venerdì 15 febbraio 2013

Le città dell'innovazione

Le città costituiscono la carta non ancora giocata dall’Italia per uscire dalla crisi. La cultura urbana è ciò che abbiamo di peculiare e di inimitabile nella competizione mondiale. In essa il filo della tradizione si intreccia con le opportunità del moderno. Solo a partire dai punti alti della nostra identità nazionale sarà possibile cogliere le sfide del futuro.

Le belle città italiane sono state sfigurate dall’industrializzazione, ma possono diventare luoghi ideali per la ricerca, le tecnologie, i servizi avanzati e l’alta formazione. L'innovazione in fin dei conti non è questione di tecnologie, ma di creatività. È un processo sociale che favorisce la produzione dei saperi e delle arti, l’invenzione di nuovi prodotti, l’elaborazione di nuovi stili di vita, mutamenti dell’organizzazione civile, condivisione di conoscenze, contaminazione tra esperienze diverse, apertura verso le differenze, ricambio generazionale, mobilità nella scala sociale ecc. Di fronte alla tendenza omologante della globalizzazione le differenze urbane diventano una risorsa in più.





Soprattutto noi italiani dovremmo averne consapevolezza. Abbiamo realizzato le cose migliori quando i produttori erano legati a un luogo, dai comuni alle signorie, sino ai tempi nostri. Anche il miracolo economico è stato grande crescita urbana, il triangolo industriale prima di tutto e poi l’invenzione dei distretti industriali ammirati nel mondo e oggi insidiati dalla manifattura dei paesi emergenti. Hanno avuto il merito di trasformare l’antico gusto artigianale e la coesione sociale in fattori propulsivi della produzione industriale. Potranno dare ancora molto se sapremo difenderli e rinnovarli, ma certo non saranno più l'energia propulsiva dell’innovazione italiana. Per questo il Paese rischia di rimanere nudo di fronte alla sfida competitiva. E’ come se in Germania venisse a mancare il sistema renano, in Francia l’interventismo statale, in Gran Bretagna la forza finanziaria.

Ecco la svolta da compiere. Quello che siamo riusciti a fare di originale con i distretti industriali, dovremmo realizzarlo con le città come grandi fabbriche postmoderne dell’innovazione. La vecchia industria aveva una certa indifferenza per il territorio; oggi invece la qualità dei luoghi diventa fattore decisivo per l’agglomerazione delle competenze. Nel distretto industriale la trasmissione delle competenze si realizzava in virtù dell’identità culturale e di legami sociali forti. Il lavoratore creativo, al contrario, ama le differenze, le relazioni aperte, i legami sociali deboli tipici dell’ambiente urbano.

Le politiche di innovazione riguardano l'intero Paese ma trovano in città il laboratorio privilegiato, in doppio senso, perché vi trovano le condizioni ambientali per maturare e perché forniscono un banco sperimentale di strategie più generali. Nei programmi di governo delle città non dovrebbero mai mancare tre cose.

Coltivare competenze proprio come fa l'agricoltore con i suoi alberi, impiantarli, aiutarne la crescita, innestare nuove specie e aprire il campo ai venti lontani che portano spore di biodiversità. La qualità della scuola di ogni ordine e grado, la focalizzazione di attività formative sulle vocazioni produttive del territorio, il rango internazionale degli studi universitari sono gli obiettivi minimi che un'amministrazione locale deve pretendere da tutti i soggetti pubblici responsabili. Solo la città che attrae i giovani può candidarsi all'innovazione. Da qui la priorità per il welfare giovanile, per le borse di studio, le residenze e gli assegni di ricerca e l'accoglienza di studenti stranieri. Ma soprattutto per creare luoghi aperti alla libera espressione artistica e culturale e per mettere a disposizione servizi di sostegno alle start-up e alla sperimentazione sociale. Il trasferimento dei saperi dall'università alle imprese viaggia con le teste delle persone e bisognerebbe quindi avere molta attenzione alla sorte dei dottori di ricerca, dopo aver speso tante risorse per formarli. Oggi chi non riesce ad andare in cattedra,  per lo più abbandona la ricerca o lascia il paese. E invece si deve incentivare il loro impiego nelle imprese e nelle amministrazioni come portatori di futuro.   

Chiedere innovazione è compito delle politiche pubbliche. Si fa un gran parlare di ricerca ma il sistema produttivo oggi ne chiede poca, e per questo perde competitività. Bisogna prima di tutto creare domanda di innovazione se si vuole uscire dalla buca conservativa in cui è caduta l'organizzazione sociale. Proprio la politica che ha assecondato la caduta possiede anche le carte per uscirne. Il governo della città ha bisogno della conoscenza e deve prima di tutto imparare a chiederla con trasparenza e qualità. Oggi la città va ripensata, si tratta di inventare funzioni nuove e di ridisegnare luoghi già segnati dai vecchi usi. E' quasi un gioco gestaltico che ci aiuta a vedere le cose in modo totalmente diverso, come immaginare, ad esempio, un giardino pensile su un’autostrada urbana dismessa. L’invenzione funzionale, però, oggi è frenata dalla rigidità dell’offerta che procede a ondate, prima tutte case, poi tutti uffici, poi tutti ipermercati, adesso di nuovo case e si ricomincia. Bisognerebbe invece diversificare la domanda di funzioni utilizzando competenze, la concertazione, i concorsi di idee, la promozione internazionale. La capacità di reinventare i luoghi e la molteplicità delle funzioni sono oggi i caratteri che fanno ricca la città.

L’ingegno deve essere applicato all’organizzazione della vita collettiva. E’ incredibile il ritardo delle nostre città, siamo pieni di diavolerie tecnologiche a casa e in ufficio, ma nello spazio pubblico prevalgono sistemi obsoleti. Continuiamo a muoverci nel traffico come talpe in base a quello che abbiamo di fronte, mentre se conoscessimo in tempo reale che cosa succede in città i flussi si allontanerebbero dall'ingorgo. La città è anche un’enorme banca di dati che dovrebbero essere accessibili come i suoi luoghi. Si tratta di una conoscenza non solo utilizzata ma anche alimentata dai cittadini: è bastato che prendesse piede quel gioco in internet sulle vecchie foto di famiglia per ottenere un grande archivio di immagini sulla trasformazione urbana. Nei prossimi anni sarà decisivo questo software urbano, come insieme di open data, di servizi, di modi d’uso dello spazio. Non è solo una sfida per i governi municipali ma implica anche un riconoscimento dell’ingegno sociale. E ciò è possibile solo se i giovani entrano nel mondo del lavoro, nell’amministrazione pubblica, nella politica. L’innovazione è un vettore composto da due direzioni: il salto cognitivo e la qualità della cittadinanza. Su entrambi i lati ci aspettiamo buone pratiche dalle amministrazioni comunali che hanno ricevuto la fiducia dei cittadini.

Creare valore nell’economia urbana migliorando l’organizzazione della vita collettiva. E' possibile, anzi è una delle poche vie per tornare a creare lavoro. Altrimenti rimangono solo le chiacchiere dei Forum di Davos che promettono la crescita continuando a fare le stesse cose che hanno provocato la crisi. Il primato della finanza si è accompagnato con la speculazione immobiliare. L'economia di carta e di mattone ha impoverito le città e ha costretto tanti cittadini ad abbandonarle per andare a vivere negli hinterland consumando inutilmente altro suolo. Al contrario, la cura dei beni comuni può fornire nuove opportunità per fare impresa innovativa. L’agenda delle cose da fare è stata già scritta - la mobilità sostenibile, il recupero urbanistico, la riconversione ecologica degli edifici, il ciclo dei rifiuti, la saggia gestione delle acque, l’agricoltura periurbana, come anche la comunicazione digitale, la cura della persona, la scuola e l’educazione - e molti bravi amministratori hanno già dimostrato che si possono coniugare qualità della vita e nuovi saperi della città. Bisogna mettere a frutto i beni comuni. Invece di svendere una caserma a prezzi stracciati forse sarebbe meglio utilizzarla per case in affitto per i giovani, per atelier delle imprese innovative e per le strutture del nuovo welfare. Invece di occupare con le nomine politiche le aziende di trasporto e dell'energia bisognerebbe farne strumenti specializzati nell'applicazione di tecnologie della green economy.

Però serve un cambiamento anche dal lato degli atenei e dei centri di ricerca. Oggi sono soffocati dalla burocrazia che è stata sedimentata da troppe inutili leggi. In futuro, ancora come istituzioni pubbliche, ma sempre meno legate alle paturnie dell'amministrazione statale, dovranno muoversi più liberamente nelle due dimensioni cruciali della crescita della conoscenza, nelle reti internazionali delle comunità scientifiche e nei luoghi urbani di agglomerazione delle competenze. Nella post-modernità si affievolisce il ruolo dello Stato anche verso le istituzioni del sapere e paradossalmente torna in auge il paradigma medioevale dell'universitas che era da un lato connessa alla produzione culturale dell’intera cristianità del tempo e dall’altro profondamente radicata in una singola città, Bologna o Parigi ad esempio. La fortuna di un ateneo dipenderà sempre meno dalla convergenza verso un modello standard previsto dalle leggi. La sua qualità sarà definita dal riconoscimento che otterrà nelle reti mondiali della conoscenza. E la sua efficacia dall'onda di creatività che riuscirà a diffondere nella propria città.

In quali direzioni, allora, dovranno migliorarsi le istituzioni della ricerca per aiutare la crescita civile ed economica di un territorio? Una buona guida di riforma è fornita dalle Lezioni americane di Italo Calvino. La prima, Leggerezza per buttare via tutte le pesantezze burocratiche in modo da volare come una farfalla posandosi sui fiori dai colori più diversi. La terza, Esattezza per dedicare tutte le energie a cercare un ponte tra le cose visibili e invisibili, come fa l'artigiano che crea un oggetto da una materia informe o uno scienziato che trae una teoria dal caos dei fenomeni. La sesta, Molteplicità per tenere sempre a mente che soprattutto l'innovazione ha bisogno di riconoscere le differenze, di cercare strade nuove, di uscire dallo standard, di alimentare la biodiversità del sapere e del saper fare.


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