martedì 2 dicembre 2014

In ricordo di Silvano Andriani


Riporto di seguito il mio intervento odierno in Senato in ricordo di Silvano Andriani.

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Signor presidente, onorevoli senatori,

è venuto a mancare ieri Silvano Andriani, senatore della Repubblica nella IX e X legislatura, stimato esponente della sinistra italiana e valente studioso della politica economica. Ci uniamo alla commozione che il Presidente Repubblica ha voluto esprimere ieri con parole affettuose e piene di vividi ricordi. 
Poche ore fa a Tor Vergata lo hanno salutato gli amici, ancora sgomenti per la notizia inaspettata. Per sua volontà nulla si era saputo della malattia e nessuna parola è stata pronunciata nella camera ardente. Ha cercato anche nella morte quella sobrietà riflessiva che lo ha accompagnato nella vita. Inn privato come in pubblico è sempre riuscito a mettere in tensione creativa le differenze, tra la ritrosia e la socievolezza, tra la necessità e la bellezza, tra il rigore e l’invenzione, tra la coerenza di partito e quello spirito libertario che in gioventù aveva attinto alla sorgente di Lelio Basso.

Forse non avrebbe voluto neppure questa commemorazione; mi sembra quasi di sentire il suo rimprovero mentre parlo a voi, cari colleghi. Credo però che valga la pena, ancor di più in questi tempi difficili, di onorare la memoria di un uomo politico che ha servito il Paese con sapienza, lungimiranza e onestà.

Silvano Andriani ha rappresentato il Pci in questa aula del Senato, cercando sempre un confronto leale con le altri parti politiche. Da ricordare i suoi dibattiti in commissione bilancio con l’allora ministro Beniamino Andreatta - due persone così diverse tra loro per le matrici culturali e per i ruoli di maggioranza e opposizione, eppure così vicini per la medesima curiosità verso il cambiamento del Paese. Correvano gli anni ottanta, quel decennio di passaggio tra una ripresa del vitalismo produttivo e il conservatorismo dell’oligarchia finanziaria. Andriani sapeva cogliere i nessi tra politica industriale e dimensione finanziaria, non solo nell’attività parlamentare, ma soprattutto nell’attività di ricerca del Cespe, che sotto la sua direzione fece crescere una nuova generazione di economisti di sinistra.


Questa attenzione ai nessi gli ha consentito di trovarsi sempre in anticipo nell’analisi. Negli anni duemila ha visto per primo l’avvento della grande crisi che ancora ci attanaglia. È impressionante rileggere oggi il suo libro del 2006, L’ascesa della finanza, in cui analizza la possibile frattura proprio a partire da cause reali che riguardano l’eccesso di diseguaglianza e il debito privato che rimpalla su quello pubblico.

La stessa attitudine, negli anni settanta da dirigente del Pci toscano, lo aiutò a superare il paradigma dell’arretratezza e a vedere la nascita dei nuovi distretti industriali incrociando gli studi innovativi della scuola di Becattini. Si creò una circolazione virtuosa tra invenzione imprenditoriale, coesione sociale, elaborazione culturale e politica locale. Qualcosa di analogo avvenne anche nelle regioni bianche della terza Italia e questa economia del territorio è stata forse la nostra innovazione più ammirata nel mondo. 

Nella curiosità per i distretti non gli fece velo la formazione macroeconomica, maturata nella grande stagione della programmazione ai tempi del miracolo economico. Aveva studiato alla scuola di Claudio Napoleoni e della Svimez, allora una finestra aperta sul mondo da cui entrava l’aria fresca del riformismo del New Deal e dell’esperienza scandinava. Aveva iniziato la sua militanza nella Cgil, che all’epoca - forse i giovani di oggi non lo sanno - aveva una cultura riformista più avanzata rispetto allo stesso Pci.

Ricordo che quando Silvano mi raccontava quegli anni gli si illuminavano gli occhi. Non per decadente nostalgia, sapendo lui bene che gli obiettivi e le tecniche di quella programmazione sono assolutamente improponibili nel mondo d’oggi. Era piuttosto il bagliore di una nuova ambizione da dare all’Italia. Lo diceva lui stesso: avremmo oggi tanto bisogno di ritrovare l’energia intellettuale e politica che si creò al tempo, nell’incontro tra le migliori risorse culturali del paese: dal cattolicesimo di Pasquale Saraceno al riformismo socialista di Riccardo Lombardi, dai tecnici formati da Francesco Saverio Nitti - molto più appassionati dei tecnocrati di oggi - fino alla sensibilità popolare di un Giuseppe di Vittorio. Il suo Piano del lavoro era tornato negli ultimi scritti di Silvano, non come consolazione ma come pensiero per il futuro. 

Conservo con cura la sua ultima mail, in cui mi raccomandava, come sinistra, di non chiuderci sulla difensiva, e anzi di proporre noi una nuova idea dell’impresa: non più basata solo sul valore degli azionisti, ma pienamente responsabile di fronte a tutti i suoi portatori di interessi, prima di tutto i lavoratori, così come ai consumatori e alla qualità ambientale. Soprattutto ci invitava sempre a leggere l’economia come scienza storica e sociale, utile non solo come compito a casa ma anche dare un indirizzo nuovo al destino dell’Italia e dell’Europa.

Silvano ci è sempre stato avanti, e abbiamo faticato a stargli dietro. Ne sono sorte perfino delle incomprensioni, e forse sono mancati riconoscimenti per il suo valore.
Cari colleghi, nel rivolgere un abbraccio affettuoso alla moglie Santina e al figlio Luca, salutiamo Silvano Andriani con una certezza, un dubbio e un impegno.

La certezza di avergli voluto bene.

Il dubbio di non averlo compreso fino in fondo.

L’impegno di cercare ancora nel suo pensiero e di additarlo ai giovani come esempio di un uomo che ha onorato la politica e la cultura italiana.

3 commenti:

  1. Caro Walter, grazie della commemorazione di Silvano Andriani, persona che ricordo con grande rispetto e ammirazione; esponente di una sinistra onesta, sobria e competente.
    Quella sinistra che tanto mi manca.
    Ecco una frase estratta da "L'ascesa della finanza", libro che mi ha insegnato molto, mi ha messo sulla buona strada.
    "la causa principale dell’aumento delle disuguaglianze nei paesi avanzati è il mutamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro.
    Ciò che è cambiato è il fattore istituzionale che regola la distribuzione del reddito: ieri era un accordo tra parti sociali benedetto dai governi a collegare la dinamica delle retribuzioni a quella della produttività: oggi sono i “mercati”, vale a dire le politiche monetarie delle banche centrali, che per loro natura sono indirizzate soprattutto a tutelare il risparmio, cioè il capitale. Nella stessa direzione ha operato la totale liberalizzazione dei movimenti di capitale".
    nino

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  2. aooo ma non te dovevi dimette? non solo non ti sei dimesso hai votato si alla fiducia pure ieri sul job act. ce lo ricordiamo alle prossime elezioni, tranquillo.

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  3. Angelo Ruggiero13 dicembre 2014 19:42

    Cari Walter TOCCI e Paolo BORIONI, con mestizia ma con estrema attenzione ho letto la commemorazione di Silvano Andriani riportata sulla rete. La lettura mi ha acceso un lontano ricordo,quando a Roma presso il Circolo Giacomo Matteotti Piazza Goldoni 47 Roma, presieduto da Giuliano Vassalli, Andriani venne a intrattenerci sull'opera, l'azione e il pensiero di Lelio Basso nella storia del Movimento Socialista. Io insieme ai compagni presenti rimanemmo rapiti dall'effluvio delle sue parole e dai concetti politico-economici del suo robusto, appassionato e vivace intervento. Certo quel passaggio,perlomeno per me, ma credo anche per altri,lasciò tracce che mi hanno accompagnato nel percorso dei miei interessi per la politica.l'economia. e la storia del movimento operaio e socialista.

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