lunedì 29 maggio 2017

La piazza del Mondo

Considerazioni su via Alessandrina, i Fori e il Colosseo



Uno sparo si ode nella notte dei Fori Imperiali. Si demolisce la via Alessandrina nel silenzio di ogni discorso pubblico. La città rabbuiata dal lungo non governo viene risvegliata dal rumore delle ruspe che demoliscono senza un progetto. Tutte le opere cittadine sono bloccate, i servizi non vengono curati, le decisioni grandi e piccole sembrano impossibili, ma improvvisamente la volontà del Campidoglio si erge contro una via della Roma cinquecentesca. Sulla distruzione si compone un'insolita concordia politica. Si è cominciato con un grave errore del sindaco Marino, non condiviso dal suo assessore all'Urbanistica. La giunta Raggi l'ha confermato, mettendo da parte la consueta diffidenza per i predecessori. Il Ministero dei Beni culturali e il Comune litigano su tutto tranne che sulla demolizione.


La presenza della città assente

Che cosa ha fatto di male la via Alessandrina per meritare tanta furia distruttiva? Eppure è una balconata sopra i Fori di Traiano e Augusto molto amata dai cittadini e dai turisti; è l'unico angolo visuale delle architetture di Apollodoro non turbato dalle retoriche del Muňoz; è l'unica passeggiata nei Fori che, lontana dal traffico, permette di ascoltare le parole del vicino, il rumore dei passi e il silenzio dell'eterno. Già Raffaello nella lettera a Leone X lamentava che "son state ruinate molte cose belle.. nella via Alexandrina", come ci ricorda Tomaso Montanari. All'inizio del secolo Corrado Ricci aveva previsto di demolire solo le case sul lato orientale per aprire la prospettiva sui monumenti antichi, mentre considerava di scarso interesse la parte occidentale contigua all'attuale via dei Fori. In parte gli scavi successivi gli hanno dato ragione e oggi la via Alessandrina offre una vista ravvicinata sulle quinte traianea e augustea. 

A me la demolizione pare un errore, ma rispetto il parere favorevole di alcuni studiosi. Tutti insieme, però, i sostenitori e i critici dovrebbero opporsi alla cancellazione di un paesaggio storico senza una giustificazione culturale che può venire solo da un progetto di sistemazione dell'area. Ed è grave che il progetto manchi da tanto tempo. Si sono susseguite soporifere commissioni miste tra Ministero e Comune che, come ammettono le stesse relazioni conclusive, hanno indicato parziali aggiustamenti senza produrre un'intuizione moderna del centro antico. 

Nella penuria di idee si manifesta l'ignavia della politica e si rischia il naufragio dell'archeologia. Il poderoso scavo realizzato negli ultimi venti anni ha prodotto uno straordinario avanzamento della conoscenza storica delle antichità, che però sembra accompagnarsi a un arretramento della moderna cultura urbana. Il risultato è desolante: l'area dello scavo è un immenso cratere incomprensibile ai non addetti ai lavori, le sistemazioni sono rabberciate nelle funzioni e povere negli stili, la separazione dal tessuto urbano è perfino accentuata rispetto all'assetto degli anni trenta. Che la situazione sia ritenuta accettabile e non susciti l'indignazione degli studiosi, che si presenti senza pudore all'opinione pubblica mondiale, che non richiami alla responsabilità i poteri pubblici, tutto ciò offre una misura del disorientamento della Capitale

martedì 23 maggio 2017

Sulla svendita di un paesaggio del Palatino

La svendita di un paesaggio del Palatino, l'installazione di una struttura straniante e invasiva, la preclusione per tre mesi di una parte della vista nell'area archeologica. Con il musical di Nerone la volgarità ha superato la responsabilità nel governo dei beni culturali.

lunedì 8 maggio 2017

Pullman turistici e paesaggio urbano a Roma

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 7 Maggio.

I pullman e il paesaggio urbano, due realtà incompatibili. Si può risolvere il conflitto senza limitare e anzi migliorando l'accoglienza turistica della capitale? L’esperienza mi dice di sì, come si dimostrò durante il Giubileo del 2000 con un piano molto semplice: 1) limitazione del traffico dei pullman sul Gra con esclusione delle vie d'accesso ai parcheggi di scambio con trasporto su ferro (Ponte Mammolo, Anagnina, Aurelia, Saxa Rubra ecc.); 2) sanzioni severe con multa innalzata a un milione di lire e l'introduzione delle grandi ganasce (si ottenne dal Governo un apposito decreto di omologazione); 3) aumento dell'offerta di trasporto pubblico a un livello mai raggiunto di 130 milioni di Km-vettura (oggi è sceso sotto i 90 milioni, e la differenza spiega il disagio quotidiano; 4) sperimentazione della rete di trasporto J dedicata ai principali luoghi turistici, aggiuntiva a quella dell'Atac e gestita da privati senza oneri di servizio per il Comune.

Il piano funzionò al di là delle migliori aspettative. Fu merito del sindaco Francesco Rutelli che non solo lo volle ma ne garantì l'attuazione, resistendo alle smodate proteste dei tour operator e alle pressioni riservate del Vaticano. Sulla stampa internazionale gli avversari delle nuove regole inscenarono una rappresentazione apocalittica della Città Eterna barricata contro i visitatori, ma il coraggio dell'Amministrazione venne premiato dai risultati. La città liberata dai pullman costituì uno dei principali fattori di successo internazionale del Giubileo.

Francamente non ho mai capito perché quella sperimentazione di successo non divenne regola ordinaria per le successive amministrazioni. La sindaca Raggi aveva promesso di fare meglio, e ora propone un pacchetto di provvedimenti certamente utili, ma molto al di sotto delle necessità e delle possibilità. Eppure con le tecnologie di oggi si potrebbe fare perfino di più rispetto al 2000, migliorando e ampliando i quattro punti del piano originale.