Visualizzazione post con etichetta Sapere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sapere. Mostra tutti i post

mercoledì 17 marzo 2021

In ricordo di Rossella Panarese

È venuta a mancare Rossella Panarese autrice e voce di Radio3 Scienza. Nei giorni scorsi ci siamo ritrovati molti amici per ricordarla. Di seguito potete leggere la mia breve testimonianza.


Conservo un caro ricordo dell’ultimo saluto con Rossella. Desidero condividerlo con voi come una piccola testimonianza del suo inconfondibile stile, della tenerezza dissimulata dal riserbo, della sobria eleganza dei sentimenti che affiorava nel suo sorriso e nella sua parola.

Mi chiese di ricordare a Radio3 l’opera di Pietro Greco, il carissimo amico che avevamo appena pianto insieme. Rimasi stupito però che la richiesta non venisse direttamente da lei ma dai suoi collaboratori e che anzi non mi avesse neppure risposto quando la chiamai per saperne di più. Mi stupiva poiché per sette anni avevamo lavorato insieme in Campidoglio. Curava la comunicazione della nostra politica dei trasporti con professionalità e autorevolezza. Ci confrontavamo ogni giorno e mi rassicurava la sua serenità nell’affrontare anche le emergenze più difficili. È stata un’esperienza appassionante, non solo per me, per il gruppo di belle persone che lavoravano al terzo piano del palazzo senatorio e credo anche per lei. Ma quando arrivò l’agognata chiamata della Rai la felicità illuminò il suo volto, capii che era quella la sua vera vocazione e quasi mi dispiacque di averla trattenuta tanto tempo a parlare di treni. Rimase sempre tanto affetto tra noi ma non ci frequentammo nei venti anni successivi.

Perciò ero emozionato di partecipare alla sua trasmissione. Solo più tardi ho capito che mi aveva cercato senza farmi sentire la sua voce per non rivelarmi la malattia. Ci scambiammo solo dei messaggi dopo la trasmissione. Nell’ultimo mi diceva che le aveva fatto piacere ascoltare la mia voce, ma forse voleva solo farsi perdonare per avermi negato la sua voce. Era un delicato silenzio per dirmi addio.

Eppure tutti noi ascolteremo ancora la sua voce, non solo perché la radio ci consentirà di non dimenticarla. Rossella continuerà a parlare nei nostri cuori.

martedì 23 febbraio 2021

Politica e Scienza in ricordo di Pietro Greco

Radio3 Scienza mi ha chiesto di ricordare Pietro Greco nell'ambito di un ciclo di cinque lezioni dedicate alla sua memoria. 

Di seguito potete leggere il testo del mio intervento oppure ascoltare il podcast.


Buongiorno, sono Walter Tocci. Questa è una delle cinque Lezioni per Pietro che Radio3Scienza ha voluto dedicare al collega e giornalista Pietro Greco, una delle voci di questo programma, prematuramente venuta a mancare il 18 dicembre 2020. Ogni lezione ruota attorno ad un tema tra quelli che a Pietro stavano più a cuore, come quello di oggi, dedicato al rapporto tra politica e scienza.

Ho conosciuto Pietro Greco dagli scranni del Parlamento. Mi occupavo di politica dell’università e della ricerca e ho avuto il privilegio di poter contare sul suo contributo. Mi offriva proposte concrete, che subito facevo mie e riportavo nel dibattito parlamentare. Di solito venivano respinte, ma non ci perdevamo d’animo, né io né lui, e riprendevamo l’iniziativa insieme al movimento di ricercatori che in quei primi anni duemila si batteva contro gli scriteriati tagli ai fondi per la ricerca e la mortificazione di quella ricerca curiosity driven, di cui Pietro ha sottolineato sempre l’importanza. E discutevamo dei suoi scritti sul passato e sul futuro della scienza; nessuno di quei colloqui mi è rimasto indifferente, ogni volta ho imparato qualcosa di nuovo.

venerdì 22 marzo 2019

La scienza e l'Europa

Nell'Aula Magna della Sapienza abbiamo discusso l'opera in cinque volumi di Pietro Greco, La Scienza e l'Europa. Dalle origini a oggi, Edizioni L'asino d'oro. Si tratta di una monumentale ricostruzione storica che integra le discipline matematiche e fisiche con la filosofia, la medicina, l'economia, la geopolitica, l'arte e la letteratura al fine di analizzare la relazione profonda tra il vecchio continente e la ricerca scientifica. L'iniziativa si è svolta il 20 marzo 2019 ed è stata curata dalla casa editrice insieme con la Fondazione della Sapienza, rappresentate rispettivamente da Matteo Fago e Antonello Folco Biagini. A discutere con l'autore ci siamo trovati Franco D'Agostino, Lucia Votano, Domenico De Masi, Piero Angela e il sottoscritto. E' disponibile il video del dibattito curato dall'editore.
Chi è interessato può leggere di seguito il mio intervento oppure ascoltarlo nella video registrazione al tempo di un'ora e venti minuti.


La scienza e l'Europa, l'opera in cinque volumi di Pietro Greco, è da leggere, da conservare e da diffondere.
Da leggere perché, nonostante la mole, è come un romanzo storico. Quando si volta pagina ci si chiede come andrà a finire. La penna di Pietro è elegante, sobria e convincente. 

Da conservare perché vi capiterà di riprenderla in mano ripensando a uno scienziato o a una scoperta. È un'opera sistematica e completa, facilmente accessibile, anche per la cura editoriale e gli indici analitici; e quindi anche l'editore merita i complimenti.
Da diffondere in tante direzioni. I cinque volumi dovrebbero trovarsi in ogni biblioteca civica. La scienza non è astrusa, anzi deve essere alla portata di tutti i cittadini. La cittadinanza scientifica è il filo conduttore degli scritti di Pietro, ma direi più in generale della sua vita.
Questi libri dovrebbero trovarsi in ogni biblioteca scolastica, perché la didattica della scienza è aiutata dalla storia. A volte agli studenti sembrano freddi i risultati scientifici, ma si può suscitare il piacere della scoperta proprio dando conto del percorso travagliato, dei sentieri interrotti, degli sviamenti che hanno preceduto storicamente la formulazione delle teorie scientifiche. E poi si può svellere la sicumera di noi moderni, ricordando il grande Eratostene che più di duemila anni fa, senza laser e senza satelliti, riuscì a calcolare con un certa precisione la dimensione della Terra.
Infine, questi libri dovrebbero trovarsi nella biblioteca del Parlamento europeo. Utilizziamo l'occasione delle elezioni di maggio. Mi permetto di avanzare una proposta ai colleghi discussant. Scriviamo una lettera a prima firma Piero Angela, il più famoso tra i presenti; a nome di tutti voi, credo di poterlo dire, per dare seguito a questa bella assemblea. Scriviamo una lettera ai candidati di tutti i partiti perché leggano e riflettano sull'opera di Greco. Già vedo un certo scetticismo tra voi, state pensando che nessuno la leggerà, ma a noi basterebbe uno solo tra loro per gettare un seme; poi gli potremmo chiedere di organizzare una nuova presentazione a Strasburgo per avviare in quel contesto un dibattito.
D'altronde, Pietro ha scritto per influire sulle decisioni politiche. Non è solo un ottimo giornalista, non è solo un raffinato storico della scienza, non è solo un apprezzato comunicatore della scienza, è anche un intellettuale impegnato, engagé si sarebbe detto una volta. 
In passato l'intellettuale engagé ha avuto un ruolo importante, ma oggi è quasi scomparso a causa del divorzio tra politica e cultura. Nella separazione entrambe hanno perso qualcosa: la politica è diventata superficiale e quindi meno credibile; la cultura ha perso influenza nella società. Al distacco gli intellettuali hanno reagito in tre modi: chi ha ripiegato nello specifico disciplinare, ed è del tutto comprensibile; chi ha preso a gigioneggiare utilizzando la spettacolarità dei media; chi si è fatto cooptare come consigliere del Principe, nell'illusione che non potendo convincere tutti i politici si potesse convincere uno solo, il più potente tra loro; ma è appunto un'antica illusione, già Platone tentò di educare il tiranno di Siracusa, ma se ne tornò ad Atene con una profonda delusione, espressa nella settima lettera che dovrebbero leggere tutti gli aspiranti consiglieri del Principe. 
Greco evita tutti questi tre modi. Non si chiude in una disciplina, anzi le utilizza tutte come gli strumenti di un'orchestra, la matematica e la fisica, ma anche l'economia, la medicina, la sociologia, la geopolitica, l'arte, la letteratura e ovviamente la storia. Non è nel suo stile gigioneggiare, anzi il suo assillo è comunicare la scienza con rigore e semplicità. Non cerca la scorciatoia del Principe - anche perché di Principi non se ne vedono in giro - ma percorre la strada più lunga: accrescere la consapevolezza dei cittadini affinché siano poi essi a convincere i politici. 
A tal fine lancia l'allarme: l'Europa è in declino perché ha voltato le spalle alla scienza. È la tesi fondamentale sviluppata nei cinque volumi dell'opera.

venerdì 7 settembre 2018

Per la cittadinanza onoraria a Mario Tronti

Pubblico di seguito il discorso che ho pronunciato davanti al Consiglio comunale e alla cittadinanza di Ferentillo in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria a Mario Tronti, il 3 settembre 2018. 


Grazie per la cittadinanza onoraria a Mario Tronti. La gratitudine al Sindaco e al Consiglio Comunale non è solo dell'interessato, è di tutti noi. Sono un forestiero e immagino sia prima di tutto un motivo di orgoglio per la cittadinanza di Ferentillo. Un ringraziamento caloroso viene dagli amici, dai compagni, da chi studia la sua opera.

A noi amici, però, sembra dissonante l'appellativo "cittadino onorario". Perché Mario non ha mai cercato onori, non ha mai celebrato se stesso, non si è mai messo in prima fila, ma è una persona schiva, austera, mite. Approfondiamo, dunque, il significato di queste due parole: "cittadino" e "onorario". Scovare i significati reconditi delle parole è uno dei suoi insegnamenti peculiari.

Che significa "onorario" per Tronti? Cerchiamone il senso nella Costituzione della Repubblica, dove la parola in forma di sostantivo appare una sola volta, nell'articolo 54: "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore". È un articolo quasi dimenticato, ma dice tutto sui politici attuali, così diversi tra coloro che di quella parola fanno la propria linea di condotta - gran parte dei sindaci, come il vostro Paolo Silveri, che rispondono sempre ai cittadini - e altri politici che, invece, offendono tutti i giorni la funzione pubblica.

Nell'accezione costituzionale l'onore indica la responsabilità di fronte al popolo. Con l'appellativo di "onorario", quindi, si riconosce Tronti come una persona che ha servito con dignità le istituzioni della Repubblica.

giovedì 25 gennaio 2018

In memoria di Tullio De Mauro. La lingua e le lingue nella Costituzione.



In memoria di Tullio De Mauro, a un anno dalla scomparsa, si è tenuto oggi in Senato un convegno di studio su "I diritti linguistici nella Costituzione". Di seguito potete leggere il mio intervento introduttivo, mentre a questo indirizzo trovate il video dell'intero evento.

*
È passato un anno senza Tullio De Mauro. Quanto ci manca? Come ci manca? È sempre presente nel ricordo l'opera intellettuale, l'impegno civile e la generosa umanità. Il suo insegnamento consegna alla nostra responsabilità il cercare ancora nuove vie di pensiero e di azione.
Così, ci è sembrato appropriato ricordarlo in questo convegno che riprende punti essenziali della sua attività: la lingua, la Costituzione e la scuola qui rappresentata dagli studenti del liceo Augusto, che saluto e ringrazio per la presenza.

Nella prima sessione sono previsti tre contributi. In primis, abbiamo l'onore della prolusione del prof. Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e maestro della scienza dello Stato per diverse generazioni di studiosi, di amministratori e di cittadini.
Poi Giuseppe Bagni, presidente del CIDI, protagonista nell'autentica riforma, quella che viene dall'esperienza riflessiva di chi opera nel mondo della scuola. Infine, il contributo degli studenti visibile nella Rassegna dei progetti vincitori del Premio "A scuola di Costituzione".

Questa sessione ha un titolo apparentemente semplice ma denso di questioni: "La lingua e le lingue nella Costituzione". Nella congiunzione del singolare e del plurale si avverte la tensione tra la funzione e la natura della lingua: nell'uso assicura l'unità tra i parlanti, ma in sé alimenta l'infinita differenza degli idiomi nella storia e nella geografia. De Mauro ci ha insegnato a scrutare questo doppio movimento - l'aspirazione all'unità e il riconoscimento della molteplicità - che ritroviamo anche nella Costituzione, nella stessa forma ma con significato diverso. La legge fondamentale promuove l'eguaglianza nella società e garantisce la differenza nella libertà. La Carta è il discorso tra i cittadini e la Repubblica, è la lingua giuridica che consente a persone diverse di riconoscersi e di realizzare opere comuni. Nel titolo della nostra sessione, quindi, sono preziose proprio le parole più piccole e meno appariscenti: la e congiunge singolare e plurale della lingua, mentre la preposizione nella ci svela che tra lingua e Costituzione esiste un'intima relazione, il cui significato dipende in gran parte dal ruolo che in essa svolge la lingua.

sabato 2 dicembre 2017

Persona e politica nella memoria di Pietro Ingrao


Pubblico qui di seguito il mio intervento al seminario organizzato dal CRS sul libro di Pietro Ingrao, tenutosi il 30 Novembre 2017.

*
Memoria fu l’ultimo scritto politico di Ingrao, forse uno dei più importanti. Non solo perché affronta di petto la sconfitta storica, ma perché il tentativo non riesce, e il testo del 1998 rimane chiuso in un cassetto per vent'anni. Oggi viene pubblicato per i tipi Ediesse a cura dell'Archivio Ingrao.


Il fascino dell'inedito

C’è un fascino dell’inedito, che è sempre un testo ambiguo e aperto. Ambiguo tra la passione del dire e l’impossibilità di dirla. Aperto all'interpretazione dei posteri, offrendo l'interiorità che ha rifiutato l'esteriorità. Mi piace immaginare la dolce ironia del nostro maestro che spesso diceva la sua aggiungendo: “ecco, io sono arrivato fin qui, ora ditemi voi.”
L’inedito è un incitamento alla nostra libera interpretazione, ci autorizza a forzare, a scegliere, a completare la lettura di queste pagine. Se ne può dare anche un’interpretazione minimalista, come fossero appunti preparatori del libro pubblicato nel 2006: Volevo la lunaA mio avviso, invece, Memoria è un’opera autonoma e molto diversa per lo stile e per il contenuto.

Il testo inedito è più corto, ma più lungo è il tempo della trattazione, fino alla Svolta dell’89, mentre il libro del 2006, con quasi il doppio delle pagine, finisce con la morte di Moro. Una storia più ampia in un racconto più breve favorisce uno stile più compatto, un "dettato asciutto e filante", come lo definisce Alberto Olivetti nella postfazione. È una scrittura politica di alto livello letterario, una delle opere più belle di Ingrao.

Per il contenuto, in Volevo la luna la narrazione prevale sulla politica - è la critica che gli fece Magri - mentre in Memoria il racconto illumina come un lampo l'analisi storico-politica. “La vera immagine del passato passa di sfuggita”, diceva Walter Benjamin. Qui Pietro si sottrae alla tradizione comunista della storia lineare, che a suo dire perde sempre la complessità del reale. E utilizza un tempo storico benjaminiano per “impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo”, proprio come il gesto, raccontato tante volte, di spostare i libri di poesia dalla scrivania quando incombeva la guerra: quel fatto nuovo che “strattona e getta le nostre vite nella grande Storia". La memoria si divincola dalle concettualizzazioni storicistiche e diventa Rammemorazione, cioè appassionata ricerca intorno alla domanda fondamentale sulle speranze e sulle sconfitte del comunismo.

Questa domanda è l'invariante del suo discorso pubblico - ritorna perfino nelle ultime parole pronunciate nella sua ultima presenza televisiva da Fazio - e nell'inedito si presenta nel brano forse più intenso e insieme più controverso. In nessun altro testo si trova una riflessione così ardua e difficile sul No alla Svolta dell'89. Scrive Ingrao: "Mi rifiutai ostinatamente di riconoscere la sconfitta storica e di sancirla. Rimasi aggrappato al nome e al simbolo. Non me ne dolgo. È difficile sradicare la domanda centrale che ha stretto una vita. In fondo ognuno di noi è una domanda" (p. 174).

Si deve sfatare lo stereotipo del personaggio amletico; semmai viene fuori la sua ostinazione, perfino la cocciutaggine, nel rimanere fermo sui fondamenti, come le pietre del paesaggio natio. Seguendo un'intuizione di Maria Luisa Boccia postulo una differenza tra Domanda e Dubbio.
La domanda è sempre la stessa perché rammemora la dimensione storico-esistenziale. Si potrebbe usare anche la parola questione, o anche quistione con l'arcaismo di moda nel Pci, ma sarebbe più appropriata la parola filosofica tedesca, la Frage, anzi la Grundfrage, la domanda fondamentale.
Il dubbio, invece, appartiene alla pratica, riguarda il che fare, come indovinò Camilleri nella lectio in suo onore. Pietro spiega che quello fu il suo metodo di sopravvivenza per non rimanere soffocato dalla rigidità comunista, rappresentata qui dalla tetragona figura di Arturo Colombi, col quale pure si rammarica di non essere riuscito a parlare veramente (p. 122).


venerdì 10 novembre 2017

Per riaprire le porte di ricerca e università


In Senato si è avviato l'esame della legge di Bilancio per il 2018. Dalla Commissione Cultura arrivano buone notizie, vedremo se saranno confermate nel seguito della discussione. Nella seduta di mercoledì scorso è stato approvato un parere che migliora in diversi punti gli articoli relativi a università ed Enti di ricerca. In particolare sono state recepite alcune mie proposte, che ora saranno sottoposte alla Commissione Bilancio sotto forma di emendamenti.


1. Raddoppio delle assunzioni di giovani ricercatori.

Lo stanziamento per 1600 posti di giovani ricercatori, previsto all'articolo 56, è forse il provvedimento più positivo dell'intera manovra economica. È un'inversione di tendenza e proprio per questo dovrebbe diventare più intensa. La mia proposta consiste nel vincolare lo stanziamento statale a un cofinanziamento di pari entità degli atenei e degli Enti di ricerca nell'ambito delle risorse già disponibili nei rispettivi bilanci. Si rimuoverebbe così l'incredibile ostruzionismo dei presidenti degli Enti che finora non hanno utilizzato i margini di assunzione entro la soglia di 80% delle entrate, pur autorizzata dal Parlamento lo scorso anno. Anche molti atenei sarebbero indotti ad assumere con i punti organico che non hanno ancora utilizzato, a volte per inaccettabili accordi accademici. Con il cofinanziamento si potrebbero quasi raddoppiare le assunzioni, fino a circa tremila posti per giovani ricercatori. Questa proposta approvata dalla Commissione è stata tradotta in apposito emendamento (1) a mia firma.

Il numero dei nuovi ricercatori può essere ulteriormente raddoppiato, fino a circa seimila, stornando a favore del piano assunzionale altri 75 milioni da prelevare dal fondo non ancora speso per i così detti "superdipartimenti". Esso rimarrebbe comunque attestato a circa 200 milioni che si aggiungono a 1,7 miliardi della quota di FFO destinata nel 2018 al merito, per complessivi quasi due miliardi, certo non poca cosa per la voce premiale. Senza tornare qui sulle critiche a questo approccio che ho espresso in altre sedi.
Inoltre, credo sia molto probabile un ulteriore stanziamento per migliaia di ricercatori, sulla base di impegni presi dalla ministra Madia con i sindacati, per incentivare le stabilizzazioni dei precari degli Enti in base alle norme già approvate lo scorso anno. Se anche questa voce fosse sostenuta dal cofinanziamento si potrebbe arrivare a un programma di assunzioni e di stabilizzazioni di circa diecimila posti. Sarebbe un grande risultato, si darebbe fiducia ai giovani e all'intero sistema della ricerca.


giovedì 27 luglio 2017

La rete e il castello, parte III - Porte chiuse all'ateneo


Qui di seguito il terzo e ultimo appuntamento della serie La Rete e il Castello, il mio saggio sullo stato attuale della ricerca e università in Italia. Potete recuperare anche la prima e la seconda puntata
Abbiamo approvato in Senato il decreto sulle regole di finanziamento dell'università con riferimento al criterio del costo standard. L'argomento presenta una certa complessità matematica che ho cercato di spiegare in un testo inevitabilmente difficile. Una sintesi semplificata si può leggere nel testo del mio intervento nell'aula del Senato a pagina 41 di questo documento PDF. Rispetto a quel testo, è stato successivamente eliminato con il voto di fiducia l'emendamento 12.27.


Negli ultimi mesi molti atenei hanno istituito il numero chiuso in diversi corsi di studio. Si chiudono le porte dell'università nonostante il basso numero di immatricolati. Si scoraggiano i giovani al proseguimento degli studi in un paese che ha la metà dei laureati rispetto alla media europea. È una politica contro l'interesse nazionale, ma nessuno l'ha dichiarata e nessuno si assume la responsabilità degli effetti. È solo la conseguenza di algoritmi apparentemente neutrali e incomprensibili ai cittadini. Se ne sono serviti i governi degli ultimi dieci anni per attuare la più pesante recessione nella storia del sistema universitario italiano, una sorta di triplice arretramento di circa -20, -20, -20 per cento di docenti, di fondi e di studenti. Nessun altro comparto della pubblica amministrazione ha subito un salasso di questa portata. E nessun altro paese europeo ha risposto alla crisi indebolendo le strutture dell'alta formazione e della ricerca.

Dal 2014 a oggi il numero chiuso è stato aiutato anche dall'applicazione dell'algoritmo del costo standard nella ripartizione dei finanziamenti. Esso infatti contiene palesi errori nel metodo di calcolo e determina effetti dannosi e iniqui nel sistema universitario. La Corte Costituzionale però ha annullato i decreti con i quali i governi passati si erano impossessati illegittimamente della competenza e ha restituito la parola al Parlamento. In questi giorni abbiamo potuto discutere le norme sul costo standard inserite dal governo nell'articolo 12 del decreto legge n. 91/2017 dedicato un tema diverso come il Mezzogiorno, senza la coerenza di argomento che sarebbe prescritta dalle regole costituzionali.

In base alla sentenza della Corte il governo ha inserito nel decreto una sorta di sanatoria sulla ripartizione dei fondi dal 2014 a oggi. Voleva altresì prolungare negli anni successivi l'applicazione del suo algoritmo, ma la ritrovata potestà legislativa del Parlamento ha consentito di correggere almeno gli errori più gravi del metodo matematico. Provo a renderli comprensibili, spero senza perdere il rigore dell'analisi. Spesso la complessità di questi algoritmi rimane oscura ai più e impedisce la limpida discussione sui contenuti delle politiche pubbliche.

sabato 8 aprile 2017

La cultura degli italiani nel mondo nuovo


Di seguito il mio contributo alla Conferenza programmatica di Orlando dell'8 Aprile, a Napoli.

*
Il futuro del Paese si alimenta con la cultura degli italiani. Solo una grande politica culturale può animare una nuova ambizione nazionale nel secolo che viene e nel contempo può scacciare le angustie, gli affanni, le rassegnazioni del tempo presente.

Perché l'Italia non si trova a suo agio nel nuovo mondo? Perché la nostra tradizione cosmopolita non riesce a cogliere l'occasione della globalizzazione? Eppure in altri momenti abbiamo saputo trarre fortuna dai cambiamenti d'epoca. Nel dopoguerra un paese distrutto, affamato e in gran parte analfabeta fece il miracolo passando dalla società agricola a quella industriale. Seppe rielaborare nei nuovi distretti produttivi le tradizioni culturali sedimentate nel gusto artigianale e nella coesione sociale dei territori, raggiunse i vertici mondiali della tecnologia con il computer Olivetti, la plastica di Natta, la prima impresa spaziale europea con il S. Marco, l'innovazione industriale delle aziende pubbliche; fu raccontato da una letteratura e un cinema di prim'ordine; venne educato da una vivace relazione tra intellettuali e popolo; cominciò a recuperare il ritardo secolare dell'alfabetizzazione con la riforma della scuola media unificata. Il miracolo non ci sarebbe stato senza quella formidabile crescita culturale. Nessuna di quelle ricette è oggi riproponibile, non esistono più quelle tecnologie, quelle aziende, quegli intellettuali e neppure quei partiti. Da questa storia possiamo trarre una sola lezione per oggi.

Nei passaggi d'epoca la fortuna arride ai popoli che rielaborano il proprio patrimonio culturale nei tempi nuovi. Qui sorge la domanda tanto aspra quanto necessaria. Perché un paese che dal dopoguerra a oggi è diventato certo più ricco e progredito non riesce a compiere la seconda transizione dalla società industriale a quella della conoscenza?
Nella Seconda Repubblica a tale domanda sono state risposte parziali e fuorvianti. E ne sono scaturite sempre politiche inefficaci: manovre economiche contingenti, ingegnerie istituzionali, uomini soli al comando. Nessun partito ha mai puntato davvero sulla cultura per uscire dalla lunga crisi economica e civile. L'ingegno è la carta non ancora giocata dall'Italia nel nuovo mondo.

La politica culturale del nuovo secolo deve accrescere le competenze dell'intera popolazione. È stato superato l'analfabetismo del dopoguerra ma nel frattempo si è alzata l'asticella della conoscenza determinando una nuova inadeguatezza. Circa il 70% della popolazione non possiede gli strumenti cognitivi per vivere e lavorare con piena consapevolezza nel mondo d'oggi. E il principale problema italiano, eppure viene occultato o rimosso nel dibattito pubblico e soprattutto nelle agende di governo.


venerdì 10 marzo 2017

La Grande Soprintendenza di Roma

Note per un nuovo progetto di governo dei beni culturali della Capitale

Di seguito la mia relazione per la conferenza organizzata in Senato il 10 Marzo dall'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli. Qui il video dell'evento.

Potete scaricare una bozza del disegno di legge di cui parlo nel mio intervento a questo link. Critiche, suggerimenti e osservazioni sono i benvenuti prima che io depositi l'atto in Senato: potete farlo tramite commento a questo post, scrivendo al mio indirizzo email o partecipando all'incontro che si terrà il 20 Novembre a Roma presso la Fondazione Basso (Via della Dogana Vecchia 5, Sala Conferenze).

*
C'era una volta la Soprintendenza archeologica di Roma. Era una delle migliori istituzioni culturali dello Stato italiano. Ora, con l'ultimo decreto del ministro Franceschini, è stata frantumata in diversi pezzi, perdendo tutte le connessioni con il sistema urbano. La vicenda merita un approfondimento non solo per l'impatto sulla politica per Roma, ma come caso emblematico della più generale delegittimazione degli organi di tutela operata da molto tempo a livello nazionale nei diversi settori, l'archeologia, i monumenti, il paesaggio, gli archivi, le biblioteche e il patrimonio artistico.

Bisogna riaprire la discussione culturale e parlamentare. È mia intenzione proporre un disegno di legge che inverta la tendenza dominante e apra una nuova prospettiva di governo dei beni culturali romani e nazionali. Queste note servono a promuovere una raccolta di idee e di soluzioni da mettere a frutto nella scrittura del testo legislativo.

Per farsi un'idea della destrutturazione in atto basta immaginare la passeggiata dal Campidoglio fino all'Appia antica, recentemente raccontata da Paolo Rumiz. Si comincia con i Fori e il Colosseo, oggi sotto la responsabilità di una nuova soprintendenza denominata Parco archeologico. La sua competenza però si ferma a Porta Capena, dove subentra un'altra Soprintendenza di Roma appellata come speciale, la quale però gestisce solo un piccolo tratto fino a Porta San Sebastiano. Dalle Mura infatti il cammino ricade sotto la gestione del Parco archeologico dell'Appia, il quale a sua volta opera nello stesso territorio di competenza di una preesistente istituzione di emanazione regionale che si chiama Parco dell'Appia. Infine, su varie parti insiste da sempre anche la Soprintendenza capitolina che gestisce beni di grande rilievo, dai Fori imperiali al Circo di Massenzio.

Sono ben cinque le istituzioni - tre statali, una regionale e una comunale - preposte al governo della più prestigiosa area archeologica. È un risultato paradossale se si ricorda che tutto è cominciato con l'annuncio di una riorganizzazione basata sul principio "olistico". Inoltre, è rimasto inattuato l’accordo stipulato ormai due anni fa tra il Ministero e il Campidoglio per la costituzione del consorzio che dovrebbe coordinare la gestione dei beni comunali e statali.

Il Ministero si preclude la possibilità di gestire con una sola struttura tecnica la straordinaria complessità di questo sistema archeologico. Si perdono non solo le connessioni territoriali, ma vengono complicate anche quelle funzionali. I Fori e l'Appia sono strutture vive che arricchiscono continuamente la conoscenza storica e la fruizione pubblica. Gli scavi portano alla luce reperti che impreziosiscono i musei, e nel contempo la Regina Viarum è arricchita dalle acquisizioni pubbliche di beni privati, come si è visto in passato, innanzitutto per merito di Rita Paris, con la Villa dei Quintili, Capo di Bove, S. Maria Nova e altri. Queste relazioni funzionali erano gestite all'interno dell'unica Soprintendenza, ma sono irrigidite nel nuovo assetto poiché le nuove acquisizioni non sono più di competenza del parco dell'Appia e soprattutto i Fori perdono il rapporto diretto con i musei. Infatti, luoghi espositivi diversi e complessi come Altemps, Crypta Balbi, Palazzo Massimo e Terme di Diocleziano vengono sottratti alla gestione della Soprintendenza per essere allocati nella nuova istituzione del Museo Nazionale Romano, senza un'organizzazione adeguata e senza uno statuto giuridico compiuto. Sicuramente si determineranno a breve problemi operativi che richiederanno ulteriori interventi legislativi e amministrativi. C'è una libido separandi che aumenta la burocrazia e ostacola la visione progettuale.

Siamo tutti d'accordo sull'esigenza di una maggiore specializzazione nella gestione dei musei, ma si può ottenere in due modi. Se avviene all'interno della Soprintendenza il processo è guidato dalle competenze tecniche e scientifiche. Se invece il processo viene esternalizzato la guida passa al potere politico, secondo l'antico divide et impera, che è esattamente l'obiettivo inconfessato. L'interfaccia ministeriale che ieri riguardava solo la Soprintendenza oggi è almeno duplicata perché riguarda anche i poli museali, di nuovo con buona pace del principio olistico. L'operazione è presentata con la solita retorica dell'efficienza, ma è oggettivamente un sovraccarico burocratico-politico del sistema. Tuttavia la separazione dei musei è un'ottima scelta, anzi è una decisione intelligente in tutti i paesi, tranne che in Italia, caso unico al mondo di collezioni storiche profondamente integrate nelle reti urbane e nel paesaggio.


lunedì 18 luglio 2016

La rete e il castello, parte II - La valutazione mite dell'università


Eccoci al secondo appuntamento con La Rete e il castello, il mio saggio in tre puntate sullo stato attuale di università e ricerca in Italia. La seconda parte contiene analisi e proposte sui metodi di valutazione dell'università italiana. La prima parte del saggio, La libertà della ricerca, la trovate qui. Questo saggio è inevitabilmente molto tecnico, di difficile lettura per i non addetti ai lavori. Me ne scuso e al tempo stesso vi invito a segnalarmi errori o imprecisioni. Le vostre osservazioni sarebbero utili per l'edizione finale del documento, che vorrei consegnare alla Commissione Cultura del Senato al fine di promuovere una discussione parlamentare sul tema.

Come alle origini del feudalesimo la vita collettiva si ritirò dalle reti territoriali romane per incastellarsi nelle alture, così il sistema universitario tende a concentrarsi in alcune istituzioni e ad abbandonare il resto. Un gruppo di atenei ricevono più soldi, più cattedre e più immatricolazioni a detrimento di tutti gli altri poiché le risorse complessive sono calanti.

Secondo la dottrina corrente la concentrazione di risorse dovrebbe servire a tenere il passo della competizione. Sono di moda le classifiche internazionali, spesso fuorvianti nella metodologia e quasi sempre fraintese nel chiacchiericcio mediatico. Di solito si mena scandalo per l’assenza nei primi 100 ma non si vede l’ottimo risultato di circa la metà degli atenei nei primi 500 (ovvero nel top del 5% del mondo) e i due terzi sopra la media mondiale nel ranking Scimago della produttività scientifica.
Le comparazioni internazionali, se interpretate correttamente, dimostrano che il nostro punto di forza è nella dotazione di molte università di livello buono. Abbandonare la rete per rinchiudersi nel castello è una politica autolesionista. Significa giocare la competizione tenendo in panchina la squadra migliore.

È un programma non dichiarato, ma attuato con una coerenza davvero inusuale per la politica italiana. Benché diversi in tutto, gli ultimi quattro governi hanno seguito la medesima politica universitaria, quasi un pensiero unico sull'Accademia.
La continuità è assicurata da meccanismi automatici di allocazione delle risorse. I governi hanno attuato l’incastellamento senza prendersene la responsabilità. Gli obiettivi politici sono stati introiettati negli algoritmi apparentemente neutrali. La retorica della valutazione è stata utilizzata come il proseguimento della politica con altri mezzi. È servita come ombrello ideologico per ridurre e concentrare le risorse del sistema.

L’ipocrisia lessicale addolcisce le brutte notizie. Sono definiti “virtuosi” gli atenei che aumentano le tasse, già oggi tra le più alte in Europa. Ancora più virtuosi sono ritenuti quelli che, non rispettando la legge, superano il massimale delle entrate dagli studenti; ottengono un incentivo dal Ministero e una sanzione dai tribunali. La quota di risorse ripartita in base alla valutazione viene chiamata "premiale", anche se non premia quasi nessuno, semmai penalizza in diversa misura. I migliori atenei riescono a limitare i danni e cercano le risorse aggiuntive nei bandi liberi, ormai solo europei. Per gli altri i tagli non sono più una “cattiveria” del governo, ma diventano una "colpa" certificata dall’Anvur. L’agenzia ha pagato un prezzo caricandosi l'onere delle scelte che i ministri non avevano il coraggio di assumere direttamente.

Ridurre i finanziamenti non appare più una decisione politica, ma una condanna morale. Chi la subisce non è neppure legittimato a protestare, gli algoritmi dicono che ha meritato la sanzione. Così l'università italiana ha accettato la più grande riduzione di risorse della sua storia. Non è un caso isolato, è un dispositivo ampiamente utilizzato nella crisi politica europea. Il debito si tramuta in colpa nello Zeitgeist della Schuld.
Per rischiarare il discorso, allora, occorre una sorta di ermeneutica della valutazione. Come viene svolta e come viene utilizzata non sono affatto modalità oggettive, ma decisioni che perseguono obiettivi per lo più inconfessati. Propongo di seguito un'analisi critica degli algoritmi di valutazione e degli schemi di allocazione delle risorse.

martedì 10 maggio 2016

La rete e il castello, parte I - La libertà della ricerca

Di seguito la prima parte di La rete e il castello, mio saggio in tre puntate sullo stato attuale di università e ricerca in Italia, tra tagli ai finanziamenti e imposizioni dall'alto. La prima parte si concentra sulle difficoltà della ricerca. La seconda parte la trovate qui, mentre la terza verrà pubblicata più avanti.

La ricerca libera è indebolita in Italia. Le risorse sono assegnate dal principe ai conti e ai vassalli che le distribuiscono ai sudditi. il castello si erge sopra la rete scientifica. 
Le cifre parlano chiaro. Il finanziamento in corso dei bandi di ricerca per tutti gli atenei e per l’insieme delle discipline accademiche è ridotto a 30 milioni di euro l’anno. Ma non si dica più che il debito non consente di fare meglio, perché i soldi ci sono quando si tratta di evitare i bandi. Sei volte tanto, oltre 180 milioni di euro (100 ordinari e 80 per il progetto Human Technopole) sono assegnati a un solo ente, la Fondazione IIT, che poi distribuisce finanziamenti agli atenei e ottiene in cambio la firma sulle pubblicazioni scientifiche, migliorando immeritatamente il suo ranking. I rettori hanno smesso di denunciare i privilegi della Fondazione da quando hanno ricevuto le commesse di ricerca. D'altro canto, università ed enti sono costretti ad andare col cappello in mano perché indeboliti dai tagli, dai vincoli del turn over e dall'alluvione burocratica che soffoca le energie vitali. Invece, l'IIT ha potuto assumere senza limiti, derogare alle procedure pubbliche e tenere in banca circa 400 milioni di euro che non riesce ancora a spendere. Gli “economisti di palazzo” cantano le lodi di questa curiosa competizione tra un giocatore legato e l'altro dopato, sentenziando che il pubblico non funziona ed è meglio affidare tutta la ricerca alla Fondazione. È un'operazione ideologica e di potere. Si va imponendo un sistema di regolazione della ricerca mai visto prima in Italia. Vale la pena allora studiarne meglio i caratteri.


venerdì 6 maggio 2016

Il senso di una tutela: in difesa dell'articolo 9


“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Che bella prosa costituzionale! L’articolo 9 dice l’essenziale con poche parole semplici e solenni. La frase si regge sul verbo “tutelare”, così pregno di civiltà storica e di responsabilità per l’avvenire. Eppure è un verbo mortificato dalle recenti iniziative governative che lo considerano ormai apertamente un ostacolo alla valorizzazione. Anche questa viene malintesa nelle ossessioni mediatiche e nell’economicismo da straccivendoli. Ancora viene propinata l’illusione di fare i soldi con il merchandising e i cocktail nei musei. Per correre dietro ai miti correnti si mette a rischio l’eredità culturale del Paese.


E si perde perfino l’occasione di creare una ricca economia dei beni culturali che può fondarsi invece proprio sulla tutela e il restauro. In queste attività è esplosa la domanda mondiale in seguito ai formidabili investimenti messi in campo dai grandi paesi emergenti, dall’Asia all’America Latina. C’è una richiesta crescente di formazione e di servizi qualificati nella cura del patrimonio. Se l’Italia sapesse organizzare un’offerta di alto livello avrebbe il vantaggio competitivo del brand che viene dalla sua storia. È studiato in tutto il mondo il “metodo italiano” dell’archeologia, dell’archivistica, del restauro e della storia dell’arte, formatosi nell’insegnamento dei Bianchi Bandinelli, Brandi, Longhi e Argan. Per cogliere l’opportunità che viene dal mondo bisogna organizzare prestigiose scuole internazionali sulla tutela e il restauro, e promuovere nuove imprese capaci di esportare il nostro sapere dell’antico. Anche per questo bisogna salvare i giovani dal precariato selvaggio che in questi anni si è diffuso nel settore pubblico e in quello privato fino a forme di intollerabile sfruttamento. Una ricca economia dei beni culturali cresce solo se nel rispetto della dignità e della qualità del lavoro. E soprattutto se si inverte la tendenza attuale rilanciando gli investimenti sul patrimonio culturale, secondo una programmazione di lungo periodo, uscendo dall’improvvisazione mediatica.

venerdì 18 marzo 2016

La Roma moderna di Antonio Cederna


Ho scritto un saggio sull'eredità di Antonio Cederna a vent'anni dalla sua scomparsa. Ne abbiamo parlato il 17 Marzo nell'ambito di una conferenza organizzata dall'associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli alla Camera dei Deputati. Riporto qui sotto l'introduzione al mio saggio, che potete leggere per intero qui

venerdì 13 novembre 2015

Presentazione del libro sulla scuola il 3 Dicembre

Giovedì 3 dicembre a Roma, alle 17.30, si terrà la presentazione del mio libro La scuola, le api e le formiche. Come salvare l'educazione dalle ossessioni normative. Discuteremo della condizione attuale del sistema educativo italiano, degli errori passati e delle prospettive future. Con me ci saranno Gianni Amelio, Tullio de Mauro e Simona Flavia Malpezzi, con Saul Meghnagi a coordinare. Vi aspetto all'ITIS Galileo Galilei, Via Conte Verde 51, vicino alla fermata Manzoni della metro A.

*





sabato 7 novembre 2015

La scuola, le api e le formiche


Vi presento oggi il mio nuovo libro, uscito in questi giorni, dedicato ai problemi della scuola italiana. Si intitola La scuola, le api e le formiche. Come salvare l'educazione dalle ossessioni normative.

A partire dalla critica della cosìddetta "Buona scuola" tento un'analisi del fallimento delle tante leggi del ventennio passato, e propongo alcune piste di ricerca per un vero cambiamento del nostro sistema educativo.



venerdì 26 giugno 2015

Perché non ho votato la fiducia al governo sulla legge per la scuola



Non ho votato la fiducia al governo sulla legge per la scuola in Senato. Non si può accettare un’altra riforma finta, una nuova rottura con milioni di elettori, l’ennesima mortificazione del Parlamento.

Avevo creduto alle parole di Renzi che ammetteva l’errore e mostrava di volerlo correggere. Mi sono impegnato insieme ad altri per aiutarlo a trovare soluzioni innovative e a riprendere un dialogo. E invece ha interrotto la partita portando via la palla, fino al punto di impedire al Senato di emendare la legge sia in commissione sia in aula. Neppure la destra arrivò a tanto; sulle leggi Moratti e Gelmini noi allora all’opposizione fummo in condizioni di votare gli emendamenti ed esprimere la nostra contrarietà. Oggi, mi rattrista che dal governo il Pd impedisca il confronto parlamentare. Una grande forza politica deve essere coerente in minoranza e in maggioranza.

Avevo sperato che fosse la buona occasione per una riforma. Per la prima volta un giovane Presidente del Consiglio metteva al primo posto la scuola. Avrebbe dovuto chiamare le migliori intelligenze del Paese a scrivere un progetto per il secolo che viene. E invece ha scritto un disegno di legge modesto, che si occupa per lo più di minutaglie amministrative rendendole più complicate, che ricopia male leggi esistenti facendole passare per nuove. Nessuno dei grandi problemi è posto nell’agenda di governo: il grave fenomeno del neoanalfabetismo degli adulti, i cicli scolastici lunghi e inefficaci, l’aumento delle diseguaglianze, il ritardo della didattica di fronte ai caratteri del mondo nuovo. Si approva per forza una legge priva di un’idea di scuola, anoressica di alimenti culturali, sconnessa da un progetto per il paese. Al vuoto si sopperisce con l’ossessione di uno solo che comanda. Stavolta si concede al preside di derogare le graduatorie dei concorsi, aprendo la strada al clientelismo, a nuovi squilibri sociali e alle tendenze ideologiche. Da venti anni le leggi hanno penalizzato gli insegnanti, ora si appanna la loro libertà e viene ferita perfino la dignità. La riforma della scuola si farà un’altra volta, quando avremo un governo che riuscirà a entusiasmare gli insegnanti.


mercoledì 24 giugno 2015

Discorso sulla scuola in Senato


Il mio intervento nell'aula del Senato sul disegno di legge per la scuola, del 24 Giugno 2015.

Ho apprezzato il presidente Renzi quando ha riconosciuto di aver commesso un errore sulla scuola. Erano parole impegnative e inusuali e credo anche sincere. I sostenitori si sono affrettati a sminuirne il significato dicendo che ha sbagliato solo il messaggio della riforma. Ma come si fa ai tempi nostri a separare la comunicazione dalla politica? E anche ai vecchi tempi non era un buon segno quando si diceva “la linea è giusta, il popolo non la capisce”.

Il presidente non solo sa bene che l’errore è stato politico, ma ha cercato di correggerlo. Abbiamo salutato tutti con piacere la proposta di riaprire il dialogo convocando una grande conferenza a luglio. Ci ho creduto, cercando nel mio piccolo di dare un contributo, non solo con i pochi caratteri di un sms al presidente, ma con decine di pagine di proposte ritenute innovative da osservatori neutrali. Con lealtà verso il governo e impegno a favore del mio partito, sia per il passato sia per il futuro.
Poi c'è stata la marcia indietro di Renzi. In poche ore si è passati dall’offerta di un confronto all’imposizione del voto di fiducia. Non si può non vedere che la svolta è stata decisa in una sede davvero anomala. Venerdì scorso si è tenuta a Palazzo Chigi una riunione di partito, anzi della sua corrente maggioritaria, senza neppure invitare il relatore senatore Conte.

Il risultato fa tristezza solo a dirlo. Per la prima volta nella vita repubblicana il Senato è costretto ad approvare una legge sulla scuola senza poterla emendare né in commissione né in aula. Presidente Grasso, la riforma del bicameralismo non deve comportare l'umiliazione di questa assemblea.
Si attribuisce il blocco agli emendamenti dell’opposizione. Non è vero, la scorsa settimana è stata la mia parte politica a chiedere il rinvio dei lavori della commissione, dovremmo riconoscerlo. Lo sento come un dovere. Ho contrastato aspramente in Parlamento ben due leggi sulla scuola, prima della ministra Moratti e poi della Gelmini. Sono stati due provvedimenti devastanti, però devo riconoscere – proprio qui, di fronte ai colleghi della destra - che ai tempi noi dell’opposizione abbiamo potuto votare gli emendamenti dopo un vivace dibattito parlamentare. Oggi a parti invertite non c’è alcuna discussione. Me ne rammarico per il mio partito, perché una grande forza politica deve dire le stesse cose in maggioranza e all’opposizione.


martedì 23 giugno 2015

Non si può bloccare il dialogo sulla scuola


Non va bene il maxiemendamento dei relatori sul disegno di legge per la scuola. Né nel metodo, né nella sostanza. Nessuno dei problemi che hanno creato la protesta è stato risolto:

1. Rimane confermato il potere di chiamata del preside che cancella la libertà di insegnamento e apre la breccia al clientelismo, all’aumento delle diseguaglianze, alle scuole di tendenza ideologica proprio mentre premono alle porte i fondamentalismi.

2. Si rischia di sperperare 200 milioni su un maldestro incentivo e invece basterebbe utilizzare quella somma per compensare il taglio subito dal Fondo per l'offerta formativa (MOF), già oggi utilizzato per riconoscere l'impegno degli insegnanti nelle funzioni operative e nei progetti innovativi.

3. Si finanziano i ceti medio alti con i bonus fiscali mentre viene azzerato il fondo delle borse di studio per i ceti meno abbienti.

4. Si cerca di acquistare il consenso degli insegnati con la Card, ma non si rinnova il contratto di lavoro che consentirebbe di recuperare il maltolto nelle buste paga.

5. Si continua a fare retorica sull'autonomia, ma non si restituiscono alle scuole i soldi per il funzionamento ordinario, costringendo gli insegnanti a fare la questua con i genitori, una sorta di aumento nascosto delle tasse per le famiglie.

6. Si costringono gli abilitati a fare nuovi esami nei concorsi, come se non avessero già superato tante selezioni e corsi di formazione finalizzati al fabbisogno di qualità delle scuole.

7. Si insiste a dare deleghe in bianco al governo su argomenti delicati che richiedono il pieno controllo del Parlamento: l'integrazione della disabilità, la valutazione degli studenti, la tutela contrattuale dei diritti dei lavoratori.

lunedì 22 giugno 2015

Scuola: uno, nessuno e centomila


Non credete alle notizie tendenziose che si leggono sulla scuola nei principali giornali. A poche ore dal confronto decisivo in Senato è necessario fare chiarezza sul disegno di legge. Le principali mistificazioni sono cinque.

1. Assunzioni 
E’ l’argomento più devastato dalla disinformazione. Intanto i posti disponibili non sono 100 mila ma circa 150 mila, come d’altronde ammise lo stesso governo nel documento iniziale della buona scuola. Ci sarebbero quindi la capienza e i soldi per assorbire già quest’anno quasi tutte le graduatorie a esaurimento, gli idonei e una parte degli abilitati, completando poi l’operazione con il piano poliennale.
Si poteva dare una risposta ai precari prima della “buona scuola”, come si fece guarda caso nei confronti degli imprenditori con il decreto Poletti approvato prima del Jobs Act. I fondi stanziati nella legge di stabilità consentivano di approvare già a gennaio una legge di poche righe per chiamare i nuovi insegnanti. Anche senza la legge bisognava comunque coprire 44 mila posti, anzi sarebbe un’omissione di atti d’ufficio non assumere nessuno. Le procedure dovevano essere attivate con largo anticipo, e invece si faranno le nomine in affanno ad agosto. Il governo rischia il caos all’inizio dell’anno scolastico per utilizzare i centomila come arma di pressione nell’approvazione di una legge sbagliata.

2. Autonomia
Si continua a ripetere che per fare le chiamate occorre il nuovo modello organizzativo della buona scuola. E’ falso. Già sono in vigore tutte le norme sull’organico dell’autonomia, sul potenziamento, sulle reti di scuole. Furono ben scritte nella legge n. 35 del 2012 sotto la guida di un sottosegretario competente come Marco Rossi Doria:
“Allo scopo di consolidare e sviluppare l'autonomia delle istituzioni scolastiche, .. secondo criteri di flessibilità e valorizzando la responsabilità e la professionalità del personale della scuola, con decreto del Ministro.. sono adottate.. linee guida per conseguire le seguenti finalità: a) potenziamento dell'autonomia delle istituzioni scolastiche.. ; b) definizione, per ciascuna istituzione scolastica, di un organico dell'autonomia, funzionale all'ordinaria attività didattica, educativa, amministrativa, tecnica e ausiliaria, alle esigenze di sviluppo delle eccellenze, di recupero, di integrazione e sostegno ai diversamente abili e di programmazione dei fabbisogni di personale scolastico; c) costituzione di reti territoriali tra istituzioni scolastiche, al fine di conseguire la gestione ottimale delle risorse umane, strumentali e finanziarie; d) definizione di un organico di rete per le finalità di cui alla lettera c) nonché per l'integrazione degli alunni diversamente abili, la prevenzione dell'abbandono e il contrasto dell'insuccesso scolastico e formativo, specie per le aree di massima corrispondenza tra povertà e dispersione scolastica”.
Il governo doveva quindi solo adottare le linee guida e procedere alle assunzioni. Ma era forse troppo semplice, ha preferito riscrivere le stesse norme in un confuso testo di cento pagine pur di poter dire che si faceva la riforma della scuola. Comunicare è sempre più facile che governare.