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venerdì 7 novembre 2025

Perché sono contrario alla legge per Roma Capitale

 Alla Camera dei Deputati è iniziata la discussione della legge costituzionale per Roma Capitale sulla base del testo proposto dal governo Meloni. Sono stato invitato il 4-11-2025 in audizione alla Commissione Affari Costituzionali e ho espresso il mio punto di vista critico con questo intervento.



Comincio dagli aspetti positivi.

Nella mia lunga esperienza parlamentare non ho mai visto per Roma Capitale uno spirito di collaborazione tra i partiti come si va esprimendo su questo disegno di legge costituzionale proposto dal Governo. Complimenti, quindi, ai parlamentari protagonisti del dibattito costruttivo.

Come ex-amministratore comunale apprezzo l’attenzione dedicata alla nostra città da questa prestigiosa commissione parlamentare per gli Affari Costituzionali.

Sono d’accordo anche sulle priorità assegnate ad alcune materie, per esempio i beni culturali, in questo momento sotto i riflettori per la tragedia della Torre dei Conti.

Già se ne occupò la legge ordinaria del 5 maggio 2009 n. 42 del 2009 con lo specifico decreto legislativo del 18 aprile 2012 n. 61. Era prevista una Conferenza delle Soprintendenze come sede di coordinamento e di programmazione tra lo Stato e Roma Capitale. Purtroppo nei fatti è stata svuotata di funzioni dalla resistenza conservatrice delle burocrazie ministeriali. Quando si approva una nuova legge ci vorrebbe un’accurata policy analysis, di solito poco praticata in Italia, per capire dove non ha funzionato la legge precedente e quindi evitare di ripetere gli stessi errori. Rimane aperto il cruciale problema di una gestione integrata del patrimonio culturale, a oggi purtroppo frammentato tra le competenze statali e comunali, spesso senza alcuna razionalità. Sulla questione mi permetto di richiamare alla vostra attenzione il mio disegno di legge depositato in Senato nella XVII legislatura (Atto n. 2999). Esso propone una netta distinzione tra competenze tecnico-scientifiche e indirizzi politici. Le prime sono collocate in una Grande Soprintendenza di Roma responsabile di tutti i beni oggi divisi tra Ministero e Comune; gli indirizzi politici sono concertati tra Ministro e Sindaco in un apposito Comitato Strategico della Grande Soprintendenza. 

Vengo al tema dell’audizione, il testo base (C. 2564) per la discussione sulla legge per Roma Capitale. Non condivido l’impianto della proposta e avrei preferito un modello diverso.

In un primo momento non avevo accettato il vostro cortese invito all’audizione, per non turbare il clima di concordia. Poi ho avuto un ripensamento e sono venuto. La postura critica aiuta a vedere i problemi attuativi e forse è utile sottoporli alla vostra attenzione, perché possiate affrontarli e mitigarli pur all’interno del modello che avete scelto. 

I più rilevanti problemi attuativi sono due:

1. Vulnus nel rapporto eletti-elettori

2. Complicazione del governo della città e della regione 

lunedì 6 gennaio 2020

Carità o diritti?


Sul tema i volontari della Caritas di Roma mi hanno chiesto di tenere una lectio magistralis in occasione della Giornata Mondiale della Lotta alla Povertà. Ne è venuta fuori una riflessione sulla relazione, in atto o in teoria, tra la politica e il volontariato. Il convegno si è svolto nei giorni 14-15 ottobre 2019 nell'Ostello di via Marsala dedicato alla memoria di don Luigi Di Liegro. Di seguito il testo del mio intervento.
Qui è disponibile il video del mio intervento
Di seguito il testo scritto.

Un titolo lancinante apre la nostra sessione del convegno: Carità o diritti? Le parole vengono da antiche tradizioni culturali, ma in questo luogo di accoglienza e di fraternità indicano due esperienze di vita: la carità come un dono all'altro che è anche un dono a se stesso; i diritti come doni universali che regolano le relazioni tra le persone.
Fin qui il nostro titolo appare in tutta la sua positività. Ma interviene la parola più piccola a infrangere l'armonia, separando con la disgiunzione "o" ciò che dovrebbe andare insieme. C'è però un punto interrogativo a lenire la preoccupazione, annunciando che la questione è ancora aperta alla discussione e nulla è detto di definitivo. È appunto la discussione che la mia introduzione vorrebbe sollecitare.
È davvero scontato che ci sia un aut-aut oppure esiste uno spazio comune di relazione e anzi di interdipendenza? E quale sarebbe questo spazio comune?

giovedì 17 gennaio 2019

Una proposta per la tutela della Città storica

L'Associazione Bianchi Bandinelli ha presentato in un apposito convegno il disegno di legge per la tutela dei centri storici. Il testo legislativo e gli atti del convegno sono disponibili qui. Di seguito pubblico il mio intervento.

Della nostra proposta di tutela dei centri storici desidero sottolineare un aspetto, apparentemente marginale, ma di una certa importanza. Il disegno di legge è stata presentato con sapienza giuridica dai relatori che mi hanno preceduto, Giovanni Losavio ed Elio Garzillo. Non potrei dire meglio di loro; come ex-parlamentare mi preme aggiungere solo una considerazione sulla qualità della forma legislativa, poiché si presenta in evidente discontinuità con quella prodotta dal Parlamento negli ultimi tempi.

venerdì 7 settembre 2018

Per la cittadinanza onoraria a Mario Tronti

Pubblico di seguito il discorso che ho pronunciato davanti al Consiglio comunale e alla cittadinanza di Ferentillo in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria a Mario Tronti, il 3 settembre 2018. 


Grazie per la cittadinanza onoraria a Mario Tronti. La gratitudine al Sindaco e al Consiglio Comunale non è solo dell'interessato, è di tutti noi. Sono un forestiero e immagino sia prima di tutto un motivo di orgoglio per la cittadinanza di Ferentillo. Un ringraziamento caloroso viene dagli amici, dai compagni, da chi studia la sua opera.

A noi amici, però, sembra dissonante l'appellativo "cittadino onorario". Perché Mario non ha mai cercato onori, non ha mai celebrato se stesso, non si è mai messo in prima fila, ma è una persona schiva, austera, mite. Approfondiamo, dunque, il significato di queste due parole: "cittadino" e "onorario". Scovare i significati reconditi delle parole è uno dei suoi insegnamenti peculiari.

Che significa "onorario" per Tronti? Cerchiamone il senso nella Costituzione della Repubblica, dove la parola in forma di sostantivo appare una sola volta, nell'articolo 54: "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore". È un articolo quasi dimenticato, ma dice tutto sui politici attuali, così diversi tra coloro che di quella parola fanno la propria linea di condotta - gran parte dei sindaci, come il vostro Paolo Silveri, che rispondono sempre ai cittadini - e altri politici che, invece, offendono tutti i giorni la funzione pubblica.

Nell'accezione costituzionale l'onore indica la responsabilità di fronte al popolo. Con l'appellativo di "onorario", quindi, si riconosce Tronti come una persona che ha servito con dignità le istituzioni della Repubblica.

mercoledì 2 maggio 2018

PD, M5S e le intese impossibili


In previsione della riunione della direzione del PD di domani, pubblico qui il mio punto di vista sui possibili scenari di governo condiviso tra i due partiti. L'articolo è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano di Martedì 1 Maggio.

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Ha fatto bene Martina a proporre una trattativa con i 5Stelle impegnandosi a sottoporre i risultati al referendum tra gli elettori del Pd. In un sistema proporzionale nessun partito è collocato automaticamente all'opposizione. La Spd si era presentata agli elettori dicendo “mai più” al governo con la Merkel, ma dopo la sconfitta l'esigenza di dare un governo al Paese ha riaperto la trattativa. I cui risultati hanno ottenuto la maggioranza nel referendum tra gli iscritti socialdemocratici.

Una parte del PD, invece, vorrebbe stabilire una pregiudiziale assoluta contro i 5Stelle, pur non avendo mai fatto lo stesso verso Forza Italia. I dirigenti che oggi sollecitano la rivolta della base contro l'ipotesi di accordo con Di Maio sono gli stessi che non hanno mai sentito l'esigenza di ascoltare gli iscritti prima di stipulare con Berlusconi accordi di governo, patti del Nazareno e sostegni informali nelle votazioni critiche al Senato.


Perché tale diversità di trattamento? Il programma di governo dei 5Stelle non è più distante dal PD di quanto non lo sia quello della destra. L'affidabilità di Di Maio è un'incognita, ma è un fatto che tutti i leader della sinistra - D'Alema, Veltroni, Bersani e Renzi - abbiano provato a fare accordi con il Cavaliere rimanendo sempre con il cerino in mano. Infine, il berlusconismo non è stato solo un fenomeno politico: per un quarto di secolo il suo leader, dai vertici delle istituzioni, ha incoraggiato la gente a non rispettare le leggi, a far vincere l'egoismo contro il bene comune, a trattare le donne come una merce. Di questi veleni iniettati nel corpo sociale ancora si sentono le conseguenze.

All'inizio di questo decennio, però, il fenomeno ha perso la sua spinta sotto i colpi della crisi economica. Il PD ebbe la possibilità di batterlo in campo aperto, ma evitò la competizione elettorale per andarsi a impantanare nel governo Monti, creando le condizioni per il trionfo di Grillo. Il sistema politico è diventato tripolare perché il bipolarismo non ha fornito l'alternativa. Da quasi dieci anni siamo costretti alle larghe intese perché il PD non ha assolto il compito fondativo, cioè costruire l'alternativa al berlusconismo. Ciò non significa che il movimento 5Stelle sia una costola della sinistra; è piuttosto una forza di centro che esprime l'inedita radicalizzazione di questo luogo politico pur decisivo per l'equilibrio del sistema. I democratici e i pentastellati sono quindi molto diversi e tuttavia connessi: sono insieme la causa e l'effetto del fallimento del breve bipolarismo italiano.

Questo intreccio rende molto difficile ma anche suggestivo il confronto. In un certo senso, avrebbero bisogno l'uno dell'altro. Il nuovo corso dei 5Stelle, di responsabilità europea e di credibilità di governo, sarebbe corroborato dall'intesa col PD, il quale di rimando avrebbe l'occasione per ripensare le sue politiche migliori, domandandosi perché non abbiano ottenuto il consenso popolare.

Il reddito di inclusione si poteva approvare due anni prima - nella versione del governo Letta, senza dover ricominciare daccapo in nome dell'ossessione renziana per l’anno zero - e soprattutto sostenendo tutte le persone aventi diritto, utilizzando i soldi che sono stati sprecati per togliere l'Imu ai più ricchi. Il PD si sarebbe presentato alle elezioni con il risultato storico della lotta alla povertà, e avrebbe svuotato la propaganda 5Stelle che parlava di reddito di cittadinanza pur avendo scritto un disegno di legge più simile al reddito di inclusione.

Bene ha fatto Renzi a lottare in Europa per ampliare i margini di manovra del bilancio. Peccato che abbia poi speso decine di miliardi per incentivi alle imprese illudendosi che avrebbero creato lavoro stabile, ripetendo lo stesso errore del famoso cuneo fiscale di Prodi. I nuovi posti di lavoro, sempre più precari, sono venuti dalle politiche europee di Draghi. Invece di sprecare soldi per incentivi si potevano rilanciare gli investimenti nell'ambiente, nella scuola, nella ricerca scientifica, nella sanità, nei trasporti. Sarebbe aumentata molto di più l'occupazione e ne avrebbe avuto un grande beneficio la produttività del sistema paese.

lunedì 16 aprile 2018

La crisi dell'Atac, le scelte sbagliate e le soluzioni possibili


Quello che pubblico oggi è un lungo saggio sulla crisi dell'Atac, l'azienda dei traporti di Roma. L'ho scritto nel tentativo di approfondire le cause e i possibili rimedi di una crisi che dura da tanto, troppo tempo. Due sono i fattori da cui prende le mosse il testo. Il primo è che l'avvio della procedura fallimentare dell'azienda ha già mostrato quali siano i gravi rischi per i lavoratori e per i cittadini. Qui si propone una strada alternativa per mettere in sicurezza l'azienda e riformarla radicalmente. Il secondo fattore è l'indizione per il prossimo 3 giugno del referendum consultivo sul ricorso alla concorrenza, che aprirà un dibattito popolare e sarà certamente un bene per la politica del trasporto. Ci sarà però anche il rischio di una mera contrapposizione ideologica tra pubblico e privato, mentre è fondamentale entrare nel merito delle scelte per valutarne i vantaggi collettivi. Qui si propone una via contro la privatizzazione selvaggia e a favore di una liberalizzazione che migliori l'efficienza mediante le gare europee e mantenga saldamente in mano pubblica il servizio.

Nel tentativo di chiarire le diverse opzioni il testo si è dovuto misurare con il linguaggio tecnico, in un difficile equilibrio tra rigore analitico e immediata comprensibilità. Comunque, ho incluso un riassunto iniziale che indica gli argomenti fondamentali del saggio.


Potete leggere e scaricare il saggio La crisi dell'Atac, le scelte sbagliate e le soluzioni possibili a questo indirizzo.

giovedì 25 gennaio 2018

In memoria di Tullio De Mauro. La lingua e le lingue nella Costituzione.



In memoria di Tullio De Mauro, a un anno dalla scomparsa, si è tenuto oggi in Senato un convegno di studio su "I diritti linguistici nella Costituzione". Di seguito potete leggere il mio intervento introduttivo, mentre a questo indirizzo trovate il video dell'intero evento.

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È passato un anno senza Tullio De Mauro. Quanto ci manca? Come ci manca? È sempre presente nel ricordo l'opera intellettuale, l'impegno civile e la generosa umanità. Il suo insegnamento consegna alla nostra responsabilità il cercare ancora nuove vie di pensiero e di azione.
Così, ci è sembrato appropriato ricordarlo in questo convegno che riprende punti essenziali della sua attività: la lingua, la Costituzione e la scuola qui rappresentata dagli studenti del liceo Augusto, che saluto e ringrazio per la presenza.

Nella prima sessione sono previsti tre contributi. In primis, abbiamo l'onore della prolusione del prof. Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e maestro della scienza dello Stato per diverse generazioni di studiosi, di amministratori e di cittadini.
Poi Giuseppe Bagni, presidente del CIDI, protagonista nell'autentica riforma, quella che viene dall'esperienza riflessiva di chi opera nel mondo della scuola. Infine, il contributo degli studenti visibile nella Rassegna dei progetti vincitori del Premio "A scuola di Costituzione".

Questa sessione ha un titolo apparentemente semplice ma denso di questioni: "La lingua e le lingue nella Costituzione". Nella congiunzione del singolare e del plurale si avverte la tensione tra la funzione e la natura della lingua: nell'uso assicura l'unità tra i parlanti, ma in sé alimenta l'infinita differenza degli idiomi nella storia e nella geografia. De Mauro ci ha insegnato a scrutare questo doppio movimento - l'aspirazione all'unità e il riconoscimento della molteplicità - che ritroviamo anche nella Costituzione, nella stessa forma ma con significato diverso. La legge fondamentale promuove l'eguaglianza nella società e garantisce la differenza nella libertà. La Carta è il discorso tra i cittadini e la Repubblica, è la lingua giuridica che consente a persone diverse di riconoscersi e di realizzare opere comuni. Nel titolo della nostra sessione, quindi, sono preziose proprio le parole più piccole e meno appariscenti: la e congiunge singolare e plurale della lingua, mentre la preposizione nella ci svela che tra lingua e Costituzione esiste un'intima relazione, il cui significato dipende in gran parte dal ruolo che in essa svolge la lingua.

mercoledì 20 dicembre 2017

Ius soli e vitalizi. Ne parla il Paese, non il Senato.

Di seguito il mio intervento odierno in Senato sul calendario dei lavori.

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È un grave errore concludere la legislatura senza discutere in aula la legge sulla cittadinanza e il disegno di legge Richetti sui vitalizi. Si potevano approvare prima, si possono approvare questa settimana o la prossima, oppure si può prolungare il calendario dei lavori fino ai primi di gennaio, poiché sono due provvedimenti di iniziativa parlamentare che non mettono in discussione la stabilità del governo. Si discuta in aula, si approvi o si respinga, ogni gruppo si assuma la responsabilità di fronte agli elettori.

Sono due grandi questioni politiche. Nella legge sulla cittadinanza è in gioco il grado di civiltà del Paese e la qualità della nostra scuola, che deve essere messa in grado di riconoscere tutti i suoi allievi come cittadini italiani. Ce lo hanno ricordato oggi gli insegnanti con una bella fiaccolata davanti a Montecitorio. Sui vitalizi è in gioco il prestigio del Senato, che ha il dovere di esprimersi su una proposta rilevante già approvata dalla Camera e a mio avviso da approvare anche qui.

Entrambe le questioni sono all’attenzione dell’opinione pubblica. Se ne discute sugli autobus, nei luoghi di lavoro, nelle assemblee pubbliche e nelle chiacchiere tra amici, perfino nel desco familiare. Ne discute il paese intero, con l’eccezione di quest’aula. È una contraddizione che fa male al Parlamento e fa male ai suoi membri.

Mi dispiace esprimere una posizione in dissenso, ma non è stato possibile neppure un confronto all’interno del gruppo PD. Sullo Ius soli e sui vitalizi non è mancato il tempo, è mancata la volontà; la gestione politica è stata autolesionista per il PD e dannosa per il Paese. Spero sia ancora possibile correggere il calendario; altrimenti non mi rimarrebbe che aggiungere: not in my name.


PS 1 - Ho votato a favore le proposte di inserimento all'ordine del giorno dei vitalizi e di anticipazione dello ius soli prima della legge di bilancio. Le proposte sono state bocciate e quindi si prosegue con il calendario vigente.


PS 2 - Dopo l'approvazione della legge di bilancio si è aperta la discussione sulla legge dello ius soli, ma è mancato il numero legale. Non doveva finire così la legislatura, ogni partito si doveva assumere la responsabilità di fronte agli elettori votando o respingendo la proposta già approvata dalla Camera. Era un dovere per il Senato esprimersi su una discussione aperta da tempo nel Paese. L'eventuale bocciatura a fine legislatura non avrebbe pregiudicato la possibilità di approvarla nella nuova legislatura che riparte sempre da zero nella trattazione dei disegni di legge. In ogni caso, un provvedimento di iniziativa parlamentare non avrebbe avuto conseguenze sulla continuità del governo. 
Gravissima è la responsabilità dei Cinque Stelle per la mancanza del numero legale. A me dispiace però che siano mancati 29 senatori del mio partito; anche se la loro presenza non era determinante, comunque dovevano essere presenti per sottolineare il valore civile della legge sulla cittadinanza. Purtroppo non credo sia stata per tutti una disattenzione, è sembrata una scelta consapevole della dirigenza del Gruppo. Ad esempio non abbiamo ricevuto allarmi via sms per assicurare la presenza in aula, come accade di solito anche per provvedimenti meno importanti, e in questo caso si sarebbe evitata la distrazione in buona fede di qualche collega. I responsabili del Gruppo non hanno neppure preso la parola contro la pregiudiziale presentata da Calderoli. Viene da pensare che si volesse a tutti i costi eludere l'avvio della discussione del provvedimento. Il suo "incardinamento", come si dice in gergo, nei lavori del Senato avrebbe creato forse qualche imbarazzo al Quirinale, che avrebbe avuto difficoltà a sciogliere un Parlamento già impegnato a discutere un provvedimento come lo ius soli non connesso alla fiducia al governo. 
Sarebbe stato meglio per il PD dire apertamente che aveva deciso di non trattare l'argomento. Avrebbe ricevuto le critiche di tanti elettori di sinistra, compreso il sottoscritto, ma avrebbe evitato l'insostenibile ipocrisia del numero legale. 
Per me sono stati i più brutti dieci minuti della più che decennale esperienza parlamentare. Non avrei mai pensato di concludere così amaramente il mandato di senatore. Non ci sarò nel prossimo Parlamento, ma spero sappia dare al Paese una moderna legge sulla cittadinanza.


martedì 24 ottobre 2017

Il senso del pudore


Pubblico il mio intervento in discussione generale in Senato sulla legge elettorale.

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Signor Presidente,
il disegno di legge elettorale mi scaraventa in un paradosso. Da un lato condivido tutto e dall'altro non condivido niente. 
Siamo alla fine della legislatura e c'è in aula una proposta per superare il Consultellun, che è la soluzione peggiore non solo per le sue gravi anomalie ma per la definitiva delegittimazione del Parlamento. Se lo scenario fosse solo questo non potrei che votare a favore.
Ma non riesco a non domandarmi: come siamo arrivati fin qui? E soprattutto con quali forzature istituzionali? E quali inganni contengono queste norme?

La legislatura si chiude come si era aperta, con strappi inusitati allo stile repubblicano. La legge elettorale andava approvata subito dopo la sentenza della Corte sul Porcellum, concludendo nel 2014 la legislatura per restituire la parola agli elettori. Invece, in contrasto con il buon senso prima che con le buone regole, si affidò l'arduo compito di riscrivere la Costituzione a un Parlamento eletto con legge incostituzionale. È stato l'inizio di tutti gli errori successivi e ne portano la responsabilità in tanti, sia chi comanda adesso nei partiti sia chi allora ne era a capo.

Oggi non si può accettare il voto di fiducia sulla legge elettorale. Non si invochi il caso della legge truffa, perché allora il presidente del Senato respinse la richiesta del voto di fiducia e poi si dimise dalla carica. Era un vecchio liberale come se ne trovano pochi oggi in Italia. L'altro precedente è l'Italicum, che meritava solo l'oblio, almeno per un senso di pudore.

Sono caduti tutti i freni inibitori: anche la mozione parlamentare contro la Banca d'Italia conferma che perfino i propositi più sconvenienti possono essere messi ai voti. Ormai si può fare tutto, se è funzionale a uno scopo. Il ceto politico, in gran parte, non è più capace di darsi liberamente dei limiti, di fermarsi prima di apparire sguaiato, di evitare ciò che è inopportuno anche se non è vietato. Le pulsioni politiche perdono ogni riguardo, svestendosi delle forme istituzionali. Se manca il senso del pudore, si rischia di perdere anche il dovere della responsabilità. Il limite della politica è l'essenza di ogni Costituzione.


venerdì 22 settembre 2017

Dal troppo al niente della mediazione politica


Perché i leader vogliono il Parlamento dei nominati? Al di là delle motivazioni contingenti, è la conseguenza di fenomeni strutturali della politica postmoderna. Cerco di analizzarli in questo saggio, di cui offro qui una breve introduzione, combinando riflessioni teoriche ed esperienze parlamentari. E alla fine propongo anche alcune soluzioni per restituire dignità al Parlamento, a cominciare da una legge elettorale basata sui piccoli collegi. 
Il saggio è pubblicato sulla rivista online Costituzionalismo.it e scaturisce da un seminario sul tema della mediazione politica, che si è tenuto a giugno all'università La Sapienza.
Il saggio completo lo trovate in PDF a questo indirizzo.

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Quando ho letto il titolo del nostro seminario, "Mediazione politica e compromesso parlamentare", sono stato travolto dai ricordi giovanili. Allora facevamo una robusta opposizione, che non si limitava a Twitter, ma spostava interessi e costringeva gli avversari a prendere contromisure. "Noi" e "loro" sapevamo di dover rendere conto a gruppi sociali ben definiti. "Noi" e "loro" eravamo divisi dalle visioni del mondo, ma avevamo sempre l'esigenza di condurre il conflitto a un risultato concreto. Ricordo di aver stretto la mano ad avversari di controversa condotta morale, ma ero sicuro che avrebbero mantenuto l'impegno preso a qualsiasi costo. Oggi non esistono più quelle divisioni ideologiche, ma non sarei tranquillo nello stringere un accordo con un avversario, e neppure con alcuni del mio stesso partito.
Sono un anziano parlamentare e ho visto il declino della mediazione nello stile, nelle politiche e nelle relazioni istituzionali. Il conflitto allora era volto al riconoscimento reciproco, oggi è mirato all'annientamento dell'avversario. Quando e perché è accaduto il ribaltamento? Propongo di superare la periodizzazione tra prima e seconda Repubblica. L'età della mediazione finisce con l'unità nazionale degli anni settanta. In quel passaggio si intrecciano l'esaurimento dei partiti, l'inadeguatezza del modello economico del dopoguerra e l'incrinarsi della coesione sociale e civile. Il trentennio successivo è stato un dimenarsi in quelle stesse crisi, senza la capacità di risolverle. A causa di tali congiunzioni negative la parola mediazione si è guadagnata una dannatio memoriae. Dopo, ci sono state solo forti contrapposizioni: favorevoli e contrari al craxismo, poi al berlusconismo e infine al renzismo. 
Mino Martinazzoli riassumeva la transizione affermando: "dal troppo della politica al niente della politica". Parafrasando, possiamo dire: "dal troppo della mediazione al niente della mediazione".
Continua a leggere.

giovedì 27 luglio 2017

La rete e il castello, parte III - Porte chiuse all'ateneo


Qui di seguito il terzo e ultimo appuntamento della serie La Rete e il Castello, il mio saggio sullo stato attuale della ricerca e università in Italia. Potete recuperare anche la prima e la seconda puntata
Abbiamo approvato in Senato il decreto sulle regole di finanziamento dell'università con riferimento al criterio del costo standard. L'argomento presenta una certa complessità matematica che ho cercato di spiegare in un testo inevitabilmente difficile. Una sintesi semplificata si può leggere nel testo del mio intervento nell'aula del Senato a pagina 41 di questo documento PDF. Rispetto a quel testo, è stato successivamente eliminato con il voto di fiducia l'emendamento 12.27.


Negli ultimi mesi molti atenei hanno istituito il numero chiuso in diversi corsi di studio. Si chiudono le porte dell'università nonostante il basso numero di immatricolati. Si scoraggiano i giovani al proseguimento degli studi in un paese che ha la metà dei laureati rispetto alla media europea. È una politica contro l'interesse nazionale, ma nessuno l'ha dichiarata e nessuno si assume la responsabilità degli effetti. È solo la conseguenza di algoritmi apparentemente neutrali e incomprensibili ai cittadini. Se ne sono serviti i governi degli ultimi dieci anni per attuare la più pesante recessione nella storia del sistema universitario italiano, una sorta di triplice arretramento di circa -20, -20, -20 per cento di docenti, di fondi e di studenti. Nessun altro comparto della pubblica amministrazione ha subito un salasso di questa portata. E nessun altro paese europeo ha risposto alla crisi indebolendo le strutture dell'alta formazione e della ricerca.

Dal 2014 a oggi il numero chiuso è stato aiutato anche dall'applicazione dell'algoritmo del costo standard nella ripartizione dei finanziamenti. Esso infatti contiene palesi errori nel metodo di calcolo e determina effetti dannosi e iniqui nel sistema universitario. La Corte Costituzionale però ha annullato i decreti con i quali i governi passati si erano impossessati illegittimamente della competenza e ha restituito la parola al Parlamento. In questi giorni abbiamo potuto discutere le norme sul costo standard inserite dal governo nell'articolo 12 del decreto legge n. 91/2017 dedicato un tema diverso come il Mezzogiorno, senza la coerenza di argomento che sarebbe prescritta dalle regole costituzionali.

In base alla sentenza della Corte il governo ha inserito nel decreto una sorta di sanatoria sulla ripartizione dei fondi dal 2014 a oggi. Voleva altresì prolungare negli anni successivi l'applicazione del suo algoritmo, ma la ritrovata potestà legislativa del Parlamento ha consentito di correggere almeno gli errori più gravi del metodo matematico. Provo a renderli comprensibili, spero senza perdere il rigore dell'analisi. Spesso la complessità di questi algoritmi rimane oscura ai più e impedisce la limpida discussione sui contenuti delle politiche pubbliche.

giovedì 15 giugno 2017

Una manovra economica senza regole


Non ho votato la fiducia sul decreto economico quest'oggi in Senato, perché trovo che violi alcuni elementari principi istituzionali. Si può apprezzare o meno la nuova legge sui voucher, ma è inaccettabile l'inganno che ha sottratto alla Corte di Cassazione la valutazione delle nuove norme prima della cancellazione del referendum. Non era mai accaduto prima nella storia repubblicana.

È inaccettabile che il ministro Franceschini si faccia approvare una legge retroattiva per coprire l'errore giuridico che ha commesso riguardo ai direttori dei musei, anche se sono condivisibili le nomine internazionali. 
È inaccettabile lo stravolgimento delle regole urbanistiche per consentire ai costruttori degli stadi di ottenere le varianti riducendo i controlli dei Consigli comunali e dei cittadini, come se si volesse fare un favore alla sindaca Raggi. 
È inaccettabile che si riscrivano le regole fondamentali del trasporto pubblico locale senza dare la possibilità alla Commissione Trasporti del Senato di esprimere il parere. 
È inaccettabile che in un provvedimento di rigore della spesa pubblica appaiano contributi ad personam, ad esempio per il teatro Eliseo, senza neppure ricorrere a bandi pubblici. 
È inaccettabile che con il voto di fiducia si costringa il Senato ad approvare in una settimana un provvedimento calderone di circa trecento pagine, contenenti misure spesso estranee alla politica economica e prive dei requisiti di necessità e urgenza, in evidente contrasto con la Costituzione. 
È inaccettabile che tutto ciò sia imposto con la fiducia senza neppure consentire ai senatori del Pd una discussione all'interno del Gruppo. Eppure il Senato non è stato cancellato nel referendum del 4 dicembre.


lunedì 5 giugno 2017

Il rischio di un Parlamento devoto ai capi-partito


La nuova legge elettorale chiamata “tedesca” è in realtà molto italiana. Con le precedenti - Porcellum e Italicum - ha in comune il potere dei segretari di partito di nominare gran parte dei parlamentari sottraendoli alla scelta effettiva degli elettori. Cambiano le leggi e i proponenti, ma rimane costante la pretesa di un Parlamento devoto ai capi-partito di maggioranza e di opposizione. Si conferma la causa profonda della crisi politica italiana, ormai consegnata a leader incapaci di governare il Paese, ma determinati a conquistare la fedeltà personale dei parlamentari. Non a caso Grillo, Berlusconi, e Renzi, pur diversi su tutto, hanno in comune proprio la diffidenza verso la libertà di mandato prevista dall’articolo 67 della Costituzione. Gli uomini soli al comando vogliono un rapporto immediato con il popolo e non riescono ad ammettere una diversa fonte di legittimazione nel rapporto diretto tra eletti ed elettori.

La comune visione antiparlamentare emerge con chiarezza ora che si sono messi a scrivere insieme la legge elettorale. Sono arrivati perfino a stabilire che il capolista bloccato dovesse essere eletto al posto del candidato vincente nel collegio. Poi, di fronte alle proteste e al pericolo di incostituzionalità, hanno dovuto recedere, mettendo però una pezza peggiore del buco. Si dice che con il nuovo testo i vincitori nei collegi sono garantiti, ma guarda caso ciò si ottiene riducendo il numero dei collegi dove scelgono gli elettori e aumentando i seggi a disposizione delle liste decise dai capi-partito. Prima i nominati erano solo il 50% e ora diventano quasi i due terzi del Parlamento. Non capisco come si possa gioire di questo peggioramento.

Molti, anche nel PD, si rendono conto dell’errore ma dicono che non si può migliorare il testo perché siamo vincolati all’accordo con gli altri partiti. Certo, è un principio giusto, non si può ripetere lo scarabocchio dell’Italicum approvato con voto di fiducia. Non si può neppure negare, però, che Renzi ha ottenuto un pessimo risultato perché nella trattativa ha puntato tutto sul voto a settembre, lasciando i contenuti della legge alle preferenze degli altri partiti.

La nostra politica non può essere ridotta nuovamente ad un azzardo personale. Il PD ha elaborato da tempo le proposte di merito, e non può rinunciarvi solo per l’assillo di buttare giù un altro suo governo, ripetendo con Gentiloni quanto fatto con Letta. La cultura istituzionale del PD è sempre stata basata su un rapporto equilibrato tra rappresentanza e governabilità. In questa legislatura, incredibilmente, ha oscillato tra i due eccessi dell’ipermaggioritario con l’Italicum e ora del proporzionale puro.

martedì 25 aprile 2017

I fiori dei partigiani


In occasione del 25 Aprile, ecco il mio discorso pronunciato in piazza a Piacenza per la Festa della Liberazione organizzata dal Comune e dall'ANPI.


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Care cittadine e cittadini di Piacenza, cari patrioti dell'Anpi, signor sindaco, signor presidente della Provincia, rappresentanti delle autorità, porto il saluto del Senato della Repubblica alla città di Piacenza, medaglia d'oro della Resistenza.



Sono onorato per l'invito a parlare in questa piazza che oggi si presenta ancora più bella per festeggiare la Liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Vorrei trovare le parole della vostra comunità, ma avverto l'inadeguatezza del forestiero, che pure - lo sento - viene lenita dalla proverbiale accoglienza emiliana.

Vengo dalla Capitale e ho ancora negli occhi il paesaggio della nostra Italia, la campagna romana, poi i borghi toscani e i pendii appenninici, fino all'orizzonte senza fine della pianura padana. È lo stesso cammino degli alleati e dei partigiani che combattevano risalendo la penisola. L'alba del giorno continuava a sorgere da Levante a Ponente, ma l'alba della libertà seguiva la direzione dal Sud al Nord, in un movimento ideale che prometteva una nuova unità della nazione, un secondo Risorgimento. Solo quando è insorta la gente del Settentrione, nelle fabbriche, sulle Alpi e sugli Appennini e nelle città l'alba è passata al giorno e la libertà ha illuminato le piazze come un meriggio d'estate. E i dolori e le gioie hanno danzato insieme la musica della dignità dopo le marce della menzogna del ventennio fascista.

I racconti della Resistenza piacentina li avrete sentiti tante volte e rischiate che vi faccia velo l'assuefazione celebrativa. Ma proprio perché da forestiero li ho ascoltati per la prima volta vi dico che sono storie mirabili: l'avvocato dei poveri Francesco Daveri, il comandante Fausto che guidò i Carabinieri patrioti, la marchesa Visconti di Modrone che lo nascose nel suo castello a pochi metri dal comandante nazista, l'artigiano Paolo Belizzi che organizzò il CLN nella sua falegnameria, Alberto Araldi detto Paolo, il più audace combattente che sfidò perfino il plotone di esecuzione, i 200 alpini che a Bobbio si unirono ai partigiani, il dottor Laudi che fu deportato per aver curato i malati, Lino Vescovi detto il Valoroso, protagonista dell'ultima battaglia di Monticello del 16 aprile che in punto di morte disse "non maltrattate i prigionieri e perdonate gli italiani che non la pensano come noi". 
E quanti altri degli oltre 8.000 partigiani piacentini sono stati esemplari, quante famiglie li hanno aiutati, un popolo intero, muto e deciso, cui rubavano gli alimenti e bruciavano le case!

sabato 8 aprile 2017

La cultura degli italiani nel mondo nuovo


Di seguito il mio contributo alla Conferenza programmatica di Orlando dell'8 Aprile, a Napoli.

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Il futuro del Paese si alimenta con la cultura degli italiani. Solo una grande politica culturale può animare una nuova ambizione nazionale nel secolo che viene e nel contempo può scacciare le angustie, gli affanni, le rassegnazioni del tempo presente.

Perché l'Italia non si trova a suo agio nel nuovo mondo? Perché la nostra tradizione cosmopolita non riesce a cogliere l'occasione della globalizzazione? Eppure in altri momenti abbiamo saputo trarre fortuna dai cambiamenti d'epoca. Nel dopoguerra un paese distrutto, affamato e in gran parte analfabeta fece il miracolo passando dalla società agricola a quella industriale. Seppe rielaborare nei nuovi distretti produttivi le tradizioni culturali sedimentate nel gusto artigianale e nella coesione sociale dei territori, raggiunse i vertici mondiali della tecnologia con il computer Olivetti, la plastica di Natta, la prima impresa spaziale europea con il S. Marco, l'innovazione industriale delle aziende pubbliche; fu raccontato da una letteratura e un cinema di prim'ordine; venne educato da una vivace relazione tra intellettuali e popolo; cominciò a recuperare il ritardo secolare dell'alfabetizzazione con la riforma della scuola media unificata. Il miracolo non ci sarebbe stato senza quella formidabile crescita culturale. Nessuna di quelle ricette è oggi riproponibile, non esistono più quelle tecnologie, quelle aziende, quegli intellettuali e neppure quei partiti. Da questa storia possiamo trarre una sola lezione per oggi.

Nei passaggi d'epoca la fortuna arride ai popoli che rielaborano il proprio patrimonio culturale nei tempi nuovi. Qui sorge la domanda tanto aspra quanto necessaria. Perché un paese che dal dopoguerra a oggi è diventato certo più ricco e progredito non riesce a compiere la seconda transizione dalla società industriale a quella della conoscenza?
Nella Seconda Repubblica a tale domanda sono state risposte parziali e fuorvianti. E ne sono scaturite sempre politiche inefficaci: manovre economiche contingenti, ingegnerie istituzionali, uomini soli al comando. Nessun partito ha mai puntato davvero sulla cultura per uscire dalla lunga crisi economica e civile. L'ingegno è la carta non ancora giocata dall'Italia nel nuovo mondo.

La politica culturale del nuovo secolo deve accrescere le competenze dell'intera popolazione. È stato superato l'analfabetismo del dopoguerra ma nel frattempo si è alzata l'asticella della conoscenza determinando una nuova inadeguatezza. Circa il 70% della popolazione non possiede gli strumenti cognitivi per vivere e lavorare con piena consapevolezza nel mondo d'oggi. E il principale problema italiano, eppure viene occultato o rimosso nel dibattito pubblico e soprattutto nelle agende di governo.


lunedì 3 aprile 2017

Maggioritario o proporzionale? Decidono gli elettori


Ho presentato un disegno di legge per un nuovo sistema elettorale. Non voglio solo dare un mio contributo al dibattito, ma anche sollecitare un superamento del ritardo della discussione parlamentare.
La soluzione proposta è semplice e comprensibile per i cittadini. Quest'ultimo dovrebbe costituire un requisito essenziale di ogni legge elettorale, anche se purtroppo è sempre stato ignorato nella Seconda Repubblica.

La base del sistema è costituita dai collegi uninominali del Mattarellum. La regola di elezione è stabilita dal risultato elettorale in ciascun collegio. Il candidato che supera il 40% viene eletto con sistema maggioritario. I candidati che non superano quella soglia sono eletti con il sistema proporzionale, secondo il criterio del miglior risultato raggiunto nella lista di appartenenza, come stabilito dalle vecchie leggi elettorali delle Province e del Senato.

Il merito principale della proposta consiste nell'assegnare alla volontà dei cittadini non solo la scelta dei candidati ma anche la logica di funzionamento del sistema elettorale. Se gli elettori di un collegio manifestano una forte propensione verso un partito l'assegnazione maggioritaria non pregiudica la rappresentanza. Se invece gli elettori manifestano diverse opzioni politiche è più rispettosa una ripartizione proporzionale.
Dal primato dell'elettore discendono solo vantaggi per l'efficacia del sistema elettorale. E si superano tanti dilemmi e controversie che animano da anni il dibattito politico in argomento.


venerdì 31 marzo 2017

Ai circoli per votare Orlando


Nel dibattito nel PD non mancano mai i paradossi. Ora si dice che si svolge un "congresso". Però la parola non compare nello Statuto del partito. E non è stata una dimenticanza, i fondatori del Lingotto volevano evitare a tutti i costi un'esplicita discussione sull'indirizzo politico, facendo affidamento solo sulla conta tra i candidati premier. Gli effetti negativi sono sotto gli occhi di tutti, se solo si volesse vederli. Nei primi dieci anni di vita il PD si è occupato solo di scegliere un leader, nell'ipotesi che poi egli sarebbe stato capace di risolvere tutti gli altri problemi sostanziali: la cultura politica, il programma di governo, la forma organizzativa e la selezione dei dirigenti. Proprio la mancata soluzione di questi problemi ha indebolito i leader fino alla sconfitta. Per tre volte abbiamo alzato al cielo un capo e poi l'abbiamo raccolto nella polvere.

Incuranti degli insuccessi ripetiamo sempre lo stesso copione, stavolta però con un'aggravante. Nelle precedenti conte abbiamo sempre avuto una stella calante e un'altra nascente. Veltroni fu scelto perché si erano logorati i segretari DS e Margherita. Bersani fu eletto perché i fuochi di artificio veltroniani non avevano funzionato. Renzi fu acclamato dopo che Bersani aveva tirato in tribuna un rigore a porta vuota alle elezioni del 2013. Oggi invece la stella calante ripropone stancamente se stessa. Per la prima volta dopo dieci anni la procedura della conta si è inceppata e non offre più neppure l'illusione della novità.

Era il momento di mettere in discussione questa liturgia di acclamazione che ci ostiniamo a chiamare "congresso". Se non ora quando si doveva cambiare lo Statuto? Invece, il segretario in carica ha impedito di modificare le regole, nell'affannosa ricerca di una reinvestitura, anche da perdente.


martedì 28 marzo 2017

Inaccettabile un diritto minore per i migranti


Ho deciso, insieme al collega senatore del PD Luigi Manconi, di non votare la fiducia sul decreto legge Minniti in materia di protezione internazionale e contrasto all'immigrazione illegale.

Molte le ragioni di questa scelta ma una ha un peso particolare. Il decreto in questione, infatti, configura per gli stranieri una "giustizia minore", se non una sorta di "diritto etnico", connotati da significative deroghe alle garanzie processuali comuni, non giustificabili in alcun modo con le esigenze di semplificazione delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale.

Da un lato, infatti, per queste controversie si abolisce l’appello, ammesso persino per le liti condominiali o per le opposizioni a sanzioni amministrative. Per altro verso, nell’unico grado di merito ammesso, il contraddittorio è talmente affievolito da escludere, salvo casi eccezionali, la partecipazione dell’interessato al giudizio. Giudizio che verrà celebrato, così, in camera di consiglio in sua assenza.
Ne consegue che un principio determinante per il nostro sistema di garanzie, tuttora vigente nell'intero ordinamento, viene negato ai soggetti più vulnerabili e a proposito di un diritto fondamentale della persona.



Anche sul secondo decreto, relativo alla sicurezza urbana, con il collega Luigi Manconi abbiamo confermato la decisione di non votare la fiducia; qui le motivazioni.



P.S.

Alcune persone hanno sottolineato una presunta contraddizione tra questa dichiarazione di non voto e il sostegno alla mozione congressuale di Orlando. Ho spiegato meglio la questione in questo post sulla mia pagina Facebook.

giovedì 12 gennaio 2017

A proposito del fast food in centro


Durante le ultime feste natalizie, ho firmato un appello contro l’apertura di un ristorante McDonald’s nel quartiere Borgo Pio di Roma. L’ho fatto cogliendo la parte a mio giudizio più significativa dell’appello, tuttavia riconosco anche le ragioni di chi lo ha criticato sostenendo che il degrado attuale non dipende dal nuovo fast food, ma dall'incuria dei servizi e dall'abusivismo sempre più arrogante e impunito.

La questione mi ricorda le battaglie che ci furono trent’anni fa in occasione del primo insediamento romano di McDonald’s a Piazza di Spagna. Vedemmo addirittura manifestazioni di strada e grandi dibattiti in Consiglio Comunale come in Parlamento. Anche a me capitò di esprimere perplessità analoghe alle argomentazioni che si usano oggi per criticare l’appello (si veda quanto scrivevo in Roma, che ne facciamo, Editori riuniti, p. 172). E a posteriori possiamo forse pensare che proprio quel primo ristorante convinse i manager a cercare un rapporto di integrazione con gli stili di vita locali. Il carattere romano nonostante tutto è in grado di influire, se ben sostenuto, sui processi che pure lo investono.

La catena americana è stata spesso considerata, più o meno ingiustamente, un simbolo della decadenza dei centri storici. Per riportare la discussione alla realtà dobbiamo definire il metro di giudizio che adottiamo. Nelle circostanze attuali, perfino il brand della M gialla potrebbe essere considerato ragionevolmente come un miglioramento. Se invece l’identità storica del borgo e di altri rioni fosse non solo curata, ma rielaborata in stile contemporaneo - ben oltre la retorica romanesca - e alimentata mediante servizi efficaci e culture creative, l’ennesima ristorazione seriale apparirebbe automaticamente, senza bisogno di appelli, come un passo indietro.

domenica 18 dicembre 2016

Un congresso di primavera


Ecco il mio discorso del 18 Dicembre all'Assemblea Nazionale del Partito Democratico.

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Grazie per avermi dato la parola. Non basta parlarsi, dovremmo soprattutto ascoltarci, ciascuno con la curiosità per l'argomento dell'altro. Non siamo stati capaci di farlo prima, dovremmo impararlo almeno dopo la sconfitta. 
Un amico del SI mi ha criticato perché, avendo votato NO, invece di sconfitta dovrei parlare di vittoria; io però sono un militante, che non riesce a gioire per le difficoltà del suo partito. 

Non servono le letture superficiali o solo politiche del voto. Si sono espressi orientamenti profondi che, se ben interpretati, in futuro potremo volgere a nostro favore. È una buona notizia per la democrazia italiana che migliaia di assemblee popolari e 33 milioni di elettori abbiano discusso della Costituzione, avvertita come ultimo baluardo dalle classi sociali e dai giovani che più hanno subito gli effetti della crisi. Il bisogno di protezione e di "comunità", per dirla con la parola usata da Renzi, quel bisogno che altrove ha preso le sembianze della Brexit e di Trump, qui per nostra fortuna si è espresso nel primato della Costituzione. Dovremmo rallegrarcene e insieme impegnarci ad attuare la Carta. Che il lavoro assicuri "un'esistenza libera e dignitosa", come dice l'articolo 36, è la più urgente riforma sociale nell'Italia di oggi. E anche la vigente seconda parte consentirebbe di attuare molti obiettivi del SI. Basterebbe dimezzare il numero e la lunghezza delle leggi per ottenere un bicameralismo più semplice e norme più chiare per i cittadini. Temo invece che la Costituzione scompaia dalla nostra agenda, come se l'argomento fosse servito solo a legittimare un governo, ma ora non ci interessi più.