Pagine

giovedì 1 dicembre 2016

Lepre o papera? Esercizi di percezione prima del referendum


La percezione di un oggetto dipende da ciò che il soggetto ha in mente, come mostrano le figure gestaltiche. Qui sotto, chi cerca proprio una lepre riesce a vederla, ma se cambia lo sguardo si accorge che è una papera.



Tutti gli argomenti portati dal SI nel referendum possono essere visti in modo diverso e perfino opposto.


Rapidità-Lungaggine

Si è promessa una semplificazione, ma si realizza un bicameralismo farraginoso e conflittuale. È il paradosso della revisione costituzionale. Se fosse un vero Senato delle autonomie, i senatori dovrebbero attenersi all'indirizzo della propria Regione. Invece non hanno alcun vincolo di mandato, proprio come i deputati, e di conseguenza si iscrivono ai gruppi di partito anche a Palazzo Madama. Il Senato è prevalentemente un’assemblea politica, e può capitare che abbia una maggioranza ostile a quella della Camera. Infatti, non essendo mai sciolto potrebbe conservare un orientamento politico che invece alle elezioni viene ribaltato nell'altro ramo. 
In tal caso si instaura un bicameralismo conflittuale tra destra e sinistra, molto più incerto dell'attuale. Tutte le leggi approvate dalla Camera vengono richiamate dal Senato per poi tornare alla Camera. È davvero una semplificazione? Seppure con tempi definiti, comporta comunque tre passaggi politici, mentre oggi con il vituperato bicameralismo quasi tutte le leggi (80%) sono approvate in soli due passaggi. La presunta navetta è una menzogna raccontata dai politici che volevano giustificare la propria incapacità di governo: il famoso ping-pong riguarda solo il 3% dei provvedimenti.

Inoltre, sulle leggi che rimangono bicamerali se un Senato ostile rifiuta l’approvazione, il governo non è in grado di superare il blocco, avendo perduto lo strumento del voto di fiducia. Non solo, l’attribuzione delle leggi alla categoria di “richiamate” o bicamerali è affidata all’interpretazione dell’articolo 70 che per riconoscimento degli stessi autori è scritto molto male. Si possono generare molti contenziosi in corso d’opera e se i presidenti di Camera e Senato non trovano l’accordo si ferma il procedimento. Anche dopo l’approvazione una legge può essere annullata per difetto di attribuzione dalla Corte Costituzionale, che è costretta a entrare dentro le procedure parlamentari, aprendo un nuovo campo di contenzioso finora sconosciuto. Avevano promesso la rapidità e ottengono la lungaggine. Le nuove leggi non si muoveranno con l’eleganza della lepre ma con il passo barcollante della papera. Per una vera riforma del bicameralismo si doveva abolire il Senato e fissare soglie di garanzia per l’approvazione alla Camera delle leggi relative ai diritti di libertà dei cittadini.


Centralismo-Autonomie

Non è mantenuta neppure la promessa del Senato delle Autonomie. Palazzo Madama si occupa dei massimi sistemi – gli accordi internazionali e addirittura la Costituzione – ma ha scarsi poteri proprio sui problemi dei Comuni e delle Regioni. Per chiarirlo bastano alcuni recenti esempi di politica comunale sui tributi locali e sulle aziende municipali. L’abolizione dell’Imu sulla prima casa e la norma sottoposta al referendum dell’acqua non sarebbero di competenza primaria del Senato. Soprattutto il Senato non ha alcun potere proprio sull’articolo 117 che regola i rapporti tra Stato e Regioni. E tali rapporti saranno ancora più conflittuali. Non è stata infatti abolita la legislazione concorrente. Nella sanità, nell’istruzione, nel welfare, nell’urbanistica esiste ancora la legge cornice dello Stato che delimita la legislazione regionale, ma ha cambiato nome. Prima si chiamava “norme generali” e ci sono voluti dieci anni di sentenze della Corte per precisarne il significato giuridico, tanto che il contenzioso è diminuito. Ora prende il nome di “disposizioni generali e comuni” e ci vorranno altri dieci anni di sentenze per precisarne il significato con una nuova impennata dei conflitti istituzionali. 

Su altre materie invece si torna al vecchio centralismo statale che avevamo abbandonato inorriditi ormai venti anni fa. Entra in Costituzione la logica del decreto "Sblocca Italia" che aveva provocato il referendum delle trivelle. Il governo pretende di decidere sulle grandi opere – la Tav, il ponte di Messina, il Mose di Venezia - passando sopra la testa delle comunità locali. Addirittura sulla tutela dell’ambiente il testo è molto confuso. Nella Carta vigente è scritto: tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”. Nel nuovo testo c’è una strana inversione dei termini: “la tutela dei beni culturali; l’ambiente e l’ecosistema”. Quel punto e virgola interrompe il significato della tutela che non riguarda l’ambiente, anche se si può ritenere implicita. Il papa ha dedicato un’enciclica all’ecosistema, qui la questione è indebolita con la punteggiatura. 

Al contrario, le vere riforme vengono rinviate. Le Regioni a statuto speciale, ormai prive delle motivazioni della guerra fredda, non solo vengono confermate, ma mantengono la vecchia Costituzione. Dall’Est non vengono più i cosacchi ma i gasdotti; quando arrivano in Friuli decide la Regione, se proseguono in Veneto decide lo Stato. Circa otto milioni di italiani avranno una diversa Costituzione, e la chiamano uniformità.

Infine, viene rinviata la scelta più importante, la riduzione del numero delle Regioni. Eppure era l’unica riforma capace di mutare l’assetto dei poteri locali e di favorire una migliore cooperazione tra Stato e Regioni. Le scelte difficili sono eluse, quelle facili vengono assunte, ma sono realizzate in modo maldestro e raccontate in tono mirabolante

Futuro-passato

Il SI annuncia un futuro radioso, ma lo abbiamo già visto e non è stato bello. Negli ultimi trent'anni il potere legislativo è stato trasferito al potere esecutivo. Non siamo più in una vera democrazia parlamentare, da tanto tempo siamo entrati in un premierato di fatto. Ormai è evidente che il governo legifera e il Parlamento ratifica. Tutto ciò è avvenuto mediante gravi violazioni della Costituzione: deleghe legislative al governo senza specifici indirizzi parlamentari; voti di fiducia ormai settimanali; trucchi procedurali come il maxiemendamento e il voto su articolo unico, senza paragoni nei parlamenti europei; abuso del decreto legge ben oltre la decenza istituzionale. Di quest’ultimo si annuncia il miglioramento ma non viene impedito il vero abuso che consiste nel decretare senza i requisiti di "necessità e urgenza". Si promette di ridurne l’uso sostituendolo con la legge approvata a data certa. Neppure questo è uno strumento nuovo, esiste già nel regolamento della Camera e di solito viene utilizzato per obiettivi sciagurati; ad esempio servì a Berlusconi per imporre il Porcellum. Non solo, può essere stravolto da un ostruzionismo di maggioranza che ritarda la discussione fino al giorno della scadenza, imponendo il voto in blocco della legge senza emendamenti; d’altronde questo esito era scritto esplicitamente nella prima versione del testo governativo; è stato poi mitigato, ma l’intenzione rimane. 

Nei fatti la legge a data certa non sostituirà, ma si sommerà al decreto legge, e insieme renderanno il governo padrone dell’agenda parlamentare. Ma una Costituzione dovrebbe stabilire un equilibrio tra le prerogative della maggioranza e i diritti delle minoranze. A parole questi sono garantiti dallo Statuto delle opposizioni, ma la sua stesura è rimandata al regolamento della Camera, che comunque sarà in mano a chi detiene il premio di maggioranza. Nessuna delle violazioni che hanno già trasferito il legislativo all’esecutivo viene impedita dalla revisione. La legge Boschi, anzi, è una sorta di sanatoria costituzionale; come le cartelle di Equitalia, si mette un velo sul passato e si continua come prima.

La violazione della seconda parte frena l'attuazione della prima parte della Carta. Per ricordarne la grandezza nelle assemblee referendarie ho letto l'articolo 36: "Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa". Tutti i cittadini comprendono queste parole semplici e profonde, non hanno bisogno di avvocati per leggerle, a differenza del rompicapo del nuovo articolo 70 che dovrebbe definire i compiti del Senato. Quei principi però sono smentiti nella vita quotidiana di milioni di italiani e soprattutto dei giovani. Eppure non si parla più di attuazione della Costituzione, l’argomento è stato scalzato dall’ossessione della revisione. Nei programmi elettorali non è mai mancato il bicameralismo, ma nessun leader di sinistra ha chiesto i voti alle elezioni per attuare l’articolo 36. E se dovesse essere applicato comporterebbe la cancellazione delle ultime leggi sul lavoro, dalla Treu al Jobs Act.

Diciamoci la verità. Da trent'anni il Paese vive senza la Costituzione, né la prima né la seconda parte. E infatti è stato un trentennio triste. Venendo meno il baluardo della Carta la vita degli italiani è peggiorata: sono aumentate le diseguaglianze, è esplosa la discordia nazionale nella società e nella politica, il potere si è concentrato nelle mai di chi già lo possiede.

Con il SI continua una fantasia del passato. Con il No finisce il trentennio triste e si apre una pagina nuova, certo difficile e non priva di rischi, ma finalmente rivolta al futuro.


Potenza-Impotenza

La promessa di stabilità dei governi è la principale fantasia del passato. Da più di venti anni abbiamo abbandonato la proporzionale e ci siamo dati leggi maggioritarie. Avremmo dovuto già ottenere stabilità e invece nessun governo è riuscito a vincere le elezioni successive. Gli esecutivi hanno ottenuto nuovi poteri ma non li hanno utilizzati per attuare il programma presentato agli elettori, bensì per impadronirsi delle regole e conquistare nuovi poteri senza sapere cosa farne. 

Sia a destra sia a sinistra è prevalso lo spirito di parte nel cambiamento della Costituzione (2001 e 2005), della legge elettorale (Porcellum e Italicum), nelle forzature parlamentari (canguri e altre invenzioni), sono stati eletti a colpi di maggioranza i presidenti alla Camera e al Senato e talvolta anche al Quirinale. La potenza politica dei leader mediatici ha prodotto solo impotenza del governo. È un decisionismo delle chiacchiera che non è in grado di organizzare complessi e duraturi processi riformatori nella struttura statale e sociale. 

Così è fallito il bipolarismo italiano, perché nessuno dei due poli ha mantenuto le promesse, né la rivoluzione liberista di Berlusconi né il riformismo sociale della sinistra. Tutto ciò ha deluso i rispettivi elettori che, in gran parte, hanno abbandonato le urne. Senza domandarsi le ragioni del rifiuto i partiti sostituiscono gli elettori mancanti con i premi di maggioranza, alimentando così ulteriore astensionismo. Il circolo vizioso conduce a una lacerazione tra democrazia minoritaria e governi maggioritari. Questi hanno i numeri in Parlamento, ma non dispongono degli ampi consensi necessari per realizzare vere riforme. 
Gli artifici elettorali danno una sensazione di potenza agli esecutivi, ma presto si rivela la loro impotenza a causa del distacco dal paese reale. La governabilità è come il coraggio di Don Abbondio, se uno non ce l’ha, nessuno glielo può dare. L’ossessione delle riforme istituzionali ha smarrito una semplice verità. Per governare un paese ci vuole progetto ambizioso, una classe dirigente autorevole e un vasto consenso popolare. Poi possono aiutare anche piccoli rinforzi istituzionali, ma non riescono a surrogare l’impotenza dei governi. Eppure da trent'anni la classe politica rimuove le proprie responsabilità attribuendo la colpa al bicameralismo. La vittoria del NO ristabilisce le priorità. Il primo problema del paese è costringere la classe politica a rinnovare se stessa lasciando in pace la Costituzione.


Unità-Discordia

Una riforma costituzionale dovrebbe essere l’occasione per rafforzare l’unità del Paese. E invece mai si è vista una discordia nazionale così lacerante. Non ne avevamo proprio bisogno in un momento tanto difficile per l’Italia e per l’Europa. È stato un grave errore di Renzi scommettere le sorti del governo sul cambiamento costituzionale, addirittura tentando un referendum sulla propria persona. Mi piace pensare che si sia accorto dell’errore.

Con qualsiasi risultato questa revisione costituzionale è senza futuro. Anche se vincesse il SI, sarebbe un legge di parte e non di tutti. Se in futuro verrà un altro governo, pretenderà di riscrivere la Carta a suo piacimento. Da venti anni la Costituzione è in balia della maggioranza di turno, prima a sinistra con il Titolo V e poi a destra con la revisione di Berlusconi. Se vince il NO, si mette fine a questa misera pretesa di modificare la Carta secondo interessi politici contingenti. L'impegno a superare lo spirito di parte era già scritto nel manifesto fondativo del PD del 2007, la carta costituente del partito, ma è stata dimenticata, come la Carta della Repubblica.

Nelle ultime ore scatta l'allarmismo. Si teme la crisi di governo nel caso di vittoria del NO, invece è molto probabile che Renzi rimarrà a Palazzo Chigi, pur avendo già annunciato le dimissioni. Non sarebbe la prima volta che cambia idea. Aveva detto "stai sereno, Enrico" e poi lo ha sostituito; aveva promesso "mai al governo senza investitura popolare" e invece è ricorso a una manovra di Palazzo. Anche stavolta avrà la flessibilità per uscire dalla contraddizione. Saprà correggere l'errore con il quale ha messo in pericolo il governo sul referendum.

L'establishment si è mobilitato per approvare la revisione costituzionale, anche se alcuni ammettono che è scritta male. Lor signori sentono per istinto che il cambiamento consente di fare meglio le cose di prima.
Con la stessa naturalezza i ceti popolari avvertono che la Costituzione è dalla loro parte. È un sentimento profondamente radicato nella società italiana, ma via via ignorato dal ceto politico che si trastulla con le riforme istituzionali. 

Nella storia repubblicana i referendum sono stati i momenti della meraviglia, quando cioè nello stupore generale la saggezza popolare si è rivelata più avanti rispetto alle angustie e alla miopia delle classi dirigenti.

Andò così con il primo: si diceva che le donne avrebbero fatto vincere il Re, e invece il voto delle donne fu decisivo per fondare la Repubblica. E poi nel '74: con il divorzio la maturazione civile travolse le titubanze della classe politica di sinistra. Nel 2006 la mobilitazione spontanea degli elettori sommerse con una valanga di NO la legge Berlusconi. E infine nel referendum sull'acqua, dopo trent'anni di liberismo, nell'inconsapevolezza della politica di sinistra, il popolo indicò  nei beni comuni l'unica risorsa per uscire dalla crisi.

Anche il referendum di dicembre sarà il momento della meraviglia. Si scoprirà che la saggezza popolare desidera prima di tutto l'attuazione della Costituzione e vuole mettere fine al suo trentennale stravolgimento.

Come nel libro di Isaia il viandante chiede: "Sentinella, quanto dura la notte?" Il 5 dicembre la sentinella inaspettatamente risponderà che la notte è finita, e comincia un nuovo giorno.



21 commenti:

  1. Andrebbe letto a reti unificate come il discorso di capodanno questa profonda riflessione

    RispondiElimina
  2. Quel togliattiano "lor signori" (o forse era Fortebraccio) mi sollecita ricordi antidiluviani. In questo caso chi sono i "signori". Sarebbe gentile da parte sua se potesse chiarire.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lor signori sono i membri dell'establishment italiano ed europeo che hanno inscenato un ricatto volgare sulla Costituzione, allarmando l'opinione pubblica intorno a pericoli inesistenti. Ma la mia scrittura è inadeguata, ci vorrebbe la penna di Fortebraccio per metterli in ridicolo

      Elimina
  3. Perchè c'è così poco spazio per persone come lei nel PD? Si ricordi di avere una grande responsabilità in questa fase: quella di rappresentare migliaia o forse milioni di italiani di sinistra che non si sentono rappresentati da questa dirigenza che ha avuto il coraggio di schierare il principale partito della sinistra italiana contro la Costituzione del 1948. Un' ultima domanda provocatoria: qualcuno chiederà le dimissioni di Giorgio Napolitano se vincerà il No?

    RispondiElimina
  4. caro Walter, ti leggo e ti ascolto sempre con grande attenzione e piacere, anche se raramente lascio qualche commento. come ti accennavo l'altro giorno all'uscita dalla facoltà di lettere, il dibattito sul referendum poteva, secondo me, mettere più a fuoco l'orientamento di questa riforma all'applicazione della 'regolazione di mercato' alla nostra società. dell'eterna, ineliminabile - e anche salutare - dialettica tra tendenze non inclusive insite nel capitalismo e quelle inclusive insite nella democrazia, che coesistono, in un equilibrio sempre precario ed evolutivo, nelle nostre società occidentali. riprendendo le riflessioni di streeck e di dardot e lavalle, ne accenna s. biasco nel suo ultimo libro. quella dialettica è un cavallo di battaglia anche delle teorie cosiddette 'economico-istituzionali che attribuiscono a un 'eccesso di democrazia' gli squilibri - tipicamente l'aumento del debito pubblico - economico-finanziari che appesantiscono i nostri sistemi sociali. nei trenta gloriosi prevalse la regolazione democratica, con l'avvento dell'epoca ordo-liberista, con la sua crociata contro il debito percepito anche come 'colpa', prevale quella di mercato.
    a me pare che questa riforma costituzionale faccia compiere alla nostra società un passo significativo verso la regolazione di mercato, per cui le soluzioni (istituzionali non meno che macroeconomiche) appontate in passato rappresentano oggi dei problemi da risolvere. un caro saluto antonino andreotti

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Nino, condivido in pieno la tua analisi, e raccomando anche io il libro di Biasco. Certo, si poteva sviluppare meglio nel dibattito referendario la tendenziale frattura tra democrazia capitalismo. Ma temo che avremo altre occasioni per parlarne.

      Elimina
    2. Arrivo in questo blog per caso, conoscendo l'ottima fama di Walter Tocci, che vorrei sinceramente vedere ricoprire ruoli importanti per la nostra Nazione.
      Detto questo, avrei un paio di commenti sull'intervento precedente:
      - Il primo è che, pur non avendo letto né Streeck, né Dardot, né Lavalle né tantomeno Biasco, la tesi che sia l'eccesso di democrazia a causare l'aumento del debito pubblico non mi spiega perché i paesi scandinavi non abbiano allora il debito più alto di tutta l'Europa.
      - Il secondo commento è che mi aspetterei, da chi esce da una facoltà di Lettere di una università, un uso più corretto della grammatica italiana, soprattutto per quanto riguarda l'utilizzo delle lettere maiuscole.

      Elimina
  5. Caro Walter, grazie. Lucido e illuminante, come sempre.
    Il tuo auspicio finale e il richiamo alla sentinella, tema di alcune nostre conversazioni estive, sono un motivo per sperare ancora, nonostante tutto.
    Un caro saluto, paolo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Si, e ricorderai che le nostre conversazioni prendevano spunto dalla conferenza sulla sentinella tenuta da Dossetti proprio al tempo della revisione costituzionale promossa da Berlusconi.

      Elimina
  6. Quindici ragioni nel merito per cui votare No

    https://caveasinus.wordpress.com/2016/11/18/quindici-ragioni-per-cui-votare-no-e-sono-anche-poche/

    RispondiElimina
  7. Caro Walter, come sai, ho la massima stima per te, sia dal punto di vista politico che etico, ma francamente le tue argomentazioni per votare "no" non mi sembrano per nulla convincenti: sono spesso basate su ipotesi non dimostrate e dettate da uno schieramento a priori interno al PD: un po' come se si fosse ancora al tempo del passaggio dal PCI al PDS: anche allora sì o no e anche allora eri per il no. Credo che oggi, oltre che nel
    merito della riforma, perfettibile ma comunque abbastanza limpida e per nulla pericolosa ma che credo utile, vi siano ragioni politiche europee e mondiali (Trump… ecc.) per cui sarebbe stato molto apprezzabile se la minoranza interna invece di suicidarsi (credendo forse di sopravvivere o addirittura crescere…)avesse fatto politica davvero e avesse sfidato Renzi sulle cose, anche postriforma, come infine ha fatto Cuperlo. Dico suicidarsi poiché si è ristretta in una sorta di ridotta senza prospettive e soprattutto senza politica: ha davvero stavolta creato il PdR, il partito di Renzi, COMUNQUE VADA, mentre avrebbe potuto svolgere un ruolo molto importante, magari lavorando, come dice Barca, sulla PRIMA parte della Costituzione. Vi siete messi fuori, lontani dall'elettorato e condannati all'inesistenza politica, secondo un patologia tipica della sinistra minoritaria, più volte verificatasi da 50 anni a questa parte, e per di più favorendo i 5 stelle. Mi spiace davvero.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non sai quanto mi dispiace per la nostra discordia, caro Roberto; non solo per la stima reciproca, ma perché credo di sapere che condividiamo le cose essenziali della politica. E non è un problema solo nostro, è proprio il carattere artificioso del referendum che spesso accomuna i nemici di sempre e divide gli amici di sempre.
      Sul merito non ho mai detto che è una revisione pericolosa, semmai potrei definirla autolesionista, perché contraddice proprio gli obiettivi annunciati. Se vuoi una dimostrazione basta leggere gli articoli 70 e 117 per verificare che il Senato così detto delle autonomie non presidia i rapporti tra Stato e Regioni ed è un'assemblea tutta politica che rischia un bicameralismo conflittuale tra destra e sinistra più complicato dell'attuale. E' una revisione sciatta perfino nel linguaggio, e ciò rivela sempre il malessere dell'autore, come tu mi insegni.
      Rimango dell'idea che nessuna considerazione politica possa prevalere sul giudizio di merito quando si tratta della Costituzione. Non sono d'accordo con te sulla priorità che attribuisci alle dinamiche politiche rispetto al testo sottoposto al referendum, né quando fai prevalere la paura di Trump (anche perché il nesso è incerto; davvero si batte il populismo motivando la nuova Costituzione con il becerume della lotta alle poltrone?), né quando interpreti le mie scelte in base a una presunta ortodossia di corrente. Nelle votazioni costituzionali, anche prima che arrivasse Renzi, mi sono trovato sempre su posizioni diverse da quelle della minoranza PD, la quale si è fatta male da sola: non ha mai votato contro, eppure è riuscita ad apparire uno schieramento pregiudiziale, un bilancio politico davvero negativo. Non solo condivido, ma in alcune sedi di dibattito ho perfino accentuato quelle critiche che tu rivolgi alla minoranza PD (https://goo.gl/EPhZgR). Non ha mai costituito un'alternativa perché non ha mai fatto i conti con la sconfitta del 2013, che è stato il collasso della sinistra italiana dopo un trentennio di politiche sbagliate. Tra queste c'è stata anche la retorica delle riforme costituzionali, un alibi del ceto politico per scaricare le proprie responsabilità sulle istituzioni, per raccontare agli italiani la ridicola storiella del bicameralismo che impedisce il governo del Paese. Si è prodotto un doppio danno: aver rimosso la crisi della classe politica ha portato alla sua degenerazione attuale, mentre le riforme sempre attuate per motivi politici contingenti hanno peggiorato lo Stato.
      La sconfitta della sinistra si è consumata sotto la guida quasi trentennale del gruppo dirigente postcomunista - cioè della mia generazione politica - che ha sempre escluso dai vertici le personalità provenienti da altri percorsi culturali. Hai ragione, forse c'è un nesso con la svolta della Bolognina, mi hai dato uno spunto di riflessione molto interessante. Anche allora si discuteva sul "se" e sul "come" del cambiamento. Noi del No allora sbagliammo sul "se", ma a naso ci prendemmo sul "come", perché la fragilità politico-culturale di quella svolta ha prodotto una sinistra riformista debole e conservativa: i nuovisti di allora hanno continuato a cambiare nome al partito (Pci, Pds, Ds, Pd) per non cambiare loro stessi, né la loro politica, creando così il fenomeno Renzi. Anche stavolta, caro Roberto, rischio di sbagliare sul "se" e di avere ragione sul "come".

      Elimina
  8. Caro Roberto, nella burrasca politica che ha preceduto questo referendum (ma anche nei balletti quotidiani delle riforme messe in atto dagli ultimi governi) si è troppo spesso tentato di nascondere la debolezza politica dietro le minacce di un dopo, dietro l'odio di un prima o dietro un disprezzo per il durante. Voglio dire che non siamo stati in grado di proporre un dibattito sereno rispetto a temi fondamentali: il lavoro, l'istruzione e, ora, la costituzione. Ogni volta sacrificavamo un po' della sana critica interna in nome dell'unità del partito, del "nemico populista a 5 stelle", dell'Europa, dei mercati. Abbiamo permesso che ci portassero via la possibilità di sintetizzare idee differenti in virtù di una narrazione che ha realizzato l'equazione tra la diversità di pensiero e "gufo". Non siamo stati in grado di difendere la ricchezza di posizioni che caratterizza questo partito. Lasciami dire che l'unica cosa che blocca davvero questo paese e questo partito è la paura. Ma se continuiamo a lasciare che sia la paura (o peggio il rancore) a guidare le nostre scelte politiche, ecco, allora il nostro spazio di azione politica si riduce a una trappola per topi. A prescindere dalla posizione sul referendum, io ammiro molto Walter Tocci per la sua infaticabile voglia di parlare di politica, di spiegarla alle persone. Nel mondo del tweet, Tocci scrive ogni giorno moltissime parole perché non sempre tutto si può semplificare. Il fatto poi che lo faccia con una competenza, una chiarezza e un'eleganza che tre quarti del nostro partito se la sogna... beh, questo forse potrebbe essere un altro discorso, ma neanche troppo. Quello che voglio dire, Roberto, è che Walter Tocci ha speso molto tempo e molte parole per entrare nel merito delle cose; ha preso una posizione netta, per quanto sono sicura che ne avverta il peso, dopo aver a lungo riflettuto sulla questione: accusarlo di apriorismo lo trovo francamente ingiusto. Certamente questa stessa difesa non può essere estesa a tutti gli aderenti al fronte del no, ma tacciare di partigianeria politica chi con impegno, sofferenza e coscienza decide di seguire ciò che ritiene giusto è un meccanismo che rifiuto con forza.
    Spero che, prima o poi, riusciremo a tornare a discutere, a inglobare e sintetizzare le differenze: la paura e una politica lontana dalle istanze di sinistra sono le uniche cose che ci condanneranno tutti all'inesistenza, o peggio, a un'esistenza da topi in gabbia.

    RispondiElimina
  9. Caro Walter, intelligente e appassionato come sempre. Sottoscrivo dalla prima all'ultima parola. Sei troppo ottimista, però. Spero, naturalmente, che tu abbia ragione e che quello di domenica sarà un altro "momento della meraviglia", ma temo che da lunedì, parafrasando un testo ben meno profondo e illustre di Isaia, inizierà la "Notte della Repubblica". Claudio

    RispondiElimina
  10. Caro Walter,
    ce la faremo!

    Come scrive Machiavelli

    Virtù contra furore
    prenderà l'arme fia il combatter corto
    che l'antico valore
    negli italici cor non è ancor morto.

    RispondiElimina
  11. Caro amico,
    non sono uso a commentare i messaggi soprattutto quelli politici. Sono di vecchio stampo e ricordo con nostalgia i tempi in cui si poteva discutere di politica, o di qualsiasi altra cosa, ascoltando il parere altrui, prima di esprimere il proprio. Non si urlava, non si tentava di azzittire l'interlocutore e, soprattutto, si entrava nel merito delle questioni.
    Quel tempo ahimè è finito e siamo entrati in un'era in cui tutto è accelerato; il contatto personale, il vecchio comizio in piazza, è sostituito dai "talk show", che, come dice il nome, niente hanno a che fare con la sostanza, ma solo con la sceneggiata, peraltro nemmeno divertente e troncata a metà dalla pubblicità.
    Chi interviene viene scelto non per la sua competenza, ma per la sua capacità di attore, talvolta di guitto. Qualunque attività formativa, culturalmente valida, viene cassata, a favore della risata, del turpiloquio, della battuta volgare, della finta lite, in altre parole di tutto quello che solletica la pancia e non la mente. Non a caso ho sentito recentemente invitare il popolo sovrano a non votare con la testa.
    In questa situazione, anche i politici di professione hanno smesso di pensare alla "polis" e dedicano il loro tempo al proprio tornaconto. Il chiacchiericcio che domina la cosiddetta campagna referendaria è tutto qui: cercare di mantenere la propria poltrona, con le ricche prebende connesse, fregandosene dell'Italia e degli italiani.
    Tu, caro amico, sei una mosca bianca: pensi ed agisci ancora come un ingegnere, come ti hanno educato; raccogli ed analizzi i dati, cerchi di capire, entri nel merito, per proporre soluzioni. Purtroppo qualunque progetto serio e realistico che impatti sul paese, ha il difetto di richiedere tempi lunghi per ottenere risultati, tempi non compatibili con gli interessi dei "politici" attuali, minimamente interessati a lavorare per il bene (ahimè futuro) del paese.
    La tua analisi della proposta di cambiamento costituzionale è dettagliata e per quanto ne posso capire, corretta. Ma inutile. Purtroppo la questione referendaria è stata strumentalizzata (dall'una e dall'altra parte) come un giudizio sul governo. Questa è la vera domanda a cui il popolo sovrano deve rispondere, possibilmente senza usare la testa. Tenere questo governo o cambiarlo. Ma per cambiarlo occorrerebbe che ci fosse un'alternativa migliore, che non c'è.
    Io quindi voterò si e ti invito caldamente a ripensare il tuo voto.
    Con affetto,
    Marco

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Scusa, ma non ti capisco proprio. Anche tu fai parte di quella schiera che vede il degrado della politica, giudica malfatto e confuso il testo proposto per la riforma costituzionale, ma vota sì. arrendendosi al peggio e/o scegliendo il meno peggio, che è invece pessimo? Cosa c'entra il referendum con la sorte di Renzi? Possibile credere che, una volta dimessosi Renzi, questo Paese non abbia più risorse per delineare un futuro più decente di questo. immerso nella fuffa e nelle sceneggiate, come dici giustamente? Chi ha voluto personalizzare la campagna referendaria, abusando della compiacenza dei media? Le alternative migliori si costruiscono, non si trovano bell'e fatte sugli scaffali di un supermarket. Sono io dunque che ti invito a ripensare al tuo SI da rassegnato. SCHIENA DRITTA E VOTA NO! Claudio

      Elimina
    2. Grazie Marco, sono andato a votare NO perché la Costituzione è più importante di qualsiasi governo, anche di quello al quale voto la fiducia quasi ogni settimana. Però condivido con te la cosa più importante, la necessità di un altro modo di fare politica. Un caro abbraccio.

      Elimina
  12. Condivido divesa di Giulia a Walter che stimo, cui riconosco qualità rare oggi, oltre che un'azione politico-amministrativa passata di grande livello. Ma pongo una domanda, che nasce dal suo bel testo "ambivalente" (la democrazia deve gratificare anche chi vuole finalmente vedere una papera), relativo alla scelta di voto, nel suo caso: NO. Quale è oggi, in questo mondo di moderna comunicazione, il ruolo del parlamentare intellettuale?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai ragione, la democrazia può volere anche la papera, basta che ne sia consapevole; in tal caso si constata che poi non è un brutto animale, ha tanti pregi e vantaggi per chi organizza l'allevamento.
      La definizione di "parlamentare intellettuale" mi pare fuori misura, preferisco "anziano militante", ma la distopia è la stessa.

      Elimina
  13. http://www.repubblica.it/speciali/politica/referendum-costituzionale2016/2016/12/03/news/riforma_costituzione_besostri_e_il_cavillo_che_blinda_i_vitalizi-153352504/

    RispondiElimina