senza passare per il responso elettorale, stracciando l’impegno preso con i suoi sostenitori. Le primarie cambiano quindi significato: non più un movimento di partecipazione popolare che prepara il progetto vincente del Pd per le prossime elezioni, ma un plebiscito che autorizza il leader a giocare l’ambizione personale in unione mistica con l'ambizione nazionale. Un partito che accetta questo ribaltamento di sovranità - addirittura con l’assenso di una minoranza - è già meno democratico di prima. La successiva elezione di modesti segretari regionali (con poche eccezioni) porta a compimento il partito in franchising: la cura del brand al leader mediatico e la gestione del potere ai notabili. I pasdaran renziani hanno già proposto di togliere dal simbolo la parola “partito”, ma quella che rischia di diventare obsoleta è la parola “democratico”.
Chi ha rotto il patto con gli elettori e con il popolo delle primarie ora non può fare appello alla disciplina ai parlamentari. Se vengono meno i patti, in futuro saremo tutti meno legati. Tra i due strappi c’è una certa coerenza. Per assorbire un’alleanza di legislatura con la destra occorre un partito domato alla potenza del leader. E questa, d’altro canto, può essere spesa solo per un’ambizione di non breve durata.

La Crisi delle larghe intese

Se l’operazione andrà in porto - e non è certo – l’Italia avrà percorso quasi un decennio senza una normale alternanza politica, dalla crisi del governo Berlusconi nel 2010 fino alle prossime elezioni del 2018. Gli anni Dieci passeranno con le larghe intese considerate come unico possibile governo della Crisi più grande. Eppure, alla prova dei fatti, questa formula politica ha smentito clamorosamente le sue stesse promesse. Si è rivelata incapace di unire il paese in uno sforzo condiviso, e inefficace nella politica economica.

Proprio la sua versione più pura - con il governo di Monti - ha determinato una spaccatura profonda con la metà dei cittadini che alle elezioni del 2013, anche per gli errori della sinistra, hanno espresso un rifiuto per il sistema politico-istituzionale. I dieci milioni di voti persi dai due poli hanno reso impossibile il bipolarismo. Proprio l’eccesso di governabilità ha prodotto l’ingovernabilità.
D’altronde tale esito ha portato a compimento una precedente tendenza ad annacquare le differenze che è la vera causa del fallimento della Seconda Repubblica. Il bipolarismo italiano è stato più conflittuale a livello simbolico ma meno differenziato rispetto al mainstream economico. La destra non ha realizzato la promessa rivoluzione liberista e la sinistra non ha difeso coerentemente la dignità del lavoro. Nella paglia di questa doppia delusione è divampato il malessere sociale grazie alla scintilla della Crisi. Le piazze dei forconi, delle partite Iva, ma anche dei referendum dell’acqua, delle fabbriche chiuse, degli insulti grillini sono alimentate dalla mancanza di progetti politici diversi e credibili.

La medicina è stata peggiore del male. La pretesa di tenere insieme scelte politiche opposte ha paralizzato le decisioni. Nella riduzione delle tasse la mancata scelta tra il lavoro e il patrimonio ha bloccato la politica economica proprio nel momento più difficile della crisi. Non funziona più la vecchia agenda di governo scritta dall’establishment, semplificata nei talk-show ed eseguita maldestramente dai governi Monti e Letta.
Eppure si riprova senza cambiare nulla, puntando solo sull’energia giovanile di Renzi. Si affida all’uomo nuovo il compito di realizzare il programma vecchio. Ma nel frattempo la crisi ha bruciato le risorse disponibili e ha reso più stringenti i vincoli. Per fare le vere riforme non basta declamarle, ma occorre prima di tutto renderle possibili conquistando nuovi margini di manovra. Ciò però comporta la messa in discussione di assetti consolidati, di convenienze conservative, di equilibri a ribasso. Gli editorialisti riducono i problemi reali a facili slogan di largo consenso per larghe intese: riduzione spesa pubblica, meno tasse, più crescita. In realtà è ormai ineludibile una gigantesca ristrutturazione di interessi e di convinzioni, che può essere realizzata solo da politiche radicali o di destra o di sinistra.

Il tempo delle decisioni

È ormai tempo delle grandi decisioni. La sinistra italiana ha il dovere di proporle ad un paese smarrito.

1) In Europa non basta chiedere una deroga, bisogna ricontrattare le regole di Maastricht che stanno aggravando la crisi, come è ormai sotto gli occhi di tutti. A chiederlo devono essere i paesi fondatori come l'Italia, insieme agli altri paesi mediterranei, alla Francia e per certi versi anche alla Gran Bretagna. Sarebbe urgente un'iniziativa diplomatica del governo Renzi prima che le elezioni di maggio facciano emergere la sfiducia dei popoli verso il progetto europeo. Certo la cancellazione del ministero per le politiche europee alla vigilia del semestre italiano non è un buon segnale.
La misura dell'integrazione non può essere solo la moneta. Il salario minimo che i socialdemocratici hanno conquistato per i lavoratori tedeschi andrebbe garantito a tutti i lavoratori europei. Dovrebbe essere la priorità del programma comune dei socialisti europei.

2) La dignità del lavoro non può ridursi a retorica; è la leva per ribaltare le politiche che hanno prodotto la crisi. Il dominio che la finanza ha imposto all'economia reale non solo genera sofferenze sociali, ma apre una crepa perfino nell'establishment, come si è visto nel dissidio tra Monti e Squinzi. Le imprese che crescono nella competizione mondiale non hanno l'assillo dell'articolo 18, ma puntano sulla coesione sociale, sui giacimenti territoriali della creatività, sulle competenze del saper fare italiano.
Per la sinistra c'è l'occasione di allargare le alleanze a favore della politica per il lavoro. Le risorse si trovano proprio mettendo in discussione i santuari e i dogmi del passato: se la Banca d'Italia ha usato le riserve per sostenere le banche, può impegnarle anche per un prestito finalizzato all’investimento nell'agenda digitale e nella conoscenza; invece di usare le risorse dei lavoratori per finanziare le multinazionali che chiudono le fabbriche, i fondi pensione potrebbero essere incentivati a creare nuovo lavoro italiano; invece di aiutare il salotto buono, la Cassa depositi e Prestiti dovrebbe favorire la crescita di imprese innovative nel Mezzogiorno. Sono solo esempi, in cui si possono trovare circa 100 miliardi di investimenti per aumentare l'occupazione, invece di perdere tempo con gli spiccioli della legge di stabilità vincolata dalle regole europee.

3) Quando metteremo l'ingegno italiano al primo posto dell'agenda di governo? Sogno il giorno in cui Renzi verrà in Parlamento non solo a parlare bene degli insegnanti, ma a finanziare il progetto di aprire le scuole giorno e sera, per dare istruzione di qualità ai figli così come per riportare sui libri anche i genitori. Per realizzare una grande infrastruttura di formazione permanente che annodi intorno alle scuole tutti i fili della creatività sociale, dalle produzioni giovanili, al volontariato, alle imprese no-profit, alla condivisione dei saperi, alle innovazioni dei governi locali. Senza questi laboratori non si realizzano i cambiamenti di mentalità che dovranno sostenere il recupero ambientale, il nuovo welfare, la transizione tecnologica e cognitiva.

4) Non si riesce a governarla dall'alto, l’Italia. I migliori risultati sono venuti quando la politica ha saputo aiutare i riformatori che stavano già facendo qualcosa di buono nella società. Quando invece si è statalizzata la politica ha perso la forza vitale ed è ricorsa alla robotica delle riforme istituzionali. Quelle realizzate finora hanno accelerato le decisioni, ma solo per approvare decreti privi di visione che hanno finito per aumentare la burocrazia. Invece di giocare con i rami alti bisogna ricostruire il basamento dello Stato nel paese reale. Le riforme non sono editti normativi, sono politiche pubbliche complesse, durature e soprattutto capaci di coinvolgere le migliori energie civili della nazione.

5) La crisi rischia di rattrappire lo spirito pubblico, di alimentare le paure, di esaltare gli egoismi. La destra organizza la fabbrica dell'intolleranza per speculare sul ripiegamento del paese. Al contrario, le sfide del mondo nuovo richiedono un innalzamento di grado della civiltà italiana. La vergogna dei morti di Lampedusa pesa come un macigno e sollecita la sinistra non solo ad approvare lo ius soli ma ad un'azione quotidiana per migliorare l'accoglienza e la solidarietà. Così come sui diritti civili, il riconoscimento della vita in comune tra persone dello stesso sesso, la lotta contro la violenza verso le donne, le leggi devono adeguarsi alle migliori esperienze europee.

Dopo il governo Renzi

A volte, in Parlamento, guardo l'emiciclo e mi viene da pensare che oggi ci sarebbero i numeri per risolvere problemi di tal fatta, come non era mai accaduto nella storia repubblicana. E allora perché siamo costretti a stare sempre con la destra?
Purtroppo milioni di voti sono bloccati da quel comico che invecchia proprio male. Però oggi il ghiacciaio comincia a sciogliersi e diversi senatori Cinque Stelle, tra i quali ci sono persone serie e competenti, si aprono a un produttivo confronto parlamentare. E anche in Sel c'è una discussione in atto, alla quale il Pd non ha offerto alcuna sponda, aiutando indirettamente una tendenza alla radicalizzazione e deludendo chi ricordava il patto Italia Bene Comune votato dai nostri elettori. 
Sarebbe interesse di Renzi guardare con attenzione anche verso questo lato della dinamica parlamentare, senza chiudersi esclusivamente nell'intesa a destra. Se questa unilateralità fosse confermata saremmo costretti a prendere l'iniziativa di un libero confronto a sinistra. Qualcuno di noi si dovrà spingere più avanti come esploratore per trovare il valico che porta in un altro versante. Un giorno più o meno lontano finiranno anche le larghe intese. Ma già oggi bisogna preparare il dopo governo Renzi.

Non capisco perché abbiamo aperto questa discussione tra chi vuole stare dentro e chi fuori. Sarebbero due impoverimenti. La nostra forza è proprio nel doppio lavoro, all'interno per spostare l'asse politico del Pd, e all'esterno per allargare le alleanze sociali e politiche.
E poi lasciatemi dire - da vecchio militante - che scissione è proprio una brutta parola, ha un significato mutilante, un freddo suono metallico, un tempo senza futuro.
Le discussioni di questi giorni mi hanno ricordato l'89, quando erano in gioco passioni, storie e ideologie ben più importanti di oggi. Allora avevo la vostra età e rimasi affascinato dalle parole del mio maestro: nella lotta politica non ci sono acque tranquille, bisogna stare nel gorgo per cambiare le cose. Oggi, però, aggiungerei: fin quando non si rischia di affogare.


18 commenti:

  1. Bene Walter, la tua presa di posizione è da senatore del PD. Da elettore, un po' trascurato (anche se l'ultimo voto è solo di un anno fa), ho l'impressione che non si possa non sostenere Renzi, per quanto sbagliate siano oggi le larghe intese. Perché è di fatto il Governo del PD, al di là di Renzi, e oggi non c'è ancora alternativa, almeno fin quando sarà varata la legge elettorale.
    Più in generale, è giusto che una coscienza “di sinistra” appoggi il tentativo del Presidente del Consiglio incaricato? Perché tanti, “di sinistra”, prendono le distanze, storcono il naso?
    Al di là dei motivi che hai ricordato (l'alleanza con la destra e la scelta di non passare per le urne), c’è una motivazione pre-politica che spiega la diffidenza di molti. Che nasce dal malessere più comune, a sinistra: il maldipancismo. Vogliamo dirlo in termini più nobili? L’etica della convinzione.
    La virtù, di solito, alberga in queste coscienze, compiaciute della nobiltà dei loro scopi ed intenzioni. Del tutto condivisibili, va da sé. Ma chi crede di essere interprete di un universale non può vivere che come una ferita l’azione particolare, la realizzazione determinata (allearsi, fare “un” governo). Qualunque azione sarà sbagliata.
    Questo soggetto virtuoso, scriveva Hegel, preferirebbe “prendere il corso del mondo alle spalle”, purificarlo senza ferirlo e – soprattutto – senza ferirsi. Il virtuoso vorrebbe combattere mantenendo immacolata la propria spada. Vorrebbe, ma non può: e allora preferisce non agire, e affidarsi alla critica, quella sì tagliente. A chiacchiere.
    Così, questa coscienza critica e “di sinistra” si condanna all’irresolutezza: finisce col non agire, lasciando che si sporchi le mani – e la coscienza – l’uomo “del corso del mondo”, cioè chi non esita più di tanto nel conflitto tra ideale morale e necessità politica. Consapevole, il politico, che nulla può assicurarlo a priori che la sua azione abbia senso, men che meno la sua etica della convinzione.
    Forse, con Weber e Sartre, siamo condannati a esser liberi ed a mettere alla prova dei fatti la nostra personale responsabilità: rischiando. Soltanto post factum si potrà giudicare se ho agito bene: è la realizzazione, il processo compiuto che si spiega, soltanto l’azione svolta dà conto dell’intenzione, il reale del possibile.
    Continuiamo a lavorare.

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    1. Ma poi l'astuzia della Ragione utilizza questi individui cosmico-storici e li getta via per procedere nel suo avanzamento storico. Grazie, caro Luciano.

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    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. Molte volte ho sentito una grande risonanza con le tue posizioni. Questo intervento è (purtroppo) perfetto, oggi. Ciao

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    1. Speriamo di far cadere il purtroppo...Grazie

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  3. La vostra forza sta nel votare il fiscal compact, il pareggio di bilancio in Costituzione, la riforma Fornero, l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e nel frattempo, con aria da nemesi incombente e sguardo corrucciato da ciglio del precipizio, chiamarsi "responsabili" o addirittura riempirsi la bocca con la parola Sinistra. Il profilo psicologico corrispondente a questo genere di comportamenti viene generalmente definito "schizoide"

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    1. condividere la tristezza è già un passo avanti per superarla

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  5. Walter, il mio carattere non è molto incline a incensare le persone, ma devo dire che per l'ennesima volta a Bologna il tuo intervento è stato ineccepibile e da ascoltare più volte per rifletterci su (e infatti l'ho registrato e me lo sono risentito ieri..)

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  6. Caro Walter
    scusa se non commento le tante cose importanti e come al solito intelligenti che hai detto nel tuo intervento. Ma come ben sai c’è un punto dolente e su quello bisogna tornare.
    Tu dici “Non capisco perché abbiamo aperto questa discussione tra chi vuole stare dentro e chi fuori. “ . Bene, se questa discussione non doveva essere aperta, allora bisognava proprio muoversi in un altro modo. Essere chiari subito dopo la Direzione, dicendo che non era in dubbio il voto di fiducia e che si continuava con quel “doppio lavoro” che, dici giustamente, è stata una delle forze di questa esperienza. Ma non è stato così: si è parlato per giorni – senza che nessuno smentisse – di un nuovo gruppo al Senato, è stata convocata un’assemblea i cui obiettivi non sono stati sempre chiari (consultazione? nascita di un nuovo soggetto?), è apparso evidente che tra come la pensava Civati e come la pensavano molti suoi collaboratori c’era una grossa differenza. Si sono create aspettative e si sono create paure. Alla fine quella che doveva essere un’occasione di rilancio si è trasformata oggettivamente in una prova di incertezza e di debolezza.
    Quello di cui più mi dolgo è che l’assemblea di Bologna ha dato un colpo duro al lavoro “dentro e fuori” . E’ stata una bella e appassionata assemblea di una corrente (lo dico senza nessun intento spregiativo) del PD da cui chi non è dentro è stato nei fatti del tutto escluso. Non è storia che ci riguardi, perché la storia accade ancora e solo tutta dentro il PD.
    Io non penso che fuori ci siano “praterie” . Magari. Ma qualche campicello c’è. E in questi campicelli avete preso una parte non indifferente della vostra (della nostra) forza; basta pensare alla differenza non da poco tra i voti di Civati alle primarie interne e quelli delle primarie “aperte”.
    C’era un modo per evitare che questa lacerazione avvenisse? Non lo so, forse no. Forse la contraddizione era troppo grande per poter essere sanata. Ma continuo ugualmente a dolermene. Di questo “noi diviso” come dice con una bella (e triste) espressione Civati.
    Poi resta sempre la grande domanda finale. Qual è il momento in cui si rischia di affogare? Non vorrei che ci se ne accorge quando ormai nelle braccia non c’è più la forza per tirarsi fuori dal gorgo. Oppure: si raggiunge la riva e non c’è più nessuno.
    Con l'affetto di sempre
    Celeste

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    1. Cara Celeste, stavolta ero tentato di derogare alla mia regola di non parlare sui giornali per fermare la girandola di messaggi; hai ragione, è stata controproducente. A quelli rimasti fuori veniamo a prendervi presto per fare insieme qualcosa di nuovo...

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  7. antonio del guercio26 febbraio 2014 08:13

    Non credo sia secondaria la considerazione del modo nel quale Renzi pone il tema del rapporto con l'Ue. Al posto dell'ipotesi di fare blocco con la Francia per uscire dalle strettoie imposte dalla direzione destrista dell'UE, appare chiaro lo sguardo che Renzi volge verso Londra: ossia verso la finanza internazionale (il suo blairismo palese), la quale forse non è estranea all'improvvisa accelerazione dello strappo che ha portato questo Lucignolo al governo. Ma lo sapete chi è Serra, vera guida (assieme a Ichino), e chi è Padoan? Scissione è parola dal suono sgradevole, ma la dissoluzione che Renzi sta attuando ha un suono, per me, ancora più sgradevole. La sinistra assiste oggi passiva all'offensiva di destra, sottovalutandola, come del resto sottovalutò (vedi bicamerali varie) a suo tempo Berlusconi, pensandolo come controparte legittima.


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    1. Caro Antonio, hai ragione, entrambe le parole scissione e dissoluzione suonano male. Ci vuole nuova musica a sinistra....

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  8. Caro Walter, innnzi tutto ti ringrazio del tuo costante, 'militante', contributo di idee, critiche e proposte.
    Su molte cose concordo, su qualcuna no. Di seguito, in sintesi, il mio commento:
    1. Non basterebbero le sole misure di politica economico-finanziaria e sociale - neppure se fossero giuste - per affrontare la catastrofe in atto. Molto c'è da lavorare anche sul piano anche culturale, perché l'ossessiva domanda di consumi, tutta quantitativa, è incompatibile con qualsiasi prospettiva di sviluppo sostenibile.
    2. Sull'Europa, direi che Maastricht e fiscal compact sono solo effetti di una sorta di peccato originale della costruzione europea: e cioè che l'euro non può reggere senza un sovrano. Se lasciamo incompiuta la costruzione europea, se non diamo un sovrano alla nostra moneta, se - per dirla con Fitoussi - pensiamo di risolvere con la politica economica un problema di rango costituzionale e non facciamo anche una federazione politica dopo aver fatto quella monetaria, le cose non cambieranno.
    3. Sono convinto che l'esplosione delle disuguaglianze - disuguaglianza: paradigma del neoliberismo degli ultimi 30 anni - insieme con le guerre (finanziate a debito!) sia tra le principali cause di questa terribile crisi. Sono convinto che la sinistra debba fare della riduzione delle disuguaglianze un obbiettivo prioritario. In questo tuo intervento la questione delle idisuguaglianze ci sarebbe stato benissimo.
    Un caro saluto. nino

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  9. Secondo il mio parere, questa e' un'analisi perfetta per scaricarsi la propria coscienza, quindi trovo inutile arrampicarsi sugli specchi, difendendo il "nuovo governo", rinominato da Re Giorgio, di centrodestra, con la prospettiva di durare fino al 2018, la naturale fine leggislatura, cercando, tra l'altro, di attaccare chi contrasta questo disegno politico, per pura convenienza politica, senza pagarne pegno, no, questo non puo' bastare per scaricarsi la coscienza, per poi continuare a cercare di fare politica dentro questo stesso partito (Pd), che ormai ha perso ogni rappresentativita' di una sinistra che non c'e' piu', per cui si abbia il coraggio di uscire da questo pentolone e cercare, fuori il parlamento, una sinistra vera, fatta da valori e principi fondamentali, di cui andar fieri di farne parte, solo se si riesce ad organizzare una vera forza politica di sinistra, potremo contrastare la "piena" grillina che sta travolgendo la politica italiana, altrimenti siamo costretti a soccombere a questa forza devastatrice, che ci spazzera' via, come foglie al vento e questo solo per la nostra incapacita' di formare e unire forze di sinistra. Mi rivolgo a te, perche' hai a cuore queste problematiche, non fare e non fate, (mi rivolgo ad altri che la pensano come te), un"altra "Civatiana" figura, come ormai ci ha abituato, che tradotta in paesano si dice: una Pecionata, pertanto ricordati che alla fine la coerenza paga, per cui quando affermi che, nella lotta politica non sempre ci sono acque tranquille e quindi bisogna stare nel "gorgo" per cambiare le cose, credo che a volte cio' non corrisponde a verita', perche' il piu' delle volte il rischio e' di rimanerci imbrigliato e di affocare in un bicchiete d'acqua, oppure accorgersi che a forza di continuare a lottare nel gorgo per cambiare le cose, fuori le cose sono gia' cambiate, perche' nelle acque melmose in cui il partito e' abituato a navigare, ai cittadini non interessa piu' e, quindi ti ritrovi a combattere una battaglia, gia' persa, senza nessun seguito, senza un'esercito, senza cittadini che nel frattempo sono approdati in altri lidi, la' dove ancora e' possibile costruire una nuova sinistra di governo, la' dove le acque sono piu' limpide, la' dove si da' credibilita' ai valori e principi fondamentali che, la Carta Costituzionale ci insegna, la' dove queste idee si rispettano, puoi trovare il tuo posto naturale, altrimenti continuerai a navigare nelle acque melmose che, prima o poi ti annullano, ti soffocano, fino allo spegnimento totale della tua personalita', se e' questo che vuoi, continua sulla tua strada, ma senza rimorsi di coscienza. Non so se leggerai questo commento, sono parole scritte con il cuore in mano, sappi che io non sono stato mai comunista come te, sono stato socialista e forse dentro ancora lo sono, ma non avrei mai pensato che queste ideologie sane potessero andare a braccetto con chi le ha sempre combattute, ti premetto che sono e saro' sempre di Sinistra. Ora ti auguro buon lavoro.

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    1. Purtroppo la mia coscienza non è affatto scaricata e anzi condivide lo stesso travaglio della tua. Grazie per il messaggio appassionato.

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  10. consiglio di correggere la data del post. C'è scritto 23 dicembre 2014... :-)

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