lunedì 5 giugno 2017

Il rischio di un Parlamento devoto ai capi-partito


La nuova legge elettorale chiamata “tedesca” è in realtà molto italiana. Con le precedenti - Porcellum e Italicum - ha in comune il potere dei segretari di partito di nominare gran parte dei parlamentari sottraendoli alla scelta effettiva degli elettori. Cambiano le leggi e i proponenti, ma rimane costante la pretesa di un Parlamento devoto ai capi-partito di maggioranza e di opposizione. Si conferma la causa profonda della crisi politica italiana, ormai consegnata a leader incapaci di governare il Paese, ma determinati a conquistare la fedeltà personale dei parlamentari. Non a caso Grillo, Berlusconi, e Renzi, pur diversi su tutto, hanno in comune proprio la diffidenza verso la libertà di mandato prevista dall’articolo 67 della Costituzione. Gli uomini soli al comando vogliono un rapporto immediato con il popolo e non riescono ad ammettere una diversa fonte di legittimazione nel rapporto diretto tra eletti ed elettori.

La comune visione antiparlamentare emerge con chiarezza ora che si sono messi a scrivere insieme la legge elettorale. Sono arrivati perfino a stabilire che il capolista bloccato dovesse essere eletto al posto del candidato vincente nel collegio. Poi, di fronte alle proteste e al pericolo di incostituzionalità, hanno dovuto recedere, mettendo però una pezza peggiore del buco. Si dice che con il nuovo testo i vincitori nei collegi sono garantiti, ma guarda caso ciò si ottiene riducendo il numero dei collegi dove scelgono gli elettori e aumentando i seggi a disposizione delle liste decise dai capi-partito. Prima i nominati erano solo il 50% e ora diventano quasi i due terzi del Parlamento. Non capisco come si possa gioire di questo peggioramento.

Molti, anche nel PD, si rendono conto dell’errore ma dicono che non si può migliorare il testo perché siamo vincolati all’accordo con gli altri partiti. Certo, è un principio giusto, non si può ripetere lo scarabocchio dell’Italicum approvato con voto di fiducia. Non si può neppure negare, però, che Renzi ha ottenuto un pessimo risultato perché nella trattativa ha puntato tutto sul voto a settembre, lasciando i contenuti della legge alle preferenze degli altri partiti.

La nostra politica non può essere ridotta nuovamente ad un azzardo personale. Il PD ha elaborato da tempo le proposte di merito, e non può rinunciarvi solo per l’assillo di buttare giù un altro suo governo, ripetendo con Gentiloni quanto fatto con Letta. La cultura istituzionale del PD è sempre stata basata su un rapporto equilibrato tra rappresentanza e governabilità. In questa legislatura, incredibilmente, ha oscillato tra i due eccessi dell’ipermaggioritario con l’Italicum e ora del proporzionale puro.


Il PD dovrebbe riaprire la trattativa per vedere riconosciute almeno parte delle sue proposte. Basterebbero dei semplici emendamenti al testo attualmente in discussione alla Camera. Si potrebbe pensare di istituire piccoli collegi in numero pari ai seggi del Parlamento, da assegnare in modo maggioritario ai candidati che superano il 40% e ripartendo tutti gli altri in modo proporzionale secondo la vecchia legge del Senato. 
In questo modo si consegnerebbe lo scettro agli elettori, che non solo sceglierebbero tutti gli eletti, ma determinerebbero anche la logica di funzionamento del sistema elettorale. Non sarebbe più il legislatore a fissare a priori le quote tra listini e collegi. Con questa soluzione sono i cittadini a decidere se prevale il maggioritario o il proporzionale nel loro collegio. E viene eliminata la possibilità di bloccare le liste da parte dei capi partito, al tempo stesso senza ricorrere però al voto di preferenza che ha alimentato i fenomeni corruttivi.

I collegi sarebbero più piccoli di quelli del Mattarellum e consentirebbero agli elettori di vedere in faccia l’eletto - non solo al momento del voto ma nel corso dell'intero mandato. Un’assemblea di parlamentari profondamente radicati nella realtà del Paese sarebbe un formidabile contrappeso agli eccessi dei leader di maggioranza e di opposizione. Nascerebbe una nuova classe politica che sentirebbe come primo dovere il radicamento popolare; certo, seguendo l’indirizzo del proprio partito, ma con la dignità necessaria a frenarne le intemperanze e gli avventurismi. 
Questo è ciò che i capi partito vogliono evitare. Non a caso è proprio ciò che serve alla democrazia italiana.


13 commenti:

  1. Caro Tocci, sto ancora aspettando che qualcuno mi dica quando è stato che gli elettori abbiano scelto i candidati da mettere in lista o in cima alla lista; anche con il Mattarellum ci siamo trovati a dover votare personaggi imbarazzanti.
    È sempre stato così e tu sai bene come hanno sempre funzionato certi meccanismi all'interno dei partiti; non facciamo sempre i sepolcri imbiancati, cerchiamo di essere realisti e poi ...
    Io vengo da PCI come te; in quel partito non c'era bisogno di far eleggere i fedelissimi perché, fedeli o meno, le decisioni prese venivano fatte rispettare.
    Mi sembra logico che il Partito, ed il suo attuale segretario, vogliano poter contare su chi fanno eleggere; cerchiamo di essere onesti con noi stessi.

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    1. Caro Fabio, hai ragione nel dire che un certo conformismo c'è sempre stato, ma oggi siamo di fronte a una radicale trasformazione nel rapporto partiti-istituzioni. Non farti prendere dalla nostalgia del centralismo democratico, che non era una regola disciplinare ma la conseguenza di una visione del mondo oggi irripetibile. Comunque i vecchi partiti vivevano nella centralità del Parlamento. Oggi, invece, i leader mediatici hanno bisogno di un rapporto esclusivo con il popolo e pretendono di nominare i parlamentari creando quella frattura con gli elettori a cui è stato dato nome Casta. Tutto è cominciato nel 2006 con il Porcellum, ma non era solo una porcata, il genio maligno di Berlusconi aveva colto in anticipo una trasformazione della politica che solo oggi si rivela pienamente in quasi tutti i partiti. Non a caso in dieci anni non siamo mai riusciti a cambiare sostanzialmente il metodo dei "nominati". Per ritrovare il prestigio del Parlamento non c'è altra via che sancire un nuovo rapporto diretto tra eletti ed elettori. Non si esce altrimenti dalla crisi politica italiana.

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    2. Caro Tocci, non ho alcuna nostalgia del centralismo democratico, figuriamoci, ma certamente manca la dignità del vecchio partito nel quale si discuteva, ci si divideva, ma poi ci si comportava in maniera da difendere gli interessi del patrito, anche non condividendole: gli interessi della squadra prima di quelli del singolo (e ci sta anche il paragone con Totti), quantunque anche allora non mancassero metodi oliatissimi per indirizzare il consenso e gestirlo.
      Purtroppo questa regola comportamentale per noi così importante è stata calpestata proprio da coloro i quali erano considerati depositari delle migliori tradizioni del vecchio PCI e mi fa particolarmente piacere che tu non li abbia seguiti; il dissenso manifestato all'Interno di una comunità è una ricchezza; all'esterno si disperde e serve a nulla, anche se il destino di chi dissente spesso è il tentativo di emarginazione.
      Il comportamento della minoranza ha suggerito come chiave di lettura il non riconoscimento del diritto di Renzi a dirigere il partito; non so sulla base di quali considerazioni sia stata adottata la decisione di delegittimare la Segreteria, nonostante elezioni condotte secondo regole condivise, ma è certo che il motivo, deprecabile, dell'accentramento nella scelta dei parlamentari è il risultato avvelenato del venire meno di quella nostra tradizione che tutti ci invidiavano.
      Sono convinto che, ristabilendo le regole della convivenza, anche accettando quelle della lotta politica interna, sarà possibile adottare finalmente un metodo democratico, e non centralistico, per la scelta dei nostri rappresentanti nelle istituzioni.
      Ma dubito lo si possa fare ora, con una scissione ancora in corso, perché sono convinto che la follia di molti (troppi) non sia ancora esaurita ....

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  2. Caro senatore, cosa la trattiene ancora nel PD, dato che la sua opinione sul capo è quella che scrive (e che condivido)?

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    1. Indosso sempre la stessa maglia, come Totti, anche se non sono d'accordo con l'allenatore.

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  3. Secco secco la mia domanda è quella di Marco Boccaccio con in più la convinzione che tutta questa capacità ed intelligenza di Walter Tocci potrebbe essere meglio utilizzata (dato che da parte Renzi nessuno se o fila) da chi invece lo ascolta e lo stima. Su, caro Tocci, unisciti al coro. Sei una bella voce.

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    1. Grazie Massimo, ma nessuno ci impedisce di ritrovarci insieme in tante battaglie

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  4. Ti segnalo affinchè tu possa ironicamente segnalarlo ai Cinque stelle che non si sono accorti che con il voto congiunto e con gli abbinamenti di più liste allo stesso candidato potranno essere fatti fuori in tutti i collegi uninominali!

    I collegi circoscrizionali regionali o sub regionali sostituiscono i collegi plurinominali. Le pluricanditature non riguardano più un uninominale e tre collegi plurinominali ma un uninominale e un circoscrizionale (regionale o sub regionale) ben più ampio!
    Nell’articolo 18 bis del DPR 361/1957(secondo periodo del primo comma) rimane la modifica introdotta dal primo testo di Fiano che riguarda le alleanze variabili, sui candidati uninominali, da un collegio circoscrizionale ad un altro. Si tratta di un’anomalia strettamente legata al voto congiunto( nella stessa scheda). Con il voto disgiunto(due schede elettorali) non ci sarebbero più le diverse liste abbinate automaticamente (nella scheda elettorale) ad un medesimo candidato uninominale ma sarebbero solo gli elettori a scegliere quale candidato uninominale votare!
    Rimane cioè confermato l’assurdo trasformismo legalizzato che consente ad una lista che ha un programma elettorale unico presentato nazionalmente al Ministero degli interni di appoggiare candidati uninominali che in collegi circoscrizionali diversi fanno riferimento a forze politiche diverse: Forza Italia potrà votare Lega al Nord la Lega o il Pd al Sud e viceversa. La previsione della raccolta di firme per i candidati uninominali non cambia tale possibilità. Vorrà dire che per un candidato uninominale presentato da più liste ognuna dovrà raccogliere le firme necessarie e ottenere la sua accettazione di candidatura.
    Poi parliamoci chiaro: è vero che si supera lo scandalo della priorità nella nomina del primo del listino circoscrizionale ma resta vero e incontrovertibile che tutti gli eletti sono i nominati cioè quelli già indicati nelle schede elettorali sia per l’uninominale sia nel proporzionale circoscrizionale. Nella scelta dei parlamenteri gli elettori non hanno voce in capitolo: confermano le scelte dei partiti e ripartiscono il numero dei posti da assegnare.


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  5. Agostino Marrella6 giugno 2017 11:51

    Buongiorno al senatore Tocci e a tutt*.

    Segnàlo l’articolo in calce.

    “Aggiustamenti intercastalici” che non non mutano l’ennesima “porcata” in un sistema elettorale minimamente accettabile, perché la mancanza del voto disgiunto (uno per l’uninominale e uno per il preminente proporzionale) e, soprattutto, l’impossibilità di esprimere almeno una preferenza, dà agli elettori soltanto il potere ottriato dai “quadrumviri” Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini di appore una “X” su uno stampato chiamato…. scheda elettorale. Ma questo non è libero ed effettivo esercizio del diritto di voto, ma soltanto una sorta di miserrima partecipazione ad un maxisondaggio. Si continua, cioè, a discutere di tutto – anche di norme di salvaguardia per i potenzialmente piccoli partiti – senza, però, mettere in discussione l’elemento più “suino”, ossia che l’elettorato attivo non è tale poiché non può davvero scegliere gli eletti.

    O dobbiamo considerare il massimo della partecipazione democratica le volontaristiche, “intermittenti” e assai discutibili “gazebarie” del Pd o l'”iniziatico televoto” del M5S?

    P. S. Ah, i voti di preferenza sono... criminogeni? E i martelli no, visto che possono servire a piantare un chiodo, ma anche a fracassare un cranio?

    http://www.huffingtonpost.it/2017/06/04/ridimensionato-il-potere-del-capolista-bloccato-ancora-un-nuovo_a_22124721/?utm_hp_ref=it-homepage

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  6. Caro Walter, concordo con la tua analisi, ma giungo alla stessa identica domanda posta da Marco Boccaccio. E' vero Totti ha indossato la stessa maglia anche quando era in disaccordo con la tattica dell'allenatore, ma la maglia era sempre Giallorossa non si era certo trasformata in Biancoazzurro. Il PD è ormai geneticamente modificato. Comunque nella tua ipotesi di emendamento alla legge elettorale con i micro collegi, ti segnalo l'incremento del rischio "Localismo" che, in un Paese come il nostro dove l'interesse generale fatica ad affermarsi, può impoverire il Parlamento al pari di tante altre degenerazioni.

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  7. Caro Walter,
    non penso che la legge "tedesca" come da ultimo proposta sia la migliore possibile, ma penso che sia una buona legge, forse ottima, se la confrontiamo con le precedenti.
    Le liste bloccate non sarebbero un male se i partiti garantissero una selezione democratica "dal basso" al proprio interno; ciò avviene in Germania (§ 21 della legge elettorale) in Italia, come noto, nulla dice la legge sulla selezione delle candidature nei partiti.
    Del resto, le preferenze senza un finanziamento pubblico serio si prestano a fenomeni di clientela e notabilato.
    Sul rapporto collegi/liste, direi che non costerebbe nulla consentire un voto disgiunto: il numero minore di seggi nei collegi lo consente senza troppi problemi (con metà e metà sarebbe stato più problematico un meccanismo di "proporzionalizzazione" in presenza di un numero di seggi fisso). Così effettivamente il collegio perde di significato, visto che comunque l'elettore dovrà comunque votare il partito, "buttando giù" il candidato nel collegio impresentabile.
    Detto questo, penso che con questa legge si tornerebbe veramente al suffragio universale, lasciando alle spalle l'orrida stagione dei premi di maggioranza e del "poker" elettorale; anche la soglia al 5% mi pare una buona notizia per una sinistra sempre divisa e frammentata (e comunque per chi ricordo con orrore i ricatti di Mastella).
    Anche se con questi difetti io la voterei la legge proposta, perché costruirebbe un parlamento composto in ragione della effettiva presenza delle forze politiche nel paese, perché semplificherebbe il quadro senza sacrificare troppo la rappresentanza, perché (forse mi illudo) aiuterebbe un autentico dialogo tra attori politici. E poi mi piace perché da un accordo ampio e condiviso.

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  8. Ciao Walter. E che c'è da dire? Hai, come ti succede quasi sempre, azzeccato l'analisi. Sono Poggiomoianese e Vorrei mandarti un libro. Se ti va puoi mandarmi l'indirizzo a Carlo.gentile@poste.it. Ciao

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  9. Marco Chinelli13 giugno 2017 17:47

    Buongiorno a tutti.
    E' giustissimo parlare di fedeltà alla maglia ma come dice Roberto Giocondi la maglia non può diventare una maglia diversa, salvo che il cambiamento sia condiviso. Sicuramente può accadere di prendere decisioni che non tutti condividono, ma deve avvenire dopo una discussione interna profonda e articolata, cosa che nel PD di Renzi pare non avvenire mai: il capo decide gli scontenti sono semplicemente ignorati: un partito non funziona così!
    E passando al merito selle decisioni mi pare che Renzi sia stato eletto segretario di un partito che aveva un programma (con cui aveva "quasi vinto" le elezioni e comunque ha conquistato il governo del paese) e ha realizzato, su molti temi, un programma molto simile a quello della destra. Certamente la maggioranza del partito lo ha appoggiato, ma questo denota una bassissima importanza che questi signori danno alla volontà degli elettori, che li avevano eletti sulla base di un programma molto diverso da quello che avrebbero realizzato.
    La necessità di fare un governo di coalizione non può giustificare l'abbandono del programma che gli eletti avevano proposto agli elettori: trattare non può significare cedere su quasi tutti i temi.
    Ora si grida gli scissionisti, ma su una cosa Bersani ha ragione: molti elettori la scissione l'hanno già fatta da tempo perché il loro partito ha detto che se avesse vinto le elezioni avrebbe fatto alcune cose e su quei temi, temi molto importanti, ne ha fatte altre, a volte esattamente l'opposto.
    Per di più questi elettori avevano già dovuto ingoiare decisioni molto difficili da digerire, e lo avevano fatto solo considerando lo stato di emergenza in cui si trovava il Paese.

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