Su
gentile proposta del Dipartimento di Architettura di Roma Tre, ho
tenuto una lectio magistralis per l’inaugurazione dei dottorati del
2026, al Mattatotio il 15 gennaio. Ecco il lungo testo.
Comincio con una testimonianza personale. Ne ho bisogno per mitigare la tensione che mi suscita questa conferenza.
Da un lato sono onorato di parlare davanti a una platea tanto
qualificata: brillanti dottorandi e stimati professori, alcuni sono
anche miei maestri. Rivolgo con piacere un fecondo augurio ai primi e un
ringraziamento ai secondi.
Dall’altro lato, però, non posso
nascondere la mia difficoltà nel tenere una lezione senza avere i titoli
né di urbanista né di architetto. Quando Milena Farina me l’ha
proposta, ho espresso la mia ritrosia, ma è stato vano, ed eccomi qui,
davanti a voi sperando nella vostra indulgenza.
Ho incontrato questi saperi nella mia giovinezza nel fango e nella polvere delle borgate romane,
come militante politico impegnato nelle lotte della periferia per la
conquista di elementari dotazioni di giustizia: la casa, i servizi, i
parchi, le scuole ecc.
Avevamo a fianco gli architetti e gli
urbanisti che sentivano il dovere, come deontologia professionale, di
mettere a disposizione i loro saperi per combattere le disuguaglianze
sociali.
Quell’esperienza giovanile mi ha influenzato per tutta la vita. Basta un aneddoto a spiegarlo. Ricordo quando Petroselli annunciò alla stampa il Progetto Fori, rilanciando la proposta di Adriano La Regina. Pochi giorni dopo convocò i militanti del suo partito per convincerli a sostenere il progetto. A quei tempi si usava così, nei partiti si discuteva appassionatamente sui progetti per la città.
Presi la parola nell’assemblea e feci un intervento impertinente, contrapponendo ai Fori i problemi più urgenti, per esempio le fogne a Pietralata; la borgata, infatti, si allagava quando pioveva, lo raccontava anche Pasolini nei suoi romanzi, e c’era perfino una canzone popolare.. “Pietralata s’è allagata..”.
Nella replica il Sindaco mi fece una lavata di testa, come usavano a quei tempi i dirigenti di partito al fine di educare i giovani quadri. Mi disse: “per occuparti delle fogne di Pietralata devi studiare i Fori dell’antica Roma”. E aggiunse: “Il risanamento della periferia deve approdare a un pieno riconoscimento tra la città e i suoi cittadini, rielaborando la memoria dell’antico nella vita quotidiana”.
Compresi bene la lezione e la domenica successiva accompagnai gli anziani di Pietralata alla prima delle “domeniche a piedi ai Fori” organizzate da Petroselli. Si commossero ricordando quando furono espulsi da quei quartieri demoliti dal Duce per costruire lo stradone delle parate militari. Ora tornavano in quel luogo invitati dal Sindaco e si sentivano riconosciuti come cittadini romani.
E poi ci si mise il genio di Nicolini con il cinema a Massenzio. Sotto le volte dell’antica basilica, una volta utilizzata solo per i concerti destinati all’élite, i giovani di borgata scoprirono Roma e si ritrovarono insieme alle altre generazioni in un formidabile crogiuolo sociale e culturale: lavoratori e perdigiorno, indiani metropolitani e famiglie popolari, intellettuali e fagottari. Forse per l’ultima volta tutti si sentirono ancora un popolo. Poi negli anni Ottanta cominciò la grande frammentazione sociale e spaziale che dura fino ad oggi. Anzi, è diventata un’irriducibile eterogeneità che nessuna politica è più riuscita a comprendere e tanto meno a ricomporre.
Quella lavata di testa mi è servita. Da allora ho continuato a studiare il progetto Fori. Anzi, è diventato per me una specie di ossessione, chi mi conosce lo sa. Forse per questo il sindaco Gualtieri mi ha chiesto di contribuire a rilanciare la grande idea di Petroselli. Ho risposto all’incarico (gratuito) scrivendo un Rapporto al Sindaco, che ha innescato le successive iniziative. È in corso l’elaborazione del Piano Strategico, presso il Laboratorio Carme, coordinato da Carlo Gasparrini e animato da una trentina di professori e di giovani ricercatori di Sapienza e del vostro Dipartimento di Roma Tre, capeggiato dai prof Longobardi e Franciosini. Però intanto volevamo far vedere qualcosa ai romani e abbiamo impostato il Programma Operativo, una serie di opere di restauro e riqualificazione già realizzate o in attuazione per circa 200 milioni, un investimento enorme sull’area. Ne parlerò più avanti.
Qui, invece, mi interessa sottolineare che nell’aneddoto di Petroselli è apparsa la parola fatidica di questa conferenza: Riconoscimento. È una parola impegnativa, densa di significati filosofici, dal grande Hegel fino ai pensatori contemporanei, per esempio Paul Ricoeur e Alex Honneth.
Al di là della filosofia, però, la forma più semplice di riconoscimento consiste nel darsi un appuntamento: se non si condivide il carattere del luogo prescelto, fallisce anche l’incontro tra le persone. Spesso è capitato di perdermi quando andavo alle assemblee popolari del quartiere di Laurentino 38. Gli organizzatori mi dicevano di girare al settimo ponte, però a volte mi distraevo, perdevo il conto e mancarvo l’appuntamento. Se si riduce a un calcolo il Riconoscimento fallisce. Quando invece mi dicevano vediamoci a Piazza della Marranella ero sicuro di arrivare puntuale, perché in quel luogo è facile ritrovarsi, oggi è diventata la piazza delle genti di tutti i continenti.
Io amo la parola Riconoscimento è aborro la parola Identità.
Il Riconoscimento è un processo di apprendimento sociale, è una mutevole rielaborazione delle relazioni interpersonali nella dimensione spaziale e costituisce spesso l’esito di una trasformazione urbana.
L’Identità, invece, è statica, è una sorta di fermo immagine, una sedimentazione delle relazioni socio-spaziali che ereditiamo dalla memoria collettiva.
Nella Roma di Petroselli il Riconoscimento avveniva in Centro con le domeniche ai Fori e l’Estate Romana. Al contrario l’Identità si era sedimentata nelle borgate in decenni di emarginazione sociale. Nell’esclusione si erano formati legami sociali forti e una radicata combattività democratica. Nell’immaginario la borgata costituiva un mondo vitale e quando si andava in Centro si diceva “vado a Roma”.
Nella Roma di oggi si è capovolta la situazione. Non c’è più il Riconoscimento nella Città Antica e tanto meno nei Fori. I romani considerano questi luoghi ormai consegnati ai turisti. In generale in Centro non accade niente di nuovo, non ci sono innovazioni tangibili. È solo il luogo dell’Identità che scade nella retorica della città eterna e nella rendita dell’economia turistica.
Al contrario, il Riconoscimento oggi è attivo in periferia, perché nel bene e nel male è il luogo della trasformazione quotidiana. Tutte le novità si manifestano nei quartieri: la riscoperta di luoghi abbandonati; le esperienze di mutualismo sociale; la street art e il coworking; le produzioni culturali delle avanguardie; la nuova agricoltura della biodiversità; l’economia circolare, l’invenzione di nuovi paesaggi, la musica, il cinema da Sacro Gra a Jeeg Robot e tanti altri. Le borgate oggi sono anche laboratori di innovazione linguistica; emerge nella parlata dei giovani il neoromanesco, come hanno dimostrato gli studi dei linguisti della vostra università, guidati dal prof. Paolo D’Achille.
Adesso però basta con i ricordi. La testimonianza personale mi espone alla nostalgia, una dea ingannatrice che riporta alla memoria solo le cose belle e nasconde quelle mediocri.
Se negli anni 70 quel connubio tra politica, architettura e urbanistica fu decisivo nella lotta alle diseguaglianze, come mai accaduto prima e purtroppo neppure dopo, è anche vero, però, che produsse una cultura progettuale in gran parte disastrosa, come si può vedere nei grandi piani di zona della 167. In alcuni casi disegnati dai esimi professori dell’università romana, scelti dal potere politico in assoluta discrezionalità, quei piani oggi costituiscono irrinunciabili libri di testo su come non si deve progettare la città. La peste mentale del funzionalismo portò a vere e proprie aberrazioni. Si dicono tante cose di Tor Bella Monaca, ma si sorvola sulla causa principale del fallimento, la pretesa cioè di poggiare l’edificato su un grande stradone che separa le diverse parti del quartiere e tutte insieme le rende estranee alle borgate limitrofe, a dispetto della narrazione della ricucitura che voleva legittimare quei piani.
All’epoca i saperi dell’urbano sbagliavano per eccessiva sicumera. I progettisti perlopiù erano animati da certezze inossidabili e da ingenue razionalità dei processi che poi quasi mai corrispondevano alla realtà.
Ci tengo a ricordarlo soprattutto a voi giovani dottorandi, perché vi trovate davanti un mondo completamente diverso, senza più alcuna certezza, in preda a un sommovimento senza fine. Certamente da tutto ciò scaturisce una crisi profonda dell’urbano, ma è anche l’occasione per ripensare dalle fondamenta i saperi della città. Consentitemi un’esortazione cari ragazzi: conoscere significa anche dimenticare, non vi auguro le certezze della mia generazione, è una fortuna per voi non portare il fardello del passato, prendetevi tutta la libertà di una ricerca eterodossa, spregiudicata e sovversiva. Solo dal travaglio della decostruzione possono venire nuovi ordini spaziali.
Tuttavia la decostruzione non è un’attività spensierata, anzi richiede una consapevolezza della transizione epocale nella quale siamo immersi.
La crisi degli archetipi urbani
Non
sono in discussione solo i problemi superficiali del fenomeno urbano,
ma sono in crisi i suoi caratteri originari, potremmo chiamarli i suoi
archetipi, come descritti dai classici della letteratura urbana. Vi
propongo quattro esempi.
a) Leonardo Benevolo definisce la
città come un dispositivo spazio-temporale che riduce le distanze al
fine di renderle compatibili con i tempi delle relazioni interumane. È
il contenimento del nomadismo a creare la possibilità della vita urbana.
E sottolineo la parola contenimento. Invece, oggi tutto è città e
niente è città: le popolazioni vivono in gran parte in agglomerazioni
infinite che però non hanno più la forma delimitata da un confine; anzi,
il confine viene introiettato nella città tramite la separazione tra
diversi gruppi sociali o identitari. Il dispositivo spazio-temporale è
in frantumi.
b) Secondo, per Georg Simmel lo spazio pubblico
procura tra le persone un sovraccarico psichico che si può contenere
solo in quanto l’altro è straniero. Di nuovo ricorre la parola
contenimento. Con acutezza egli osserva che solo nella città del tram le
persone hanno imparato a convivere in uno spazio stretto senza
parlarsi. Al contrario, se tutti gli abitanti si conoscessero
direttamente sarebbe molto faticosa e meno libera la vita metropolitana.
Eppure oggi lo spazio pubblico non sembra più in grado di sostenere le
diversità, ciascun gruppo sociale tende ad appropriarsene e ad espellere
gli altri, dal turismo, alla movida, al contrasto tra automobilisti e
pedoni e più violentemente all’aperto conflitto inventato dalla
xenofobia. Lo straniero non è più un contenimento della stimolazione
psichica, anzi suscita pulsioni barbariche. Il dispositivo psico-sociale
ribalta i suoi esiti.
c) Terzo, Max Weber vede nella sede del
mercato l’origine del fenomeno urbano: il luogo in cui i produttori
offrono le merci a un ambiente contenuto di consumatori. Oggi, invece,
sia la produzione sia il consumo si dispiegano a scala globale. Il
commercio non è più contenuto nel tessuto urbano anzi fugge dalla città e
si rifugia nei grandi mall; gli acquisti digitali spengono le luci dei
quartieri e le vie che rimangono commerciali si omologano secondo i
brand internazionali. Sono le piattaforme digitali, con i monopoli dei
dati, a orientare i flussi nel mercato della città globale e a
conformare gli spazi pubblici. Il dispositivo economico produce effetti
antiurbani.
d) Quarto - L’abitare e il costruire sono
coessenziali, per Martin Heidegger, nel prendersi cura della dimora
dell’essere, cioè di nuovo un contenimento che mette a riparo l’essere.
Dovrebbe essere un precetto da non dimenticare per gli architetti. Se si
perde il senso dell’abitare degrada anche la capacità di costruire,
come si vede nelle borgate romane.
Nel nostro tempo salta anche
questo quarto archetipo. Diventa sempre più difficile abitare le città.
L’innalzamento dei valori immobiliari, gli airbnb, i city users rendono
indisponibili gli alloggi per i residenti. La rendita, sia immobiliare
sia digitale, espelle gli abitanti verso l’hinterland. In tutte le città
europee ritorna una drammatica Questione delle abitazioni, che sembra
riecheggiare il saggio di Engels sui mali della città industriale. A
Milano siamo al paradosso: non possono vivere in città i lavoratori che
pure ne assicurano il funzionamento, dai trasporti alla pulizia al
commercio. Circa 800 mila romani hanno dovuto abbandonare la città
consolidata. Tutto ciò ha costituito una dislocazione di abitanti dai
centri alle periferie. Il costruire la città infinita si è accompagnato
al disabitare la città consolidata. E tale mutazione sarà più
inquietante a Gaza city: Trump annuncia la realizzazione di un villaggio
alla Truman Show per espellere i palestinesi dalla loro terra, dove non
sono bastati i bombardamenti e le stragi. Costruire non è l’abitare ma è
la prosecuzione della guerra con altri mezzi, parafrasando von
Clausewitz.
Nella crisi dei quattro archetipi si palesa il filo rosso del
Contenimento. Una parola spesso ignorata o fraintesa, eppure essenziale
per analizzare il fenomeno urbano e la stessa azione progettuale.
Contenimento di che cosa? Sia la città sia il progetto in generale
scaturiscono da una volontà di trasformazione, da un’irrefrenabile
azione pratica e intellettuale che non sempre trova al proprio interno i
motivi per placarsi e quindi rischia di scivolare nell’eccesso
autoreferenziale. Da qui l’esigenza di una forza di contrasto che porti a
maturazione il movimento creativo senza bloccarlo. Ciò è possibile solo
se il contrasto non degrada nel divieto, che è un rischio molto diffuso
nelle nostre società devastate da una normativizzazione penetrante e a
volte inconsapevole. Spesso si parla di deregulation, ma in realtà
viviamo in un asfissiante apparato di leggi inutili, di procedure a
volte imperscrutabili, di algoritmi misteriosi, di standard economici,
di vincoli arbitrari, come dimostra Olivier Roy nel recente libro L’appiattimento del mondo nel dominio della norma.
Per il vostro estro progettuale, cari dottorandi, è decisivo salvare il
Contenimento dalla deriva normativa e connetterlo con la creatività. In
questa tensione tra immaginazione e misura si colloca la creazione
architettonica. Per farci un’idea più pregnante di tale dialettica
potremmo ricorrere alle intense figure dell’apocalittica cristiana: da
un lato l’eschaton che alimenta l’utopia del Regno di Dio e dall’altro lato il katechon
che trattiene il male del mondo in attesa della Rivelazione del Messia.
Il progetto è l’urto tra l’utopia e il contenimento, tra eschaton e katechon.
Se vince il primo si cade nell’eclettismo, se vince il secondo si cade
nel conformismo. Il problema è come trovare l’equilibrio.
La
crisi dei quattro archetipi deriva proprio dal venir meno del
Contenimento. Vengono meno, infatti, i confini spazio-temporali, lo
spazio pubblico dello straniero, il mercato della vita urbana, l’abitare
come essenza del costruire. In tutti questi fenomeni le persone si
riconoscevano in un luogo e di conseguenza, come per una sorta di magia
sociale, si riconoscevano tra loro come cittadini. Esisteva una sorta di
proprietà transitiva del Riconoscimento nella dimensione
socio-spaziale. Questa preziosa relazione rischia di andare perduta
nella crisi urbana.
Quindi, si pone la domanda fondamentale: quale sarà in futuro il Riconoscimento della città e della cittadinanza?
La teoria mi ha preso la mano e mi ha portato a una formulazione troppo
generale della domanda. Cercherò allora di approfondire un caso
particolare, quello che ci sta a cuore, come indica il titolo di questa
conferenza.
La conoscenza di Roma
Ma prima bisogna conoscerla e neppure questa è un’impresa facile. Italo
Insolera sicuramente ne sapeva molto, avendo scritto l’unico bestseller
e longoseller di Roma Moderna. Eppure nella prefazione scritta
oltre mezzo secolo dopo la prima edizione, diceva: Roma è purtroppo una
città che non conosciamo. Perfino i romani Ignorano Roma quindi se
stessi come gruppo sociale” (Einaudi, 2011, p. XIII). Con parole
diverse, anche Insolera svela, seppure in negativo, la proprietà
transitiva tra il conoscere la città e riconoscersi come cittadini.
Negli ultimi tempi, però, c’è una grande mole di studi universitari di
Sapienza e Roma 3 in quasi tutte le discipline. La passione conoscitiva
ha portato a estremizzare le analisi nelle dimensioni sia micro e sia
macro. Nella prima Salvatore Monni di Roma Tre, già autore della Mappe
delle Disuguaglianze, ha studiato la vita dei piccoli quartieri,
dove si addensano le relazioni sociali e ne ha rilevati oltre 300.
Sulla loro individuazione e denominazione è in corso una vivace
discussione pubblica sul sito del Comune.
Di solito nelle
interviste sociologiche i cittadini denunciano tutto ciò che non va nel
proprio quartiere, ma alla fine rispondono in maggioranza che non
andrebbero mai a vivere da un’altra parte. È un riconoscimento che non
solo resiste, ma in una certa misura compensa la penuria
infrastrutturale del sistema urbano.
Nella dimensione macro, invece, gli studi Carlo Cellamare di Sapienza (Roma città-territorio, Quodlibet, 2024) e del vostro Giovanni Caudo (con M. Baioni, Roma grande formato,
Quodlibet, 2024) hanno dimostrato la crescita di relazioni sempre più
intense tra la città consolidata e il territorio regionale e perfino
alcune parti dell’Italia centrale. Un altro studio dell’università di
Firenze (D. Poli, M. Bolognesi, G. Luciani, E. Nurihana, Dalla metropoli alla bioregione urbana,
SdT, 2025) ha evidenziato la capacità strutturante dei grandi sistemi
ambientali regionali, seguendo l’approccio territorialista di Alberto
Magnaghi.
Purtroppo tutti questi studi non affiorano nel
discorso pubblico. La scarsa consapevolezza, paventata da Insolera,
trova in questi giorni una conferma nella sede più autorevole del
Parlamento italiano. È appena iniziata la discussione sulla revisione della Costituzione
al fine di conferire a Roma la potestà legislativa, la quale si
applicherebbe nell’attuale confine comunale, ignorando quindi che esso,
da quasi mezzo secolo, è stato superato dall’enorme espansione edilizia
descritta dagli studi di Cellamare e Caudo. La proposta di legge,
altresì, esclude la pur tanto auspicata trasformazione degli attuali
Municipi in veri comuni, che sarebbero più vicini al governo dei 300
quartieri evidenziati da Monni. Quindi i parlamentari ignorano le
trasformazioni macro e micro e si attestano sulla vecchia dimensione
comunale. Vorrebbero disegnare il futuro della capitale avendo in mente
la città degli anni sessanta.
D’altronde, anche senza leggere gli studi universitari, basterebbe
prendere una foto satellitare per vedere una delle più vaste
conurbazioni europee, ma anche la più vuota, apparentemente una grande
distesa verde punteggiata da tante monadi edilizie.
Essa
presenta la migliore opportunità e la peggiore patologia. L’opportunità
consiste nella enorme dotazione di spazi aperti che circondano quasi
tutte le monadi. Purtroppo oggi ne accentuano l’isolamento, attraggono
tutti gli abusivismi e contribuiscono alla marginalizzazione delle
periferie. Se invece quegli spazi aperti venissero riscoperti come brani
ambientali, culturali e produttivi della campagna romana, avremmo una
città verde, come non sarebbe più possibile nelle altre città italiane,
ormai interamente saldate con i rispettivi hinterland, per esempio
Milano o Napoli.
La grave patologia, invece, riguarda la bassa
densità insediativa che ostacola il trasporto pubblico. Per il buon
funzionamento delle infrastrutture c’è bisogno di concentrazione della
domanda. Ciò si verifica nella città consolidata fino alla periferia
storica delimitata dalla prima circonvallazione, la Togliatti a est e la
Newton a ovest. Nella periferia intorno al Gra, invece, crolla il
gradiente di densità fino a vanificare la cura del ferro. Ce ne
accorgemmo con allarme trent’anni fa quando per la prima volta
pianificammo la rete dei trasporti con un moderno simulatore. Inserendo
nel modello la realizzazione di tutte le possibili metropolitane,
ferrovie e tranvie si otteneva uno splendido risultato entro la città
consolidata, con parametri di mobilità di rango europeo, e invece nella
periferia estrema il grande investimento infrastrutturale determinava
solo piccoli miglioramenti, senza risolvere la penuria strutturale. Ciò
significa che il guasto prodotto dalla dissennata espansione abusiva e
legale è difficilmente sanabile con terapie standard. L’investimento su
ferro è essenziale ma si deve accompagnare agli strumenti più innovativi
della mobilità dolce e soprattutto al disegno di nuove reti di
accessibilità e di relazioni tra le monadi. Non basta una semplice
terapia trasportistica. Occorre mettere in forma la conurbazione. Ma qui
si apre un grande problema teorico e pratico.
I fantasmi romani
Sulla
possibilità di ripensare la forma è cresciuto un certo scetticismo,
all’interno della disciplina urbanistica e soprattutto tra i
committenti. È clamoroso, per esempio, che gli organi della Città
Metropolitana di Roma, abbiano commissionato il Piano Strategico a un
gruppo di urbanisti con l’esplicito divieto a occuparsi della forma
territoriale.
Nello scetticismo ovviamente pesano gli
insuccessi dell’ingenuo razionalismo del passato. Tuttavia, anche quando
fallisce, l’urbanistica non passa invano. Il fare male e anche il non
fare spesso hanno effetti di scala non immediatamente visibili. Ci
vorrebbe non una semplice storia urbana, ma una sorta di genealogia à la
Foucault
per ricostruire come una qualsiasi azione, positiva o negativa, è stata
condizionata dalla precedente e come ha indirizzato gli eventi
successivi.
Ci vorrebbe anche una certa clemenza verso gli errori per trarre il bene dal male. Ex malo bonum
è l’esclamazione di Borromini di fronte al pasticcio combinato dai
padri Filippini nel loro Oratorio con una serie di superfetazioni
incongruenti e sconnesse. E il grande architetto inventò il capolavoro
della facciata che abbraccia il passante a piazza della Chiesa Nuova,
mentre nasconde le brutture preesistenti. Fu una mutazione di forma, non
sarebbe bastata una semplice ricucitura, né un rammendo e tanto meno
una rigenerazione. La sfida è applicare il motto borrominiano alla
mutazione della forma metropolitana.
Non si tratta certo di
tornare all’astratto modernismo novecentesco, anzi, al contrario occorre
ripartire dai suoi fallimenti, dalle tracce discontinue, dai segni
incompiuti lasciati durante le sue travagliate attuazioni.
In tal
senso la progettazione della forma è prima di tutto un esercizio della
visione, un nuovo sguardo su ciò che è consueto, una scoperta di
impensate nervature nell’insieme amorfo dello sprawl. Occorre La Coscienza dell’occhio di Richard Sennett per ritrovare la comune radice etimologica del theorein, che è insieme un vedere e un pensare lo spazio.
Le monadi edilizie sembrano tanti coriandoli gettati nella piazza a
Carnevale: apparentemente una distesa informe, ma si vedono deboli
aggregazioni nelle crepe del pavimento, nei cigli, negli avvallamenti.
Allo stesso modo, nella foto satellitare, osservando meglio, si notano
segni dissolventi, geometrie spettrali, come delle ombre che scompaiono a
uno sguardo frettoloso.
Sono i fantasmi della trasformazione
novecentesca. Dovremmo riconoscerli, prenderli sul serio, dialogare con
loro, come proponeva Jaques Derrida criticando l’idiosincrasia
illuministica di Marx verso gli spettri. Più semplicemente Eduardo De Filippo ha proposto un’interpretazione di Questi Fantasmi
come liberazione dalla penuria del presente e come desiderio di una
vita migliore, per il protagonista Pasquale, ma vale anche per la nostra
città.
Il più fantasmatico di tutti è il piano della Cometa
del 1942, del quale non conosciamo le planimetrie, né le norme, né il
plastico che andarono perduti nei bombardamenti. Eppure, tipico
paradosso romano, è stato l’unico piano a guidare con coerenza e lunga
durata lo sviluppo della città a ovest, certo con devastazioni
ambientali, ma anche con la priorità del mare, che oggi sarebbe
l’occasione per ripensare Roma come Capitale del Mediterraneo.
Al contrario, il Piano regolatore del ‘62, pur essendo ampiamente
conosciuto, discusso e normato, non ha mai trovato una coerente
attuazione. È fallito l’Asse Attrezzato del Direzionale, ma si è
sviluppato, proprio sul grande cerchio del GRA una sorta di Asse
Attrezzato dell’Abusivismo. E proprio questo fantasma non previsto e
anzi rimosso dal piano di Piccinato è oggi la più potente forma
territoriale, non a caso interpretata dal cinema, da Federico Fellini, a
Sacro Gra di Gianfranco Rosi, alla macchina celibe di Renato Nicolini. E
costituisce la sfida più difficile e più ambiziosa per ricreare
urbanità nel luogo più antiurbano, tessere relazioni tra le monadi
edilizie, aprire i tessuti verso la Campagna Romana e innervare le
connessioni regionali. Finalmente, è stato assunto come priorità dal
progetto Roma050 elaborato da Stefano Boeri e un gruppo di giovani
ricercatori su incarico del sindaco Gualtieri.
L’anello
ferroviario, invece, è il fantasma di Remo. Secondo il mito la sua
sciagura derivò dalla colpa di aver varcato il confine tracciato da
Romolo. Allo stesso modo, la sciagura della periferia frammentata e
abusiva deriva dalla colpa di aver varcato il confine della ferrovia,
allontanandosi dalla forma compatta del piano del Sanjust, il migliore
nella storia della Capitale.
E poi ci sono i fantasmi puri, perché mai considerati dalla pianificazione, pur trattandosi dei caratteri originari di Roma.
I flessi del Tevere che irrorano la Campagna e attraversano l’Urbe.
Dopo una lunga dimenticanza, oggi si va riscoprendo il fascino del
fiume, sia per merito di iniziative culturali spontanee sia di
iniziative comunali, in primis il Piano Strategico Operativo presentato
recentemente da Carlo Gasparrini e dall’assessore Maurizio Veloccia.
Il fantasma più interessante è la raggiera delle vie consolari, la più duratura forma territoriale di Roma.
Oggi sono corridoi tra centro e periferia attraversati con indifferenza
dai pendolari; rappresentano quella che Carlo Levi chiamava la Roma fuggitiva.
Proviamo a immaginarle come viali scanditi da grandi alberi, con spazi
pedonali ampliati e arricchiti dall’arredo urbano, gli slarghi e i
crocicchi trasformati in piazze distinte da installazioni artistiche, le
piste ciclabili, le facciate dei palazzi restaurate o colorate, una
suggestiva illuminazione notturna e i giochi d’acqua per ricordare che
siamo a Roma nella città delle mille fontane, non solo in centro
storico
Senza grandi spese le nuove consolari diventerebbero i
luoghi prediletti della vita quotidiana. Sarebbe la più pervasiva
rielaborazione dell’Immagine di Roma, nel senso profondo che alla parola attribuiva Ludovico Quaroni.
Noi romani dovremmo conoscere meglio di altri il senso di una strada
urbana, perché il miglior esempio è venuto all’inizio dell’era moderna
dagli assi di Sisto V che delineavano una struttura aperta della città
facilmente percepita dai viandanti con lo sguardo rivolto alle mete dei
grandi obelischi. A me pare la migliore definizione della Forma Urbana,
un disegno dall’alto che riesce a coniugarsi con la visione dal basso.
Oggi nella capitale solo le consolari riescono a coniugare alto e basso
nella visione. La raggiera è l’unica struttura ancora riconoscibile a
grande scala nell’amorfa conurbazione dei coriandoli edilizi. Nel
contempo essa costituisce per il viandante la decisiva mappa mentale,
intesa alla maniera di Kevin Lynch.
Al flaneur che si è
smarrito nella periferia è sufficiente approdare su una consolare per
ritrovare l’orientamento, per capire dove si entra e dove si esce dalla
città, dove dirigersi per andare da una consolare all’altra ecc.
La
conferma di questo profondo radicamento nell’immaginario viene anche
dalla toponomastica. Solo a Roma quasi tutti i quartieri dell’espansione
novecentesca prendono nome dalle consolari che l’hanno resa possibile.
Se chiedi a qualcuno dove abita ti dice al Tiburtino, al Salario, al
Prenestino, all’Aurelio e così via.
Le consolari, quindi, sono
anche strutture narrative della forma urbana. Nella lunga durata hanno
narrato i fasti imperiali, e poi la pietas medievale, l’intelligenza
rinascimentale, la gloria barocca, fino a decadere nella miseria
edilizia della modernità novecentesca. Eppure sono ancora strutture vive
e potrebbero raccontare qualcosa di meglio nel secolo che viene.
La
raggiera non deve più essere al servizio dell’espansione edilizia, ma
deve sostenere il riconoscimento di ciò che è più prezioso per la vita
di Roma, le reti ecologiche e la memoria storica sedimentata intorno a
quei tracciati.
A tal fine il progetto per il Centro
Archeologico Monumentale (CArMe) istituisce un gemellaggio tra i Fori e
un’area archeologica per ciascun Municipio.
Il miglior esempio è
costituito dal sito di Gabi, che il visitatore può raggiungere con la
metro C dalla nuova stazione appena aperta proprio a via dei Fori, per
poi tornare in città con le piste ciclabili delle consolari, la
Prenestina o la Casilina.
In tal modo si accorcia la distanza
temporale e mentale, come diceva Petroselli, tra i Fori e la città di
Gabi, la più lontana nella storia, in quanto città preromana, e nel
territorio poiché collocata al confine estremo del Comune.
Grande cura merita la regina delle consolari, l’Appia Antica, la Regina Viarum.
È uno dei luoghi più belli del mondo, ma di difficile accessibilità.
Realizzeremo un grande anello di mobilità intermodale a scala
metropolitana, mettendo a frutto le infrastrutture esistenti. Dalla
stazione Termini in treno si arriva in nove minuti alla stazione di
Torricola, la quale oggi sembra uscita da un film western - come nei
film di Sergio Leone si aspetta la sparatoria tra i cowboy - ma è già
iniziata la riqualificazione ad opera di Ferrovie Italiane e diventerà
più funzionale e accogliente. A pochi passi si trova il tratto in
basolato della Regina Viarum e si può tornare verso il centro a piedi o
in bici oppure con un bus elettrico chiamato Archeobus. Arrivati al
Circo Massimo, alla Casina Vignola Boccapaduli appena restaurata, si
prende l’Archeotram per tornare al punto di partenza a Termini.
Il sistema di mobilità integrata, che chiamiamo ArcheoMetrebus, ci
aiuta a riconoscere un altro fantasma romano: il grande triangolo di
natura e storia dal vertice del Campidoglio fino ai Castelli Romani, che
si è salvato, per merito di Antonio Cederna. Questa grande eccezione
dell’espansione novecentesca può costituire nel nostro secolo l’incipit
di una nuova storia della Campagna Romana, non più intesa come un vuoto
da riempire col cemento, ma un pieno di vita, di cultura, di paesaggio,
di benessere e di economia urbana.
È davvero possibile? A quali condizioni il passato può trasformare il presente e preparare l’avvenire?
Domanda cruciale per Roma, che apre l’ultimo tema di questa conferenza.
La rielaborazione dell'antico nel contemporaneo
Tutto
dipende dal nostro rapporto l’antico. Non ci dice granché se lo
consideriamo solo un oggetto antiquario, una curiosità da mettere in
mostra, un ornamento a compensazione delle brutture moderne. Al
contrario può sprigionare una capacità trasformativa se interagisce con
la nostra vita, se ci interpella, se ci costringe a riflettere sul
nostro tempo e su noi stessi.
Quindi, occorre prima di tutto
predisporci a un rapporto problematico, direi inquieto, tra noi e
l’antico. E su questo non a caso ci sono maestri i padri della
psicanalisi
Carl Gustav Jung non riuscì mai a mettere piede a Roma. Nei Ricordi
dice: “Ho viaggiato molto nella mia vita e sarei andato volentieri a
Roma, ma sentivo di non essere all’altezza dell’impressione che questa
città mi avrebbe-fatto”.
Temeva l’intensità spirituale della
memoria dell’antico. Mi domando: Noi moderni siamo ancora in grado di
avvertire quella sua inquietudine?
Sigmund Freud diede una rappresentazione fisica della psiche umana in
analogia con il paesaggio archeologico romano. Nel quale, coesistono le
stratificazioni materiali della storia plurimillenaria, proprio come
nella psiche convivono i ricordi di tutta una vita. E’ il passo famoso
de Il disagio della civiltà, che di solito viene letto
staticamente come mera rappresentazione. Se invece interpretiamo la
metafora come trasformazione ci procura un certo ottimismo sul futuro.
Da una terapia psicoanalitica, se ha buon esito, emerge una personalità
nuova, più consapevole e aperta alla vita. Così nel progetto urbano, se
di buona qualità, può scaturire, proprio dalla rielaborazione
dell’antico, una città più aperta al futuro.
Che cosa significa rielaborazione dell'antico nel contemporaneo?
La frase contiene una certa ambiguità che ci mette tutti d’accordo, ma forse merita un approfondimento.
Tutto dipende dal senso delle parole.
Per
Antico vale l’interpretazione inquieta di Jung. E per il Contemporaneo
chiediamo aiuto a un altro classico: al Nietzsche della Seconda Considerazione inattuale. Contemporaneo è chi afferra il proprio tempo col pensiero o con l’arte o con la politica.
Per riuscirci però non deve rimanere schiacciato sul presente, deve
mantenere un distacco dallo status quo, deve prendere una postura
asimmetrica rispetto al consueto, cioè deve coltivare una certa dose di
inattualità.
Il contemporaneo è l’inattuale, è una Stimmung, una postura inquieta che non si adegua al presente.
Allora anche la parola Rielaborazione dovrà assumere un significato
problematico per porsi in sintonia con le interpretazioni critiche che
abbiamo dato sia dell’antico sia del contemporaneo.
Quindi potremmo
dire che la rielaborazione si compie quando l’antico irrompe nel
contemporaneo, cioè mette a soqquadro il consueto, suscita energie
impreviste prima d’ora, cambia la visione del mondo e dello spazio.
Ciò trova conferma nella metafora freudiana: nel processo
psicoanalitico la memoria diventa un’energia vitale solo se la terapia
si apre un varco nell’insoddisfazione del presente da parte del
paziente, il quale si pone alla ricerca di una vita più consapevole,
cioè più contemporanea.
Quindi, la rielaborazione non è un
pranzo di gala, è un conflitto, un movimento di irruzione dell’antico
nel contemporaneo. Detto più bruscamente nella rielaborazione si esprime
il carattere sovversivo dell’antico.
Può sembrare esagerato,
troppo polemico questo carattere, ma è il problema con cui facciamo i
conti ogni giorno nelle nostre attività progettuali e pianificatorie.
Quando si disegna il futuro di Roma volendo dare un significato
autentico all’antico si deve combattere contro le follie del Novecento.
Il primato mondiale nell’uso dell’automobile che ha devastato lo spazio
pubblico; il fordismo a Roma ha fatto più danni delle invasioni
barbariche e delle spoliazioni postantiche. La più grande città abusiva
d’Europa che ha sbocconcellato la mirabile Campagna romana.
Da un
lato Roma è considerata la massima espressione occidentale della cultura
antica. Ma proprio qui il Novecento ha prodotto anche la più grande
dissipazione del paesaggio naturale e storico. Noi progettiamo dentro
questa catastrofe storica. Non dobbiamo dimenticarlo.
Per
questo occorre un PENSARE ESTREMO E AGIRE ACCORTO. È il motto del
filosofo romano Mario Tronti, appena scomparso; ma vale anche per una
buona progettazione per Roma, pronta ad accettare tutte le mediazioni
davvero necessarie, senza mai smarrire la critica sovversiva della città
esistente.
Non c’è niente di titanico in tutto ciò, anzi a
volte basta poco per ribaltare la visione degli spazi. Accade spesso in
questi mesi alla conclusione dei tanti cantieri aperti, come Piazza Pia,
i nuovi parchi fluviali sul Tevere, la bella pista ciclabile che scende
a S. Pietro da Monte Ciocci. Sono piccoli interventi di
riqualificazione, che ottengono grandi risultati.
Nella nostra
città non servono opere estemporanee, basta togliere il disordine per
restituire la parola a Roma, poi ci pensa lei a farci sognare.
Quando si aprono questi nuovi spazi pubblici mi capita di osservare lo
stupore nei volti delle persone. I cittadini vedono con uno sguardo
diverso i luoghi consueti, da troppo tempo preclusi alla vita pubblica. È
come un conoscere di nuovo quei luoghi, cioè un ri-conoscere parti di
città e quindi riconoscersi anche come cittadini. In queste nuove opere
romane c’è la prova empirica di quella Proprietà transitiva del
riconoscimento socio-spaziale.
Ma è proprio questo carattere sovversivo dell’antico che suscita istinti repressivi, soprattutto nella classe dirigente.
La politica del patrimonio culturale sembra voler oscurare l'inquietudine dell'antico di Jung.
C’è una REgressione del patrimonio che prende le forme delle tre RE: REtorica, REcinzione e REndita.
La Retorica della Città Eterna - della Grande Bellezza e simili –
illustra una cartolina rassicurante che spegne il carattere perturbante
delle rovine, impedisce la rielaborazione della memoria intesa come
psicoanalisi urbana. Un velo di stereotipi oggi impedisce all’antico di
irrompere nel contemporaneo
La Recinzione rivela una decadenza della tutela, la quale si attesta
sul monumento isolato, ignorandone volutamente le relazioni spaziali
antiche e moderne. Nell’area più tutelata di Roma, infatti, sono state
cancellate, senza che nessun Soprintendente ne provasse disagio, le due
connessioni più importanti della città antica: il Clivo Capitolino è
chiuso da un orribile cancello che impedisce il plurimillenario percorso
tra il Foro e il Campidoglio; la recinzione dell’Arco di Giano blocca
il passaggio del Velabro tra il Tevere e il Foro, cioè la relazione
spaziale da cui è cominciata la storia di Roma.
La Rendita, infine, consiste nell’uso estrattivo dei beni culturali che
sembra creare ricchezza e invece alimenta l’arretratezza. Il sistema
economico, infatti, è impigrito dall’eccesso di offerta. Non c’è bisogno
di inventare nuovi servizi o innovare le imprese, sono sufficienti
fast-food e airbnb, tanto ci pensa il Colosseo a portare i turisti. I
politici magnificano l’aumento dei flussi, ma la Banca d’Italia
certifica la diminuzione del valore aggiunto e della produttività,
segnalando quindi un arretramento rispetto ad altre città europee.
La penuria economica è figlia del fraintendimento della parola
valorizzazione. Ormai ridotta sempre più a merchandising e
bigliettazione.
Valore è una bella parola e in questo contesto
dovrebbe avere un significato culturale. Creare valore vuol dire
considerare l’antico come energia di trasformazione della città futura.
Non solo sarebbe un contributo al riconoscimento della cittadinanza, ma
avrebbe anche un più profondo effetto macroeconomico: una città ricca di
cultura antica e contemporanea è anche una città più produttiva di
innovativi servizi e di benessere sociale.
Il progetto CArMe
La
valorizzazione intesa come cultura è l’obiettivo ambizioso del progetto
CArMe. In pratica consiste nel riscoprirne la vocazione di centro
prediletto della vita pubblica, come era nell’antichità; dove darsi un
appuntamento, camminare nel paesaggio antico e contemporaneo, sentirsi
liberi di studiare o lavorare, e perché no anche di giocare, godere
delle rappresentazioni artistiche, partecipare agli eventi civili e al
dibattito pubblico e soprattutto riconoscersi come cittadini di Roma e
del Mondo
A tale scopo il progetto CArME postula tre principi del cambiamento di visione.
Il primo principio: Prossimità dell’antico.
Dal punto di vista del progettista la prossimità va intesa sia in senso
temporale, come relazione con la contemporaneità, sia in senso
spaziale, come connessione con l’urbanità.
Dal punto di vista del
visitatore, invece, Prossimità dell’antico significa la possibilità di
passeggiare liberamente nella storia e accrescere la conoscenza della
città antica.
La sfida principale riguarda l’area dei Fori.
Dopo un quarto di secolo dalla fine degli scavi non ha ancora avuto una
sistemazione, è isolata dal resto della città, è un cratere archeologico
incomprensibile segnato da un simulacro di strada che non serve più
come strada. E con il timbro del vincolo si vorrebbe cristallizzare
questa miseria urbana.
Occorre, invece, superare la vecchia
contrapposizione tra conservatori e smantellatori, che si è fossilizzata
sui venti metri della carreggiata. Bisogna ampliare la scala per
ripensare tutta l’area dell’antico quartiere alessandrino, dai Mercati
Traianei al Foro Romano. Il Piano Strategico definirà le regole e gli
obiettivi per le soluzioni progettuali che scaturiranno poi da
impegnativi concorsi internazionali.
Per farci un’idea del
cimento ideativo possiamo fare riferimento agli studi scientifici degli
ultimi anni, per esempio quello di Raffaele Panella e quelli del
concorso del Prix de Rome del 2016.
I tre progetti vincitori, proprio nelle loro diversità, costituiscono una sorta di compendio di tutte le altre soluzioni.
Il
progetto di Franco Purini propone un’interpretazione ipernovecentesca
con un ponte sospeso sopra l’area archeologica interamente riportata in
luce e visitabile.
Il progetto di Chipperfield, invece, torna indietro a un’interpretazione ottocentesca di un romantico giardino archeologico.
Infine il Luigi Franciosini propone un ambizioso sistema di grandi piazze sospese anch’esse sopra l’area archeologica.
Con
soluzioni molto diverse, tutti e tre superano il vecchio conflitto tra
smantellatori e conservatori della strada del Novecento e immaginano
nuovi paesaggi del CArMe per il nostro secolo. In qualsiasi soluzione è
cruciale la relazione tra il livello urbano e quello archeologico, tra
la “città di sopra” e la “città di sotto”. Aymonino lo definiva il più
grande tema di scienza urbana del nostro tempo. Un’innovazione preziosa
viene dal progetto di Francesco Cellini per piazza Augusto Imperatore
che svela la magia del piano inclinato come relazione tra antico e
contemporaneo. Questa soluzione consente di superare gli obbrobri delle
recinzioni e delle buche archeologiche, che spesso deturpano il
paesaggio romano. Il piano inclinato è la geometria prediletta della
Prossimità dell’Antico.
Secondo principio: la molteplicità del
paesaggio significa riscoprire la presenza dei Colli che circondavano la
valle, ritrovare l’orografia antica nella città contemporanea, riaprire
alla vita urbana le relazioni originarie, tra il Foro e il Campidoglio,
tra il Foro e il Tevere, come abbiamo visto prima.
La perentorietà
dello stradone ha appiattito l’orizzonte, ma noi vorremmo enfatizzare
la dimensione verticale dell’area, rappresentata in questo diagramma.
Oltre i due livelli già detti, quello contemporaneo della via dei Fori e
quello archeologico, abbiamo altri due livelli: in basso, le Stazioni
archeologiche della metro svelano una Roma sotterranea ancora
sconosciuta;
Vediamo qualche immagine, di sfuggita. Questa è la
stazione di Piazza Venezia, all'uscita da tornelli si potrà visitare il
presunto Ateneo di Adriano e di accedere direttamente al Foro di
Traiano. La nuova stazione del Colosseo, appena inaugurata con successo
di critica e di pubblico, si trova sotto la collina Velia. Vi consiglio
di andare a vederla. Qui la ricostruzione dei pozzi votivi che
scendevano dalla cresta fino al livello dell’attuale foyer della
metropolitana.
Infine, in alto, le Terrazze riprendono le
visuali panoramiche dei colli e delle reinterpretazioni rinascimentali
che ne hanno proposto le ville aristocratiche: Horti Farnesiani,
Aldobrandini appena restaurata, e Rivaldi, in questi giorni è stato
riaperto al pubblico il giardino rinascimentale e la prossima settimana
riapriremo anche il limitrofo Belvedere Cederna, che è una sorta di
lacerto della collina Velia e ne restituisce lo splendido panorama
davanti al Colosseo. Il restauro del Palazzo Rivaldi, già iniziato negli
splendidi affreschi rinascimentali, a mio avviso è la più importante
opera culturale dei prossimi anni nell’area. Sulle funzioni di quegli
spazi, il ministro Giuli ha manifestato recentemente l’intenzione di
promuovere un dibattito tra gli esperti e credo sia indispensabile che
le nostre università e il Comune di Roma vi partecipino con impegno.
Sarebbe utile promuovere un convegno di studi e proposte.
Proseguendo nella riscoperta dell’orografia antica, il
Colle Oppio è interessato dalla riqualificazione del giardino di
Raffaele De Vico, dall’apertura al pubblico del criptoportico con
l’affresco della Città Dipinta e dalla trasformazione già in cantiere
della Cisterna delle Sette Sale, il grandioso impianto idraulico che
serviva le Terme di Traiano. Diventerà un suggestivo centro di cultura e
di vita urbana, con il progetto di Luigi Franciosini, vincitore di un
altro concorso di architettura.
È in atto la riscoperta del
Celio con il Museo della Forma Urbis nella Palestra ex-GIL, la Casina
del Salvi tornata alla funzione ottocentesca di coffe-house, con la sua
bella terrazza affacciata sul Palatino, al secondo piano offre ai
giovani aule per studiare vicino ai monumenti, si sono subito riempite
di studenti dalla mattina alla sera. Nei pressi si può già vedere il
giardino vitruviano, dove la passeggiata tra i reperti, a breve anche
con l’ausilio di strumenti digitali, si tramuta in una sorta di breve
corso sull’epigrafia e sull’architettura antica. Inoltre è partito il
cantiere per l’abbellimento del verde del colle, con il tram che
viaggerà su manto erboso. E finalmente è partito anche il restauro
dell’Antiquarium, dopo circa ottanta anni di abbandono, per farne una
sorta Forum Celio, un luogo ricco di arte, di teatro, di musica, di
servizi per i giovani e ludoteche.
Infine, l’orografia antica
riemergerà in tutta la sua potenza paesaggistica con la qualificazione
del grande parco centrale da Caracalla a Circo Massimo, nel sedime
dell’antica valle Murcia che sfociava sul Tevere. Il Circo Massimo verrà
riqualificato come invaso verde che rappresenta la struttura antica
delle tribune. Nelle Terme di Caracalla tornerà il gioco dell’acqua,
dopo quasi due millenni, e si potrà godere di un variopinto orto
botanico aperto al pubblico, con il restauro avviato dalla
Soprintendenza Speciale. Sul lato opposto, la Bocca della Verità
diventerà, con un altro concorso, una piazza moderna che riattiverà la
connessione arcaica tra il Foro e il Tevere.
Terzo principio: l’Apertura alla città trova una prima attuazione nella
Nuova Passeggiata Archeologica. Un grande anello pedonale che abbraccia
tutta l’area: potete vedere i tratti già realizzati a via di S.
Gregorio e di S. Teodoro; nel frattempo sono partiti i cantieri per gli
altri tratti di via dei Fori e dei Cerchi; entro l’anno avremo l’anello
completo.
Nella sua materialità è una trasformazione semplice,
ma speriamo diventi un’opera cognitiva capace di modificare la visione.
Oggi interpretiamo l’area solo mediante i suoi attrattori, andiamo a
visitare il Colosseo, i Fori o il Circo Massimo. La Passeggiata, invece,
ci aiuterà a scoprire il Centro Archeologico come un sistema storico e
paesaggistico, in cui la bellezza di ciascun monumento risplenderà in
relazione agli altri monumenti e al contesto urbano.
Sulla
Nuova Passeggiata Archeologica poggia un ventaglio di Percorsi Pedonali:
i flussi dei pedoni arriveranno dai rioni circostanti e irroreranno la
valle, riscoprendo l’immagine arcaica dei torrenti che affluivano dai
Colli.
Tra questi percorsi, per esempio, uno offrirà al viaggiatore
in arrivo alla stazione Termini un itinerario verso i Fori attraverso
via Cavour, che diventerà un viale alberato e in parte pedonale di
accesso al Carme, anche per compensare le limitazioni di ingresso da
piazza Venezia apportate dal cantiere metro.
In tale contesto la Torre dei Conti, restaurata come luogo esemplare dell’epoca medievale assurgerà a maestoso landmark
del rapporto tra i Fori e la città. È in atto un complesso intervento
di consolidamento, è stato confermato il finanziamento e si potrà
riprendere il restauro, dopo attenta riflessione sulla tragedia, che ha
causato la perdita di una vita umana e il crollo di una parte del
monumento.
Un contributo di “ferro” all’Apertura verso la città
verrà dall’Archeotram. Sui binari esistenti - già percorsi dalla mitica
circolare rossa - si aggiungerà un nuovo servizio di trasporto mirato
alla visita dei monumenti. Questo tracciato tranviario è l’unico uscito
indenne dal grande smantellamento di metà secolo perpetrato dai diversi
regimi politici. Se, in un esercizio di fantasia, si potesse attribuire
la responsabilità a un solo esecutore, questo grande Smantellatore
mostrerebbe un’inusitata passione per l’archeologia. Il tracciato
salvato, infatti, sembra progettato appositamente per collegare tutti i
luoghi più caratteristici di Roma Antica: Piramide, Circo Massimo,
Celio, Colosseo, Domus Aurea, Mura di S. Giovanni, Porta Maggiore, Horti
Imperiali di piazza Vittorio, Terme di Diocleziano e Museo Nazionale
Romano. Fino ad oggi lo abbiamo usato come linea di trasporto, nei
prossimi mesi lo scopriremo come un arco narrativo della storia romana,
attuando così una geniale intuizione di Insolera. La nuova linea
Archeotram consentirà anche di attestare i flussi turistici a Ostiense,
che diventerà la Porta del CArMe, ed eliminare la circolazione e la
sosta dei pullman privati nel Carme, con grande beneficio per i
monumenti e per i cittadini.
Nell’apertura alla città quindi si realizza una dialettica delle forme: l’asse e l’anello.
Nel Novecento l’asse dei Fori è stato l’accesso all’area archeologica, sia come funzione sia come simbolo.
Le Corbusier ne ha celebrato la potenza iconica durante la visita nel 1936: "Nella città moderna la
strada dritta dell’automobile sostituisce il percorso dell’asino della
città medievale".
Al contrario, il nano di Nietzsche, dice a Zarathustra, libro molto amato da Jung: "tutte le linee dritte mentono, la verità è nelle curve".
Due movimenti cruciali della razionalità novecentesca: da un lato la
Ragione che mette in forma la vita e dall’altro la vita che decostruisce
la Ragione.
Mi pare molto importante che in questo luogo i due
volti dell’immaginario del Novecento possano interagire di fronte alle
testimonianze di Roma Antica.
Non si tratta di far vincere una
forma rispetto all’altra, è proprio la tensione tra forme diverse che
alimenta la qualità urbana e arricchisce il paesaggio.
Riassumendo e concludendo, tutti i fantasmi romani che abbiamo
incontrato alludono ad ataviche geometrie: la cometa verso il mare, i
flessi del Tevere, la raggiera delle consolari, i cerchi del Gra,
dell’anello ferroviario e della Passeggiata Archeologica, il triangolo
dell’Appia, l’arco dell’Archeotram, il piano inclinato tra antico e
contemporaneo.
Non saprei dire con quali strumenti tecnici, ma certo sarebbe decisivo instaurare intense relazioni tra queste geometrie.
Proviamo a immaginare una sorta di “danza delle geometrie” nella quale
ciascun sistema si muove rispetto agli altri, creando differenze e
prossimità, imperativi e dissolvenze, intenzioni e rivelazioni.
La nuova Forma Urbana allora assomiglierà a un’installazione di
Alexander Calder, nella quale il cerchio, il triangolo, la raggiera e i
flessi interagiscono tra loro creando una molteplicità di visioni, di
paesaggi.
Si può riconoscere Roma solo nella molteplice danza
delle sue geometrie. Riconoscere Roma è un dialogo creativo con i suoi
fantasmi.
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