mercoledì 5 febbraio 2014

Nuovo bicameralismo: al Senato le garanzie, alla Camera il governo

Il dibattito sul bicameralismo parte molto male. Come succede spesso nel discorso pubblico italiano si cercano risposte corrette a domande sbagliate. Come è accaduto in tutte le modifiche costituzionali della Seconda Repubblica si rischia di peggiorare, anziché riformare, l'assetto istituzionale. Occorrono almeno tre passi indietro per ripartire in una prospettiva diversa.

Plebeismo costituzionale
Per ridurre i costi della politica i senatori non verrebbero più eletti dal popolo ma nominati dai consiglieri regionali e scelti tra gli stessi consiglieri. La proposta esalta il ruolo di questa parte della classe politica che è la più lontana dal controllo sia dell'opinione pubblica nazionale sia della partecipazione municipale. Si ottiene così un risultato paradossale: per combattere la Casta si affida esclusivamente al ceto politico la nomina dei membri del Senato. Con un messaggio chiaro. Vale tanto poco la Camera alta da diventare una sorta di “dopolavoro” di politici che dovrebbero essere già molto impegnati nella cura dei rispettivi territori. Poi è inutile lamentarsi dei tanti incarichi dei Mastrapasqua di turno.

Altro che riforma, questo è un “plebeismo costituzionale” che arriva a degradare il modello istituzionale per offrire una finta risposta alla seria questione della Casta. Oltretutto è una soluzione inutile, poiché sono disponibili strumenti più diretti e più semplici per ridurre i costi della politica. Basta diminuire il numero dei  parlamentari. E si possono dimezzare gli emolumenti - come proposi alla prima assemblea dei Gruppi all'inizio della legislatura - eliminando le risorse che i parlamentari devolvono al finanziamento dei partiti e ai servizi di gestione del mandato sul territorio. Rimuovere questa impropria partita di giro consente di uscire dall'attuale anomalia di emolumenti più alti e costi dei servizi più bassi rispetto ai parlamenti europei.


Frattura nazionale
Si intende inoltre soddisfare una domanda di maggiore rappresentanza territoriale del Senato. Eppure questa non sembra affatto carente, se si pensa a quante leggi vengono approvate con ripieno di provvedimenti localistici, dalla chiesa di Padre Pio, ai treni valdostani, alla torre anticorsara di Palo Alto contenuti, ad esempio, nel così detto decreto salva Roma. Certo non sarebbero i consiglieri regionali nominati senatori a ridurre questa frammentazione.

Si annuncia che è giunto il tempo di dare voce in Parlamento alle autonomie locali. Ciò significa attribuire ai nuovi senatori il vincolo di mandato di rappresentare prima di tutto la Regione o il Comune di appartenenza in contrasto con l'articolo 67 della Costituzione. Così gli interessi territoriali si esprimono direttamente, rompendo i pur flebili legami che oggi ancora vengono assicurati dalla mediazione dei partiti nazionali. Nell'aula del nuovo Senato la dialettica governo e opposizione non si esprime più sui programmi politici ma sulle rappresentanze territoriali. Nessuno può impedire, quindi, che si formi una maggioranza del Nord per mettere in minoranza il Sud. Sarebbe la miccia capace di accendere la dissoluzione della fragile nazione italiana.

Si porta a sproposito l'esempio del Bundestrat dimenticando che la Germania coniuga la molteplicità territoriale con una forte unità nazionale. In venti anni i tedeschi sono riusciti a riunificare l'Ovest con l'Est che veniva dal crollo del regime comunista. Nello stesso periodo la storica frattura del nostro Mezzogiorno si è accentuata fino al punto che oggi nessuno ha neppure un'idea su come risolverla. Metterla ai voti in Parlamento potrebbe essere pericoloso. L'Italia è l'unico paese europeo che non può permettersi di poggiare la rappresentanza parlamentare sul cleavage territoriale.


Futurismo legislativo
Si invoca la fine del bicameralismo perfetto con l'esigenza di velocizzare l'approvazione delle leggi. Sembra un argomento vero solo perché viene ripetuto ossessivamente da trent’anni. Ma in realtà il Paese è soffocato dall'eccesso di produzione di leggi. Ogni settimana le Camere approvano testi legislativi di centinaia di pagine, contenenti migliaia di commi che spesso modificano quelli promulgati nei mesi precedenti. Da tanti anni in Parlamento non si approva più una legge organica e astratta. La legislazione è travolta dall'amministrazione corrente e prende la forma di decreti omnibus che assemblano norme frammentate, disorganiche e improvvisate. In tutti i campi della vita nazionale - la scuola, il fisco, la giustizia, il lavoro, le autonomie locali – è diventato ormai impossibile capire come funzionano le regole senza l'ausilio di esperti che sembrano oracoli iniziati ai misteri della dea Burocrazia. 
Davvero bisogna velocizzare? È proprio l’eccesso di legislazione che blocca qualsiasi iniziativa innovativa di imprese, cittadini, organizzazioni sociali e istituzioni. È una peste normativa che si diffonde nella società fiaccandone le energie vitali: “I regni destinati a perire producono molte leggi” (Nietzsche).

Diverse sono le cause dell'epidemia. I burocrati ministeriali invece di amministrare gli uffici preferiscono coprirsi dietro norme esecutive che li esentano dalle scelte e dalle responsabilità della gestione. Di fronte a qualsiasi inefficienza alzano le mani e danno la colpa alle leggi che loro stessi hanno scritto ma altri hanno approvato. I ministri a loro volta cercano soluzioni facili e di immediato impatto mediatico senza avventurarsi su complessi e lunghi processi riformatori. La mancanza di progettualità viene surrogata dai fantasiosi titoli dei decreti – il Fare, il Salva Italia, la Scuola Riparte, il Valore Cultura ecc. - che nei fatti contengono solo provvedimenti occasionali e di corto respiro. La legislazione diventa un proseguimento della comunicazione con altri mezzi. Infine, l'assenza di organiche proposte sollecita i parlamentari a produrre centinaia di emendamenti particolaristici che sbrindellano ulteriormente i testi normativi.

Solo in Italia viene definita riforma la mera approvazione di una legge, con un ribaltamento semantico tra l'obiettivo e lo strumento. Ma il linguaggio rivela sempre una realtà. È infatti proprio il riduzionismo normativo che impedisce di progettare politiche pubbliche intese come programmi complessi volti a cogliere determinati obiettivi con innovazioni organizzative, cognitive, economiche e solo in parte giuridiche. La mancanza di policies strutturate – ad esempio per la scuola, la casa, i trasporti, il lavoro ecc. -  è la vera causa di ingovernabilità del Paese e la più grave arretratezza rispetto all'Europa, come ha osservato autorevolmente Sabino Cassese (La qualità delle politiche pubbliche, ovvero del metodo nel governare, Lectio alla Camera dei Deputati, 11-2-2013). Ma il discorso politico-mediatico si occupa solo dell'ingegneria istituzionale, sempre alla ricerca di modelli che aumentino la velocità di approvazione delle leggi. È un “futurismo legislativo” che promette efficienza e ottiene solo burocrazia. È  un decisionismo senza alcuna vera decisione. Aveva ragione Luigi Einaudi nell’apprezzare la lentezza parlamentare come la virtù capace di limitare gli eccessi normativi.


LA PROPOSTA DEL BICAMERALISMO DELLE GARANZIE


Codici
La vera esigenza nazionale non è la velocità ma la qualità della legislazione. Basterebbero poche leggi l'anno purché scritte in forma semplice e con chiarezza di principi, delegando altresì le funzioni gestionali al Governo e aumentando i poteri di controllo e di indirizzo del Parlamento. Nessuno impedirebbe di farlo con l'attuale ordinamento, ma se proprio dobbiamo mettere mano alla Carta si può introdurre uno strumento nuovo per curare la peste normativa.

Occorre rafforzare la gerarchia delle fonti introducendo un terzo livello: oltre le attuali leggi costituzionali e leggi ordinarie si dovrebbero introdurre le leggi in forma di Codici, intesi come testi unitari che regolano organicamente i principi, i criteri e gli obiettivi nei diversi campi della vita pubblica. Essi dovrebbero riguardare almeno cinque modalità: a) attuazione dei principi e della prima parte della Carta, con particolare riferimento ai casi previsti di riserva di legge; b) tutela dei diritti fondamentali e procedure della giurisdizione; c) ordinamento delle istituzioni riconosciute nella loro autonomia dalla Costituzione (ad esempio, i Comuni e le Regioni, la famiglia, le istituzioni dell'istruzione e della cultura, i partiti); d) armonizzazione con il diritto europeo; e) deleghe legislative al governo e ampie delegificazioni previste nei singoli Codici. Per evitare che rimangano semplici perorazioni a questi testi si dovrebbe conferire una “riserva di codice” che consente di modificarli solo con la legislazione dello stesso rango, cioè con riforme dei codici medesimi, escludendo qualsiasi incursione della legislazione ordinaria e tanto meno della decretazione d'urgenza. La definizione dei Codici è argomento molto complesso e trova valutazioni di fattibilità più o meno positive tra i nostri costituzionalisti. Se si decidesse di introdurre questa fonte legislativa, si dovrebbero chiamare le migliori competenze giuridiche a elaborare soluzioni originali e realistiche.

I Codici sarebbero l'anello di congiunzione tra i principi costituzionali e la legislazione ordinaria. Questa è andata fuori dal seminato proprio perché non ha avuto alcuna forma di contenimento, essendo molto deboli i controlli di costituzionalità sia preventivi sia successivi all'approvazione. La codificazione metterebbe ordine nella produzione normativa creando i grandi bastioni sui quali innalzare la qualità dell’architettura legislativa, ciò che per Mario Dogliani è “un obiettivo che immette nella forma di governo un elemento 'aristocratico', ma di derivazione pienamente democratica”.
I Codici dovrebbero tutelare le garanzie fondamentali indicando al legislatore sia ciò che non può decidere sia ciò che non può non decidere. Cioè le garanzie negative dei limiti posti alla legge allo scopo di tutelare i diritti di libertà e le garanzie positive dei “compiti della Repubblica” al fine di rimuovere gli ostacoli all'eguaglianza (L. Ferrajoli, Dei diritti e delle garanzie, Il Mulino). L'attuazione della Costituzione diventerebbe così la priorità delle riforme istituzionali. L’aggiornamento della seconda parte andrebbe a esaltare il valore della prima parte, sgombrando il campo dalle ipocrisie di chi ha sempre cercato di stravolgere la seconda per intaccare i principi della prima, come accadde nella revisione del 2005.


Al Senato le garanzie, alla Camera il governo.
La riforma del bicameralismo perfetto assume un senso logico e un’utilità nazionale solo se realizza una netta separazione di funzioni: il Senato tutela i diritti e le garanzie, la Camera si occupa del governo del Paese. Questa distinzione potrebbe fondarsi proprio sul nuovo strumento dei Codici che insieme alle leggi costituzionali sarebbero di competenza del Senato ancora in regime di bicameralismo, mentre alla Camera sarebbe affidata in esclusiva la legislazione ordinaria e l’iniziativa di attuazione del programma politico che è risultato vincente alle elezioni.
In tal modo la distinzione di funzioni sarebbe ottenuta sul piano esclusivamente formale e astratto entro i limiti dei Codici e dei principi costituzionali. Si eviterebbero così le incongruenze che nascono quando in Costituzione si opera per riparto di materie e di contenuti, come dimostra la dottrina e anche la pratica (le aporie della legge del 2005 e, in altro contesto, quelle del Titolo V che ora si intende correggere).

Dalla netta separazione discendono alcuni corollari importanti. Il voto di fiducia è di competenza solo della Camera e ciò stimola il Governo ad attuare il suo programma, ma senza poter intervenire con la decretazione sulle garanzie protette dai Codici. Il Senato, non avendo l’onere della governabilità, potrebbe essere composto con legge elettorale proporzionale, non essendoci motivo nel distorcere la rappresentanza con premi di maggioranza che anzi sarebbero in contrasto con le funzioni di garanzia. Ciò risolve alla radice il problema oggi tanto sentito della differenza politica tra i due rami, senza dover ricorrere a particolari accorgimenti della legge elettorale, ma solo perché i nuovi compiti del Senato non hanno bisogno di una maggioranza omogenea a quella della Camera.     

Le funzioni di controllo sarebbero affidate al Senato che potrebbe svolgerle più liberamente proprio perché svincolato dal voto di fiducia. E con l’occasione esse potrebbero essere rafforzate e precisate in diversi punti: valutazione della costituzionalità delle proposte di legge anche con accesso diretto alla Corte;  valutazione delle politiche pubbliche al fine di fornire alla Camera indicazioni sui difetti e sui miglioramenti della legislazione vigente; poteri di indagine sull’amministrazione e di audizione dei manager di Stato, con strumenti severi di controllo come accade nel Senato americano quando vengono ascoltati i capi della Cia o della Nasa o di altre agenzie pubbliche.

Il nuovo Senato sarebbe l’istituzione preposta all’innalzamento della qualità della legislazione. Avrebbe tutto l’interesse a sviluppare i Codici che rafforzano le sue competenze e aiuterebbe anche la Camera a occuparsi di alta legislazione sottraendosi all’attuale monopolio governativo della decretazione. Il bicameralismo non sarebbe più perfetto, guadagnerebbe una dialettica tra garanzie e governo che andrebbe a beneficio dell’autorevolezza del Parlamento.
In tal modo la riforma del bicameralismo risponderebbe ad una reale esigenza del Paese liberandosi dalle tre domande sbagliate che hanno finora fuorviato il dibattito.

Contro il plebeismo costituzionale il Senato diventerebbe a tutti gli effetti la Camera alta, come luogo della sovranità dei diritti e delle garanzie, come istituzione ispirata all’attuazione della Carta.
Contro la peste normativa che sfianca lo Stato e la società promuoverebbe una produzione legislativa di alta qualità, regolando con maggiore efficacia e semplicità la vita nazionale.
Contro il pericolo della frattura territoriale sarebbe un presidio dell’unità nazionale. La cura dei Codici delle istituzioni locali offrirebbe una garanzia nel riconoscimento delle autonomie ai sensi dell’articolo 5 della Costituzione. Alla Camera invece spetterebbe il compito di integrare le politiche pubbliche avvalendosi del contributo di una rinnovata Conferenza Stato-Regioni.
La logica conseguenza è che il Senato delle garanzie non può essere legittimato con le nomine di secondo grado, ma soltanto con la fonte primaria del suffragio popolare.

16 commenti:

  1. Caro Walter,
    sono approdato al tuo blog attraverso il tuo intervento sulla vicenda della Banca d'Italia, di cui condivido integralmente il contenuto.
    Ho quindi "scoperto" anche questo tuo intervento in tema di riforma del bicameralismo. Condivido la necessità che l'asetto istituzionale e i meccanismi elettorali consentano di garantire l'esercizio efficace sia del potere esecutivo , sia del potere legislativo (oggi invece sacrificato proprio in nome della "governabilità"). La tua proposta è una possibile soluzione; un'altra potrebbe essere l'elezione diretta del Premier con un meccanismo maggioritario e l'elezione su base proporzionale di una sola Assemblea parlamentare. Ma la cosa più rilevante è che questo tema completamente assente dal dibattito attuale, dove in nome della "governabilità" si apre la strada a meccanismi maggioritari che depotenziano il potere legislativo.
    Resta infine un quesito forse "brutale" - ma che mi pare ti pongano altri tuoi commentatori - come si conciliano le tue posizioni con il tuo permanere nel PD?
    Un caro saluto
    Gerardo Marletto

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    1. Caro Gerardo, che piacere risentirti.. Il dibattito pubblico italiano, hai ragione, si impoverisce sempre più. Le soluzioni sbagliate nascono da discussioni impostate male. Sul Pd, come diceva il mio maestro, bisogna stare nel gorgo.
      Scrivimi sulla mail del Senato se vuoi.

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  2. Ok...sono di nuovo d'accordo con te. MA questa posizione come la difendi dentro al PD? Quanti dentro al PD convergono su di essa? e quanti nel PD sono disposti a sostenerla di fronte alla maggioranza che punta alla riforma per la riforma?

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    1. Io e tanti altri compagni pensiamo che si giusto sostenere proposte sensate come questa, ma lo si deve fare proprio dentro il PD, che è un grande partito di massa, lavorando per spostare gli equilibri al suo interno e valorizzare il patrimonio di milioni di nostri concittadini che continuano a votare per il bene comune sperando in un Paese migliore.

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  3. Caro Walter, come sempre le tue proposte sono condivisibili. Ma mi sembra che il treno Renzi abbia già deciso altrimenti.
    (da Repubblica del 6 febbraio) "In 120-150 non eletti dai cittadini eleggeranno il capo dello Stato. Il progetto di Renzi, oggi proposto in Direzione, condiviso da Verdini e Fitto. Andrebbero a Roma i governatori e i consiglieri locali"
    Mi sembra che il commento di Monica de simone sia appropriato....
    Marco

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    1. ciao Tom, questo è il mio intervento alla riunione dei senatori del Pd; diversi colleghi hanno mostrato interesse; vedremo.. Si lavora controvento... Un caro abbraccio

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  4. Ma il tema dei codici (rilevantissimo per come lo delinei) resterebbe, stante la formazione proporzionale del Senato, in tutta probabilità affidato a convergenze tra formazioni politiche diversissime. D'altra parte ben vedo che una logica maggioritaria, nell'alternanza delle legislature e delle "maggioranze", sarebbe una negazione in termini della questione dei codici, cioè di un livello ragionevolmente stabile dei quadri di legislazione. E' la solita questione, in un paese "normale" i partiti avversari condividono non solo l'assetto istituzionale-costituzionale ma anche le impostazioni di fondo delle politiche statuali. Non è così da noi, e mi pare che per trovare soluzione a questo servano almeno dieci anni di "rinascita civica".
    Comunque fai bene a riportare tutte le questioni di fondo che hai sollevato. E' un contributo prezioso. Come quello che oggi dà Vincenzo Visco sul Sole24ore a proposito di Titolo V. Non credo che siano solo voci di testimonianza.
    Oggi c'è una gran spinta a cambiare. La esplicitazione degli intenti di fondo (poteri di sindacato, garanzie, coordinamento legislativo..) può attenuare i rischi di crear mostri, in particolare - come giustamente sottolinei - sul versante dell'unità nazionale. Se son chiari gli intenti, anche le forme istituzionali adeguate si possono trovare.
    Il tema del finanziamento pubblico ha una sua autonomia. A me piacerebbe un PD che, insieme all'azzeramento di tutte le forme attuali, dirette e indirette, riproponesse il principio del finanziamento pubblico, commisurato a ragionevoli necessità, insieme ad art. 49 Cost...
    Valerio Russo

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    1. Grazie Valerio per le utili osservazioni

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  5. ma c'era proprio bisogno dopo gli esposti contro de rosa e solarel di denunciare beppe grillo

    volete proprio perderli tutti i vostri elettori ?????????

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  6. antonello salce7 febbraio 2014 20:40

    Proposta suggestiva ma con varie incognite. Piuttosto che distinguere le competenze delle due camere, sarebbe necessario separare esecutivo e legislativo. Il presidenzialismo é considerato un pericolo, ma per me è evidente che la distorsione dei poteri legislativi del governo é il vero male di questi anni

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    1. Condivido, la legislazione diventa una prosecuzione dell'amministrazione e produce solo burocrazia, bisogna arginare questa deriva frenando l'ipernormativismo dei ministeri

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  7. A me questa proposta non convince proprio per nulla.
    Primo avere un senato eletto proporzionalmente e che legifera sui codici ci porterebbe ad una discrasia notevole con la camera che governa il paese e legifera ordinariamente sulla base di quei codici (!!!???).
    Poi l'introduzione dei codici come ulteriore fonte legislativa mi pare un'architettura ridondante.
    Codici nel nostro paese ce ne sono, senza che siano definiti fonte primaria o di altra natura.
    La farraginosità delle leggi e la promiscuità di materia non si risolve con quei codici, ma con una classe politica e dirigenziale seria, che sa scrivere le leggi e le fa scrivere da chi ne ha la capacità e professionalità.
    Una semplificazione sarebbe semmai quella di rendere obbligatoria la stesura coordinata delle leggi allorchè vi si apportino delle modifiche o integrazioni, riformulandone anche la numerazione e laddove si citano richiami di precedenti leggi, riportarne il testo per ciò che si richiama.
    Quindi non è che occorre un Senato tecnicistico per fare leggi fonte, ma tecnicizzare l'emanazione delle leggi secondo regole di chiarezza e trasparenza, così da renderle comprensibili a tutti e non soggette alle interpretazioni più varie di ministeri e avvocati.
    Il cappello, assai lungo e ampolloso criticamente, porta poi ad quella proposta davvero risibile e incongruente.

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    1. Caro Anonimo, la sua critica è molto più interessante del tono spregiativo che chiude il messaggio. Sono d'accordo che una buona qualità della legislazione si potrebbe ottenere con la professionalità dei legislatori e degli uffici legislativi (che sono decaduti a livelli allarmanti). Infatti, nel testo sostengo che si potrebbe agire in via ordinaria senza toccare gli assetti istituzionali. Può leggere in questo blog perché ritengo l'attuale classe politica inadatta a riformare la Costituzione. Però se poi si apre la discussione sul bicameralismo cerco almeno di finalizzarlo a migliorare il processo legislativo. Certo è discutibile la divisione di competenze tra garanzie e governo, ma risponde a mio avviso proprio alla crisi del bipolarismo italiano. Nel Ventennio i due poli sono stati molto vicini nell'indirizzo di governo (spesso omologato al mainstream liberistico europeo, anche se in versione più dolce a sinistra), ma si sono divaricati sui pilastri istituzionali, procedendo spesso a modifiche unilaterali, come il Titolo V a sinistra e il Porcellum (e tante altre schifezze) a destra. La mia proposta, un po' provocatoria e lo ammetto, va nella direzione opposta: concordare al Senato le regole fondamentali, come avviene nelle democrazie mature, e rappresentare alla Camera un limpido conflitto tra diversi progetti di governo, tra maggioranza e opposizione.

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    2. Sen.Tocci devo contraddirla in quanto ad omologazione al liberismo il csx lo ha sposato anima e corpo molto piu' del cdx.Si vada a rivedere la storia delle privatizzazioni oppure vada sul sito del ministero del tesoro alla voce libro bianco delle privatizzazioni vedra' che i governi di csx si sono comportati in maniera molto piu' liberista dei governi di cdx .Il csx era ed e' completamente asservito al liberismo ed ai grandi gruppi economici che con le privatizzazioni hanno fatto affari d'oro.Comunque basta vedere le vicende di questi giorni per capire che il csx e' il braccio parlamantera di certi poteri economico liberisti la vicenda Bankitalia parla da se Berlusconi nel 2005 emano' una legge per farla tornare in mano allo stato (dopo che Amato nel 92 privatizzando le banche pubbliche che ne detenevano il capitale l'aveva di fatto privatizzata)mentre il csx con il ddl imu bankitalia e' andato nella direzione completamente opposta quindi veda un po lei chi e' piu' liberista.Sen Tocci avete preso il mio voto per 30 anni credendo che votando voi avrei votato chi difendeva gli interessi generali del paese ma con la rete e purtroppo tardi ho scoperto che invece ho votato chi ha legami e interessi che fanno comodo solo ad alcunii poteri.Vgliamo parlare della notizia di oggi in cui viene fuori che il nostro presidente mesi prima che il governo Berlusconi cadesse aveva preso contatto con un uomo che lavorava per la Goldman Sachs ed era uno dei membri piu' illustri del Bilderberg?Uomo che in dispregio di ogni regola democratica senza essere stato eletto da nessuno in due giorni e' stato fatto senatore a vita e presidente del consiglio?Uomo a cui l'attuale premier anche lui noto frequentatore del bilderberg invio un biglietto con su scritto " allora i miracoli esistono".Sa senatore io ero rimasto al tempo in cui i leader del PCI gli unici circoli elittari che frequentavano erano i circolini ARCI,ma vedo che oggi invece i tempi sono cambiati e si preferiscono uomini che frequentano club per Banchieri finanzieri e via dicendo , vabbe' i tempi sono cambiati e dovremo adeguarci ma per favore ci risparmi quel "piu' dolce a sinistra" ora esiste la rete e per i fondelli non ci facciamo piu' prendere si faccia spiegare dal "compagno"Napolitano come mai si adopero' per portare Monti alla presidenza del consiglio,quando stando ai sondaggi il csx avrebbe vinto agevolmente le elezioni certo le rispondera' che per la situazione economica non si poteva votare come ora ci avete detto che il ddl Bankitalia andava votato subito per forza per non far pagare l'imu agli Italiani si usano le false emergenze per far passare cose che fanno comodo a certi ambienti.Se dentro il PD esiste ancora qualcosa di quello che fu' il vecchio PCI vi domando come fate a non vedere che avete consegnato il paese in mano ai potentati affaristicobancariofinanziari che adesso finiranno di svendere quello che rimane delle partecipate ( il grande piano di privatizzazioni di Letta e Saccomanni) e dopo ci manderanno a votare ma tanto a quel punto chiunque vinca le elezioni saa' succube dell'economia perche' di quello che fu il patrimonio pubblico delle banche e delle aziende statali non rimarra' piu' niente e quindi' non rimarra piu' niente su cui poter agire come leva economica per salvare.

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  8. Il sistema ha evidentemente lo scopo di rilanciare l’attività del legislativo individuando un nucleo duro di legislazione sottratto ai condizionamenti della maggioranza governativa e volto alla salvaguardia dei diritti fondamentali.

    Lo schema sembra distinguere l’attività del Senato da quella della Camera a prescindere dall’attribuzione di materie specifiche; il Senato potrebbe insomma emanare dei Codici su qualsiasi materia sottraendola alla maggioranza della Camera.

    Tale sistema tuttavia nella misura in cui attribuisce una primazia al Senato e ne svincola l’attività da quella del Governo, presenta problemi analoghi a quelli dei sistemi presidenziali ove il legislativo risulta essere assolutamente indipendente dal Governo.

    Esempio I. Il Senato approva un Codice tributario con previsione di imposte, basi imponibili, aliquote, esenzioni e detrazioni – punto sub a): la Costituzione prevede la riserva di legge sulle norme tributarie e dunque sarebbe possibile l’approvazione di un Codice da parte del Senato. La maggioranza che alla Camera sostiene il Governo non potrebbe più modificare tali previsioni. In tal modo il Governo, e con lui la maggioranza non disporrebbe del principale strumento legislativo utile ad affermare politiche redistributive o incentivanti.

    Esempio II. Il Senato approva un Codice degli incentivi alle imprese. Anche in tal caso la maggioranza della Camera ed il governo non potrebbero impostare una politica industriale – il Senato potrebbe approvare tale codice in base alle attribuzioni riconosciute sub e) nella proposta.

    Esempio III. Il Senato approva un Codice della scuola o uno sull’organizzazione della Pubblica amministrazione. Nessuna possibilità di riforma residuerebbe in capo al Governo (e alla sua maggioranza) – tali interventi sarebbero possibili perché ricompresi nel punto c) delle attribuzioni del Senato individuate nella proposta.

    E’ evidente come il nuovo ramo del legislativo, avocando semplicemente a sé una parte significativa della legislazione, rischi di esercitare un autentico potere di veto sull’attività della maggioranza alla Camera.

    Un primo correttivo potrebbe consistere in una più marcata definizione delle materie di competenza delle due Camere. Giustamente Tocci osserva che il riparto per materie comporta una serie di problemi applicativi che – come avviene oggi per le Regioni e lo Stato.
    In questo senso un correttivo più semplice consisterebbe nel sottrarre al Senato qualsivoglia atto normativo che comporti una spesa per lo Stato o che importi una modifica del bilancio nonché tutta la materia fiscale. In tal modo il Governo disporrebbe degli strumenti legislativi di base necessari per adempiere al suo mandato politico (politiche redistributive, di incentivo, di riforma delle istituzioni).

    Permanendo una certa elasticità delle attribuzioni si potrebbe introdurre un contrappeso analogo a quello dei sistemi presidenziali: la Camera del deputati potrebbe porre il veto su un Codice e, in tal caso, il Senato dovrebbe riapprovarlo con una maggioranza dei 2/3 (analogamente a quanto è previsto negli Stati Uniti per disciplinare i rapporti tra Presidente e Parlamento).

    Maurizio Di Palma

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  9. Caro Walter,
    ho già avuto modo di esprimerti le mie forti perplessità sulla proposta renzian-berlusconiana sulla riforma del Senato. Condivido la tua riflessione, soprattutto per quanto riguarda:
    - Il plebeismo costituzionale (efficace espressione, ma, mi spiace dirlo, “de vobis fabula narratur”; vedi la modifica del Titolo V della Costituzione);
    - la congestione legislativa di cui soffre il nostro Paese ( le sole norme prodotte per il governo (?) della scuola mi è stato detto superino in numero l’intera produzione legislativa del Parlamento USA)
    - la conseguente paralisi dei decreti e dei regolamenti attuativi di leggi intricate e spesso contraddittorie, che consentono, come un fitto sottobosco, il mimetismo dei responsabili.
    Molto acuto il tuo definire “futurista” il modo di pensare e di procedere di Renzi. Non ci avevo pensato!
    Hai anche ragione a dire che la soluzione non è quella di creare un Senato /CNEL, inutile se non dannoso binario morto per i giubilati a livello locale, ma quella di ridurre (dimezzare?) il numero di tutti i parlamentari e i loro emolumenti.
    Il paragone con il Bundesrat tedesco è demenziale, vista la struttura accentuatamente federale e altrettanto solidamente coesa della Germania.
    Sono anni che dico che c’è un urgente necessità di ricostituire un TU per la scuola (l’ultimo risale al 94 e non tiene conto della “rivoluzione” autonomistica) e un Senato autore e sentinella dei Codici di riferimento nei diversi settori-chiave della nostra società mi piace molto, poiché riqualificherebbe il bicameralismo e impedirebbe l’orrore della decretazione omnibus.
    Il tempo però è molto poco e la confusione tanta. Ti chiedo: che risonanza hanno all’interno del PD queste tue idee? Renzi che diventa presidente del consiglio in questo modo, e che è quello che è, mi spaventa. Non penso sia più il tempo degli indugi. La rabbia e l’astio che ho letto nei commenti anonimi al tuo pacato argomentare sono sintomi di cui bisogna tener conto. E’ ora di venire allo scoperto. Non bisogna più tacere dinnanzi allo sfregio che si è fatto in questi ultimi tre anni delle più elementari regole del vivere democratico. Se ad alzare la voce saranno persone che ragionano, capaci di tirarsi fuori dal Barnum dell’informazione, forse c’è ancora qualche speranza. Altrimenti la pancia del paese prenderà il sopravvento e saranno guai.
    Claudio S.

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