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venerdì 25 maggio 2018

Il Termidoro del tecnocapitalismo


Il mio saggio "Il Termidoro del tecnocapitalismo" fa parte di un nuovo ebook rilasciato dalla Fondazione Basso sul tema della riformabilità del capitalismo, che potete scaricare qui. Pubblico di seguito parte del mio saggio, che è disponibile online e per il download nella sua interezza anche a questo indirizzo.

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Da tempo ci poniamo la domanda “quando finisce la crisi?”. Ora i dati del Pil sembrano autorizzare un cauto ottimismo, ma alimentano anche l'illusione di un classico ciclo economico con le sue discese e le sue risalite. Siamo invece di fronte a una Grande Crisi da intendere non già nel linguaggio degli economisti, ma in quello della scienza politica. In questi anni l'affanno della crescita e l'impoverimento di ampi settori sociali sono stati gli epifenomeni di un mutamento più profondo degli assetti di potere nella dimensione geopolitica, nelle relazioni sociali e perfino nelle forme istituzionali. Nella parola crisi occorre espungere il significato meramente ciclico e riscoprire il senso più ricco anche etimologicamente di trasformazione.

Nell'esplosione della bolla finanziaria dei subprime si è esaurita la spinta rivoluzionaria del liberismo iniziata nella crisi degli anni ‘70. Siamo entrati nella fase del Termidoro del turbocapitalismo. La freccia del quarantennio parte da un’esigenza libertaria e approda a un surplus di controllo nel governo dei processi. C’è quindi una tensione forte, irrisolta, tra libertà e controllo, e più in generale tra ordine e disordine; è l’instabilità di cui parlava stamane Giacomo Marramao.

Come sempre la fase termidoriana capovolge la promessa rivoluzionaria. Doveva essere il trionfo dell’Occidente, mentre la crisi ne certifica la perdita di primato, e in particolar modo quello dell’Europa. Doveva essere il trionfo dell’individuo che afferra il futuro nelle proprie mani e invece domina l’incertezza se non l'impossibilità, soprattutto per i giovani, di immaginare un progetto di vita. La precarietà è la condizione esistenziale dell’epoca. Doveva essere l’esportazione della democrazia e invece per la prima volta dopo tanto tempo il capitalismo sembra poterne fare a meno, sia nei livelli alti della crescita con il modello autoritario cinese e sia nella stagnazione europea accompagnata da una crisi del costituzionalismo. Il professor Guarino ha parlato di un colpo di stato; forse è esagerato, ma il Fiscal Compact è un accordo tra Stati che prescinde dall'istituzione dell'Unione Europea. Solo adesso ci si pone il problema di porre fine allo stato di eccezione, assorbendo il trattato nelle regole ordinarie. Anche nelle dimensioni nazionali si evidenzia una tendenza a forzare gli assetti costituzionali in senso antiparlamentare.

Il ribaltamento delle promesse rivoluzionarie riguarda anche la forma politica per eccellenza cioè la sovranità della legge. L’impeto rivoluzionario di quaranta anni fa si manifestò sotto la bandiera della deregulation, e rivelò uno spirito quasi anarchico nel contestare il principio legislativo, non solo in termini giuridici, non solo come regolazione pubblica, ma più profondamente come struttura cognitiva di comprensione della realtà. Il liberismo è stato una rivoluzione intellettuale non a caso covata per tanti anni nei think tank anglosassoni, prima in assoluto isolamento e poi via via con una straordinaria capacità di influenzare il senso comune. Il ripudio della ragione legislativa ha riguardato non solo i rapporti economici e le relazioni sociali, ma ha investito tutti i campi della conoscenza e la forma stessa della razionalità. È stato l'assalto a uno dei castelli della modernità, all'idea della sovranità come si era configurata dall'età barocca in avanti.


sabato 5 maggio 2018

Il futuro della mobilità urbana


Pubblico oggi il mio contributo al libro Green Mobility - Come cambiare la città e la vita, curato da Andrea Poggio per Legambiente. Si tratta di una raccolta di esperienze e progetti che rendono credibile un nuovo scenario per la mobilità urbana nei prossimi anni.

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Ai giovani assessori mi sento di dire: siate ottimisti, perché in futuro sarà più facile governare la mobilità urbana. Gli assessori del secolo scorso erano invece pessimisti, fiaccati dalla resistenza dell'uso proprietario dell'automobile. È stato il mito che ha plasmato l'immaginario collettivo, il paesaggio urbano, la produzione industriale. I giovani guardano ormai con ironia all'ossessione dei genitori per lo status symbol delle quattro ruote.

La convergenza tra i nuovi stili di vita e le tecnologie della condivisione rende possibile aggregare la domanda, cioè mettere in relazione in tempo reale le persone che si muovono nella medesima direzione. Era un problema un tempo irrisolvibile, che costringeva a irrigidire l’offerta pubblica nelle forme estreme: la modalità esclusivamente individuale del taxi oppure le linee predefinite del trasporto collettivo. L’ampia fascia intermedia veniva lasciata all’automobile privata, mentre oggi offre grandi potenzialità di crescita per forme di trasporto in condivisione. I nuovi servizi possono raggiungere quote di spostamenti fino a due cifre, prossime a quelle del trasporto pubblico e insieme superiori a quelle dell’automobile privata.

Per il salto di scala servono nuovi imprenditori che gestiscano sistemi di mobilità piuttosto che singoli segmenti di trasporto, che coinvolgano gli utenti attraverso tecnologie collaborative e marketing sociale. C'è chi ha cercato di sfruttare l’innovazione per coartare i diritti del lavoro, sotto forma di prestazioni occasionali e non tutelate, ma non è una scelta obbligata dalla tecnologia, come si vuole far credere. Con i “lavoretti di ripiego” non si modificano i grandi numeri della mobilità; occorrono imprese capaci di rispettare i contratti e la qualità del lavoro.

Due esempi da seguire: il superamento del monopolio telefonico ha creato spazio per le imprese della telefonia mobile, e gli incentivi fiscali hanno promosso le filiere produttive delle energie rinnovabili. Nel nostro caso, purtroppo, il Parlamento ha perso dieci anni a legiferare sulla sciocca guerra tra i taxi e il noleggio. Occorre invece una ambiziosa politica nazionale che superi gli attuali monopoli per creare un moderno mercato della mobilità urbana, con regole semplici e obiettivi di benessere sociale e ambientale. Se c'è una strategia chiara, si troveranno poi le gradualità per aiutare gli attuali operatori pubblici a partecipare all’innovazione. I tassisti hanno una preziosa esperienza del servizio a domanda che può essere riconvertita nel trasporto in condivisione. Le aziende pubbliche possono ristrutturare le reti gestendo le linee deboli mediante servizi a domanda - con le attuali tariffe per garantire l'accessibilità anche nelle periferie più lontane - ottenendo cospicui risparmi da reinvestire nelle infrastrutture. Soprattutto, la politica nazionale deve sostenere le esperienze innovative delle città - car-sharing, bike-sharing, car-pooling, mobility manager - al fine di coltivare l'humus favorevole ai nuovi stili di vita e al superamento del mito automobilistico.

Nella transizione diventa possibile volgere in positivo anche i difetti del passato: la mattina sugli autobus mi capita di ascoltare discussioni tra gli utenti sulle linee da prendere, sulle frequenze e sulla regolarità, e perfino sulla gestione dei turni degli autisti. Nelle altre città europee i passeggeri leggono il giornale senza preoccuparsi dei turni; da noi, si devono ingegnare per resistere alle inefficienze. È maturata così una competenza sociale del trasporto. Forse ne avremmo fatto volentieri a meno, ma ci sarà utilissima nell'avvento della nuova mobilità urbana.



sabato 8 aprile 2017

La cultura degli italiani nel mondo nuovo


Di seguito il mio contributo alla Conferenza programmatica di Orlando dell'8 Aprile, a Napoli.

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Il futuro del Paese si alimenta con la cultura degli italiani. Solo una grande politica culturale può animare una nuova ambizione nazionale nel secolo che viene e nel contempo può scacciare le angustie, gli affanni, le rassegnazioni del tempo presente.

Perché l'Italia non si trova a suo agio nel nuovo mondo? Perché la nostra tradizione cosmopolita non riesce a cogliere l'occasione della globalizzazione? Eppure in altri momenti abbiamo saputo trarre fortuna dai cambiamenti d'epoca. Nel dopoguerra un paese distrutto, affamato e in gran parte analfabeta fece il miracolo passando dalla società agricola a quella industriale. Seppe rielaborare nei nuovi distretti produttivi le tradizioni culturali sedimentate nel gusto artigianale e nella coesione sociale dei territori, raggiunse i vertici mondiali della tecnologia con il computer Olivetti, la plastica di Natta, la prima impresa spaziale europea con il S. Marco, l'innovazione industriale delle aziende pubbliche; fu raccontato da una letteratura e un cinema di prim'ordine; venne educato da una vivace relazione tra intellettuali e popolo; cominciò a recuperare il ritardo secolare dell'alfabetizzazione con la riforma della scuola media unificata. Il miracolo non ci sarebbe stato senza quella formidabile crescita culturale. Nessuna di quelle ricette è oggi riproponibile, non esistono più quelle tecnologie, quelle aziende, quegli intellettuali e neppure quei partiti. Da questa storia possiamo trarre una sola lezione per oggi.

Nei passaggi d'epoca la fortuna arride ai popoli che rielaborano il proprio patrimonio culturale nei tempi nuovi. Qui sorge la domanda tanto aspra quanto necessaria. Perché un paese che dal dopoguerra a oggi è diventato certo più ricco e progredito non riesce a compiere la seconda transizione dalla società industriale a quella della conoscenza?
Nella Seconda Repubblica a tale domanda sono state risposte parziali e fuorvianti. E ne sono scaturite sempre politiche inefficaci: manovre economiche contingenti, ingegnerie istituzionali, uomini soli al comando. Nessun partito ha mai puntato davvero sulla cultura per uscire dalla lunga crisi economica e civile. L'ingegno è la carta non ancora giocata dall'Italia nel nuovo mondo.

La politica culturale del nuovo secolo deve accrescere le competenze dell'intera popolazione. È stato superato l'analfabetismo del dopoguerra ma nel frattempo si è alzata l'asticella della conoscenza determinando una nuova inadeguatezza. Circa il 70% della popolazione non possiede gli strumenti cognitivi per vivere e lavorare con piena consapevolezza nel mondo d'oggi. E il principale problema italiano, eppure viene occultato o rimosso nel dibattito pubblico e soprattutto nelle agende di governo.


martedì 21 marzo 2017

Il taxi e la carrozza a cavalli

Note per una riforma dei servizi di mobilità urbana

Sulla base delle proposte illustrate nel documento che segue ho presentato in Senato, nella legislatura passata, un disegno di legge di riforma dei servizi di mobilità urbana



Il Taxi è un servizio obsoleto. È destinato ad essere travolto da una rivoluzione degli stili di vita e dell'organizzazione della mobilità. La motorizzazione di massa del Novecento si è basata sull'uso proprietario dell'automobile; è stato il paradigma che ha plasmato le menti delle persone, il paesaggio e lo spazio pubblico, le produzioni industriali. Il nuovo secolo si annuncia più intelligente del precedente, almeno nell'utilizzazione non proprietaria dell'automobile come servizio di mobilità. La nuova mentalità è già maturata nei giovani che guardano ormai con ironia all'ossessione dei genitori per lo status symbol delle quattro ruote.

Quando sarà compiuto il processo, l’attuale modalità di servizio verrà ricordata con la nostalgia di un tempo passato. Il taxi viene storicamente dopo la carrozza a cavalli, ma esso stesso sembrerà come la carrozza a cavalli quando sarà sostituito dai servizi innovativi.
L’esperienza di servizio pubblico maturata dai tassisti - in gran parte di buona qualità, nonostante i casi isolati raccontati dalle cronache - è una risorsa preziosa per progettare il futuro della mobilità urbana. Occorre quindi governare la riconversione produttiva del servizio, con la necessaria gradualità e la tutela degli operatori, ma anche con la lungimiranza indispensabile per cogliere le opportunità dei nuovi stili di vita e della diffusione delle nuove tecnologie.

Mio malgrado, sono stato tra i primi amministratori ad affrontare il problema ormai vent'anni fa. Non c'erano le tecnologie di oggi, e non potevo influire sulla legislazione, quindi optai per una semplice innovazione amministrativa volta a rendere possibili gli sconti sulle tariffe e a liberalizzare i turni. Tentai di aumentare le automobili in circolazione offrendo la possibilità di usarle per un tempo maggiore a beneficio degli stessi titolari di licenza. Risposero con un'interminabile protesta a piazza Venezia. Negli anni successivi sono state rilasciate nuove licenze sottraendo quindi una fetta di mercato ai vecchi titolari.

Oggi, quando salgo su un taxi, capita spesso di sentirmi dire che hanno sbagliato a rifiutare la mia proposta, molti hanno capito solo dopo venti anni che era più vantaggiosa per loro. Ricordo la vicenda solo per dare un paio consigli ai riformatori di oggi. La categoria dei tassisti a volte prende posizione contro i propri interessi. I singoli comprendono bene i vantaggi, ma le rappresentanze sindacali e soprattutto le centrali radio, si oppongono a prescindere perché tutelano prima di tutto il proprio potere sui lavoratori dei taxi, basato sulla difesa del vecchio monopolio. Inoltre la risposta della categoria è tipicamente molto piatta, esprimendo la stessa intensità di protesta sia per le piccole modifiche sia per le grandi innovazioni. Tanto vale tentare una grande riforma, invece di attardarsi su piccoli cambiamenti che comunque provocherebbero il medesimo contenzioso.


venerdì 6 maggio 2016

Il senso di una tutela: in difesa dell'articolo 9


“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Che bella prosa costituzionale! L’articolo 9 dice l’essenziale con poche parole semplici e solenni. La frase si regge sul verbo “tutelare”, così pregno di civiltà storica e di responsabilità per l’avvenire. Eppure è un verbo mortificato dalle recenti iniziative governative che lo considerano ormai apertamente un ostacolo alla valorizzazione. Anche questa viene malintesa nelle ossessioni mediatiche e nell’economicismo da straccivendoli. Ancora viene propinata l’illusione di fare i soldi con il merchandising e i cocktail nei musei. Per correre dietro ai miti correnti si mette a rischio l’eredità culturale del Paese.


E si perde perfino l’occasione di creare una ricca economia dei beni culturali che può fondarsi invece proprio sulla tutela e il restauro. In queste attività è esplosa la domanda mondiale in seguito ai formidabili investimenti messi in campo dai grandi paesi emergenti, dall’Asia all’America Latina. C’è una richiesta crescente di formazione e di servizi qualificati nella cura del patrimonio. Se l’Italia sapesse organizzare un’offerta di alto livello avrebbe il vantaggio competitivo del brand che viene dalla sua storia. È studiato in tutto il mondo il “metodo italiano” dell’archeologia, dell’archivistica, del restauro e della storia dell’arte, formatosi nell’insegnamento dei Bianchi Bandinelli, Brandi, Longhi e Argan. Per cogliere l’opportunità che viene dal mondo bisogna organizzare prestigiose scuole internazionali sulla tutela e il restauro, e promuovere nuove imprese capaci di esportare il nostro sapere dell’antico. Anche per questo bisogna salvare i giovani dal precariato selvaggio che in questi anni si è diffuso nel settore pubblico e in quello privato fino a forme di intollerabile sfruttamento. Una ricca economia dei beni culturali cresce solo se nel rispetto della dignità e della qualità del lavoro. E soprattutto se si inverte la tendenza attuale rilanciando gli investimenti sul patrimonio culturale, secondo una programmazione di lungo periodo, uscendo dall’improvvisazione mediatica.

giovedì 25 febbraio 2016

La città è una questione nazionale

Pubblico qui di seguito la rielaborazione di un mio articolo per L'Unità del 24 Febbraio 2016.


Le città sono la carta non ancora giocata dall’Italia per uscire dalla crisi. All’inizio della Seconda Repubblica ci fu un breve momento in cui sembrò possibile calarla sul tavolo, ma è purtroppo passato in fretta. Le politiche urbane sono diventate asfittiche e i governi nazionali le hanno sommerse con alluvioni normative - i bilanci, le procedure, gli appalti, la fiscalità, le aziende, gli assetti istituzionali - senza alcuna idea strategica. Nel frattempo i paesi europei sono dotati di stabili agende urbane che parlano di contenuti e non di leggi, e interagiscono meglio di noi con il lato positivo delle politiche di coesione dell’Unione.

Eppure molte questioni nazionali sono imbrigliate nella dimensione locale. La crisi delle banche dipende in buona parte dai valori immobiliari gonfiati, che oggi pesano sui bilanci come crediti non esigibili. La rendita finanziaria ha utilizzato la rendita immobiliare come veicolo fino all’esplosione della bolla. I dividendi sono andati comunque ai proprietari, lasciando ai sindaci i deficit di infrastrutture. Oggi il mattone è fermo in attesa di ricominciare come prima, ma forse proprio la crisi richiede una svolta. Il valore immobiliare può tornare a crescere solo se aumenta la quota ripartita a favore degli investimenti pubblici. Non si devono più svendere i patrimoni pubblici, bisogna utilizzarli come leva per migliorare la qualità urbana, la dotazione infrastrutturale, l’edilizia sociale e per liberare l’economia dell’innovazione dal peso del mattone, per mettere in concorrenza gli operatori che realizzano normali profitti invece delle immeritate rendite del passato.

mercoledì 8 ottobre 2014

Le mie dimissioni


Ciò che penso della delega lavoro è contenuto nel mio intervento di ieri in quest'aula. Avrete sentito che il mio dissenso è profondo sia nella forma che nella sostanza del provvedimento. Soprattutto mi preoccupano gli equivoci che hanno dominato il dibattito. I progetti raccontati ai cittadini non corrispondono ai testi che votiamo in Parlamento. L'opinione pubblica ha capito che stiamo cancellando l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma questo non c'è scritto nella legge delega. D'altronde, quell'articolo non esiste più nella legislazione italiana perché è stato cancellato due anni fa dal governo Monti. Quindi in Italia sono già possibili licenziamenti individuali per fondati motivi. Ora si vuole aggiungere che si può licenziare anche dichiarando motivi falsi in tribunale. Ma questo è contrario alla civiltà giuridica.

Inoltre si è promesso ai giovani il superamento dell'attuale precarietà, ma gli strumenti della legge e la mancanza di risorse non garantiscono il raggiungimento dell'obiettivo. Per non deludere le aspettative dei giovani dovremmo cambiare molte parti di questa legge, ma la chiusura della discussione impedisce i miglioramenti. Questa legge delega non contiene indirizzi e criteri direttivi, è una sorta di delega in bianco che affida il potere legislativo al potere esecutivo senza i vincoli e i limiti indicati dalla Costituzione. Non è la prima volta che accade, ma stavolta sono in discussione i diritti del lavoro.
Queste scelte sono, a mio parere, in contrasto con il mandato ricevuto dagli elettori. Non erano certo contenute nel programma elettorale che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd nel 2013.

Al tempo stesso non sono indifferente alla responsabilità di rispettare le decisioni prese dal mio partito. E neppure alla responsabilità del rapporto di fiducia tra la mia parte politica e il governo. Sono altresì consapevole che i margini di maggioranza al Senato sono piuttosto esigui e non ho alcuna intenzione di causare una crisi politica. Anche se ho sempre sostenuto - e ora ne sono ancora più convinto - che l'alleanza tra partiti di destra e di sinistra dovesse essere a tempo e non per l'intera legislatura. Sarebbe meglio per tutti se la prossima primavera si tornasse a votare per formare un governo con un chiaro e determinato mandato elettorale. Ma, ripeto, questo non posso e non voglio deciderlo io. Saranno le massime autorità istituzionali a definire i tempi della legislatura.

A me rimane il problema di conciliare due principi opposti: la coerenza con le mie idee e la responsabilità verso il mio partito e il governo. Ho trovato solo una via d'uscita dal dilemma: voterò la fiducia al governo, ma subito dopo prenderò atto dell'impossibilità di seguire le mie idee e mi dimetterò da Senatore della Repubblica. 
È una decisione presa di fronte alla mia coscienza, senza alcun disegno politico per il futuro. Però continuerò come militante in tutte le forme possibili il mio impegno politico. È stato e sarà ancora la passione della mia vita.

martedì 7 ottobre 2014

Sui diritti del lavoro


Mio intervento in Senato del 7 Ottobre nel dibattito sulla legge delega per il lavoro.


La richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è un segno di debolezza. Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto

Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega sarà priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media, ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento - sarà poi il governo tra qualche mese a scrivere i veri decreti - l’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma.

L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro. Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno a un chiaro progetto di cambiamento. Non solo perché si dovrebbe evitare di lacerare la ferita già dolorosa della disoccupazione che segna la vita di milioni di italiani. Ma soprattutto perché non c’è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. E il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi. Solo qualche mese fa riteneva che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione. Altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire le evidenti difficoltà dell’azione di governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea.

giovedì 8 maggio 2014

Il voto in Senato sul decreto del lavoro


Non condivido il decreto sul lavoro approvato ieri in Senato. Non potendo smentire la decisione favorevole del mio Gruppo ho scelto di non partecipare al voto. L’indegna bagarre scatenata dal gruppo 5 Stelle occupa lo spazio mediatico e rende più difficile una discussione serena e di merito. Anche per questo sento il bisogno di chiarire le mie motivazioni. 

Avevo sperato che il Jobs act di Matteo Renzi potesse davvero cambiare verso, ma purtroppo è stata una promessa mancata per almeno tre motivi.

a) Il contratto a tutele crescenti e sostitutivo delle forme precarie doveva superare il fossato tra garantiti e non garantiti. E invece il decreto rende il contratto a termine lo strumento quasi esclusivo per i giovani, aggravando una tendenza già in atto. Viene cancellato l'obbligo per l'imprenditore di motivare le ragioni dell'assunzione temporanea e quindi viene impedita qualsiasi forma di controllo. D'altro canto, in caso di violazione del massimale di contratti a termine presenti in azienda ci sarà solo una multa, perché è stato cancellato - come ha voluto Sacconi - l'obbligo di trasformazione in contratto a tempo indeterminato. Eppure questa sarebbe la basilare configurazione di un rapporto di lavoro, secondo una precisa direttiva europea che viene elusa palesemente.
Si è rinviato il contratto unico ad un decreto legislativo da approvare nei prossimi anni. Come ha osservato Tito Boeri il decreto di oggi vanifica la futura riforma, perché le imprese avranno interesse a utilizzare queste norme invece di quelle che offriranno eventualmente più garanzie ai lavoratori.

mercoledì 7 maggio 2014

Jobs act, prima e dopo



Jobs act e decreto lavoro. Il primo, annunciato da Matteo Renzi, prometteva una piccola rivoluzione; dare priorità al lavoro, riconoscerne la dignità, semplificare norme e leggi per favorire l’impiego, investire sulla qualità del lavoro.

Il decreto lavoro invece, si limita a intervenire sui contratti a termine e apprendistato. Anziché semplificare, lo fa in modo minuzioso e dettagliato, tanto da incanalare il dibattito parlamentare esclusivamente su aspetti come la durata dei contratti a termine o il numero delle proroghe, sulla forma scritta o orale dei piani formativi per l’apprendistato e le quote di assunzioni vincolanti. Nel decreto si ripete così, ancora una volta, lo stesso errore che hanno compiuto per anni i governi di centro-destra, nell'idea che abolire le tutele giuridiche previste a difesa dei lavoratori accresca la competitività delle imprese sul mercato.

In questo modo si snatura la proposta originaria. Con la disoccupazione che supera il 12% e quella giovanile che è addirittura doppia, non si può aver paura della flessibilità, ma, se non bastasse l'esperienza degli ultimi anni nel nostro Paese, ci sono Spagna e Grecia a dimostrarci che l’apertura generalizzata al lavoro precario e senza vincoli conduce a percentuali insopportabili di disoccupazione che non accennano a diminuire. Noi vogliamo stare in Europa e non farci confinare in un Europa di serie B. 

mercoledì 15 gennaio 2014

La Banca d'Italia val bene una rata dell'Imu


Mai più decreti “salsicciotto” che insaccano norme disorganiche. Questo avevano promesso - con parole più eleganti - il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio e il segretario del Pd nei discorsi di fine anno.
Alla prima seduta del Senato del 2014, però, ci siamo trovati a esaminare un decreto, approvato a Novembre dal Governo e controfirmato dal Quirinale, che assembla norme di diversa natura: l’ultima rata dell'Imu 2013, la vendita degli immobili statali e la valutazione del capitale della Banca d'Italia.

Nella riunione del Gruppo PD al Senato in diversi abbiamo chiesto di proporre al governo l'eliminazione almeno di quest'ultima parte, trasformandola in un disegno di legge, allo scopo di tenere fede agli impegni presi. Non si capisce infatti come mai l'aggiornamento del valore della Banca centrale, fissato nel lontano 1936, sia diventato improvvisamente tanto urgente da giustificare il ricorso al decreto legge. La norma non ha rilevanza contabile, almeno sul piano formale, e quindi è possibile stralciarla senza procurare alcuna sofferenza nei conti pubblici.

lunedì 13 maggio 2013

Discorso non pronunciato all'Assemblea del PD


Riporto qui il discorso non pronunciato, causa chiusura della discussione, all’assemblea nazionale del PD dell'11 Maggio 2013.
Il testo è stato pubblicato anche su
Il Manifesto di ieri, 12 Maggio.

sabato 29 dicembre 2012

Creare lavoro di qualità


Azzardando una stima di massima, ci saranno almeno cinquantamila giovani ricercatori che non trovano collocazione nel mondo produttivo e rimangono abbarbicati all'università, premendo per entrare nelle carriere accademiche. Si dovranno riaprire le porte della ricerca pubblica ai giovani ricercatori, ma nella migliore delle ipotesi si risolverà solo in parte il problema. 
E gli altri giovani studiosi? Ha senso tenere nell'inedia la parte più colta della nostra gioventù? Sarebbe un tema da affrontare con politiche pubbliche mirate. Tutto ciò avviene spontaneamente nelle università che funzionano. Per rimanere all'Europa, l'università di Cambridge ha creato una filiera di piccole imprese di rango internazionale nel settore delle biotecnologie, quasi tutte nate da spin-off della ricerca universitaria.

Occorrono, quindi, progetti di ricerca universitaria mirati alla creazione di imprese innovative e di lavoro qualificato. Possono riguardare  i campi più diversi: la realizzazione di nuovi servizi per il terziario avanzato, la produzione di contenuti culturali nella rete, l'invenzione di nuovi servizi professionali, la cura delle risorse culturali nazionali, le opportunità della green economy, le nuove politiche urbane, la creatività artistica e della comunicazione, lo sviluppo dell'educazione permanente verso standard europei ecc.. 
Su questi progetti andrebbero messe alla prova le nuove generazioni, offrendo opportunità di espressione e di lavoro a quei bravi dottori di ricerca che non sono interessati alle carriere universitarie e nel contempo non trovano ancora occupazione nel mondo del lavoro. Questo ampliamento del campo e del concetto stesso di ricerca universitaria dovrebbe consentire di impegnare quell’eccedenza formativa con cui dovremo fare i conti per un periodo non breve. Oggi questi giovani sono abbandonati a loro stessi, spesso illusi con improbabili contrattini e a volte addirittura sfruttati come manovalanza intellettuale. Il rapporto tra giovani e università è oggi il massimo dell’ambiguità, si fa vedere una remota possibilità di accesso in cambio di un lavoro sottopagato o non pagato affatto. Non c’è cosa più grave per un’istituzione della conoscenza che mandare messaggi ambigui ai suoi allievi.
Al contrario, la relazione deve diventare cristallina: molto presto, certo prima dei quarant’anni, l’istituzione deve dire al giovane studioso se ha i meriti e le possibilità per intraprendere la carriera accademica. Altrimenti quel giovane, invece di rimanere parcheggiato inutilmente nei corridoi del dipartimento, può essere impegnato in seri programmi di ricerca finalizzati a creare nuove opportunità di lavoro.


lunedì 24 dicembre 2012

L'economia delle città

"Bisognerebbe mettere da parte il lessico alla moda, come governance, stakeholder, spin-off, smart city, spending review. ... Dovremmo tornare a parole semplici ma più profonde, come rendita, che riemerge dopo un lungo silenzio, ingegno, che è tipicamente italiano, e lavoro"

La relazione di Walter Tocci al convegno L’economia delle città, tenuto a Roma il 15 dicembre 2012, organizzato dalla fondazione Italianieuropei, dal Centro per la riforma dello Stato e dall’associazione Romano Viviani.

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domenica 1 novembre 2009

Le mie pubblicazioni


LIBRI:


Fori Imperialia cura (con O. Ragone), La Repubblica, 2024



Il caleidoscopio romano, postfazione a K. Lelo, S. Monni, F. Tomassi, Le Mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana, Donzelli, Roma 2019, pp. 161-191


Sulle orme del gambero, Donzelli, Roma, 2013.

Avanti c'è posto (con I. Insolera e D. Morandi)  Donzelli, Roma, 2008.

Politica della scienza?  Ediesse, Roma, 2008.

La piazza di Pietralata a Roma (con G. Ligi) – Gangemi, Roma, 1998.

Roma che ne facciamo – Editori Riuniti, Roma, 1993.



                                                  SAGGI
 
 
 

Il Ri-conoscimento di Roma - Prima Parte e Seconda Parte, Equilibri Magazine. Rivista per lo sviluppo sostenibile, 2026
 
Dai palazzinari di periferia ai capi di Stato - Dissonanze, Donzelli, 2026 
  
"Piazza Augusto Imperatore, la magia romana del piano inclinato", in Il Giornale dell'Architettura, 9 luglio 2025
 

 
"Visibile-Invisibile per il buogoverno urbano", in Città Bene Comune, Edizioni Casa della Cultura, Milano, 2024.

"La mente del Prg del '62", in Urbanistica Informazioni di marzo-aprile 2022, Inu Edizioni

"La cura della malattia del Servizio sanitario", saggio introduttivo a L. Cosentino, C. Saitto, La sanità non è sempre salute. Dalle disuguaglianze nella mortalità tra i municipi a un'idea diversa di sanità per tutti. Il Pensiero Scientifico, 2022.

"Pasolini e Roma", in L. De Fiore, Il lupo avrà il sorriso? Conversazioni su Pier Paolo Pasolini, Castelvecchi 2022.

"Introduzione" a M. Testoni, Renato Nicolini. La gioiosa anomalia, Efesto, 2022.

"La complessità dell'urbano (e non solo)", in Città Bene Comune, Edizioni Casa della Cultura, Milano, 2021.

"The project of the Capital for it-self", in L'Architettura delle Città. The Journal of the Scientific Society Ludovico Quaroni, vol. 10, n. 14 - 2019 

"La politica fuori luogo", Il Pensiero, fascicolo 1, Volume LVII, anno 2018

"I sentieri interrotti di Roma capitale", in G. Caudo, Roma Altrimenti, 2017.

"Dal troppo al niente della mediazione politica", in Costituzionalismo.it n. 2-2017.

"Meglio meno, ma meglio. Crisi dell'educazione/crisi nell'educazione", in Cooperazione Educativa n. 65 settembre 2016.

"Tecnoscienze e tecnocapitalismo. Rivoluzioni sotto controllo?" in E. Gagliasso, M. Della Rocca, R. Memoli (a cura di), Per una scienza critica. Marcello Cini e il presente: filosofia, storia e politiche della ricerca, Edizioni ETS, 2015

"On l'appelle encore Rome" in A. Delpirou, A. Passalacqua (a cura di), Rome par tous les moyens,  École Française de Rome, 2014

"Tecnica e decisione"
Parolechiave, n. 51, Carocci, 2014

"Ex malo bonum"
in U. De Martino (a cura di), Roma, lavorare per il cambiamento, Quaderni del Circolo Rosselli, Pacini Editore, 2014.

"Paesaggio e democrazia in Italia. Rileggendo il capolavoro di Emilio Sereni cinquanta anni dopo"
in G. Bonini, C. Visentin (a cura di), Paesaggi in trasformazione, Editrice compositori, 2014

"La sinistra senza popolo"
Italianieuropei, nn. 7-8, 2013

Intervento 
in F. Barca, P. Ignazi, Società partiti e governo: il triangolo rotto, Laterza, Bari-Roma, 2013.

"Ripensare la differenza tra politica ed economia"
in P. Reichlin, A. Rustichini, Pensare la sin istra, Laterza, Roma-Bari, 2012.

Insiene con L.Reale, Dal caso Tor Bella Monaca alla rigenerazione di Roma est, in
Abitare la Terra”, n. 32 – 2012, pp. 42-3.

"Uomo di parte e sindaco di tutti"
in E. Baffoni, V. De Lucia, La Roma di Petroselli, Castelvecchi, Roma, 2011.

 “Meritocrazia”, in Italianieuropei, Fondazione Italianieuropei, n. 8, 2011.


"Confessioni di un politico"
Psiche e politica - Rivista di psicologia analitica, vol. 81, Roma, 2010.

"Per una nuova agenda nella politica della conoscenza" 
in Pubblico, privato, comune - a cura di L. Pennacchi, Ediesse, Roma, 2010.

"Utopie ed eterotopie dell'accessibilità" 
in Future GRA - a cura di R. Secchi, Prospettive, Roma, 2010.

"L'insostenibile ascesa della rendita urbana" 
Democrazia e DirittoAngeli, n. 1,  Milano, 2009.

"Quale riforma per l’università" 
Democrazia e DirittoAngeli, n. 1, Milano, 2009. 

"E se la medicina fosse sbagliata?" 
in Governare il mercato di S. Fassina, V. Visco - Donzelli, Roma, 2008.

"Questione religiosa e politica italiana"
Il Mulino, n. 1, Bologna, 2008.

 “Proposte per l’università e la ricerca”, in Democrazia e Diritto, Angeli, Milano. n. 2, 2008


"Dalla formazione all'informazione. Formazione e professione politica ieri e oggi".
Equilibri. Rivista per lo sviluppo sostenibile, Il Mulino, n. 2, Bologna, 2006.

Prefazione a C. Mangianti - A testa alta. Passeggiate romane. I percorsi della memoria – Edizioni MCM, 2005.

La città creativa. Dove nasce l’innovazione, in “Gli argomenti umani” - Il Ponte, Milano, n. 2, 2005.

Il talento di Roma in S. Ciccone, G. Caso ( a cura di), Roma scienza. Innovazione, qualità e sviluppo per Roma, Angeli, Milano, 2005.

"Dalla formazione all'informazione. Formazione e professione 
"La Cometa e le sue code"
Capitolium, Edit Coop, n. 2, Roma, 2004.

"Tecnica e conoscenza" 
Equilibri. Rivista per lo sviluppo sostenibile, Il Mulino, n. 3, Bologna, 2004.

"Traffico. Ingorghi mentali"
Equilibri. Rivista per lo sviluppo sostenibile, Il Mulino, n. 2, Bologna, 2002. 

Prefazione a Il trasporto pubblico del futuro, Comune di Roma, 2001.


"Le basi teoriche del nuovo piano parcheggi" 
in Per un progetto urbano di G. FioravantiF. Palombi, Roma, 1999.

"Scambiare per cambiare"
in Capitolium, n. 8, F. Palombi, Roma, 1999.

"La strategia dei Fori: colloquio con A. La Regina"
Capitolium, Fratelli Palombi, anno I, n. 2, Roma, 1997.

"Una «cura del ferro»per la Roma del Duemila"
Le Scienze, ed. italiana di Scientific Americann. 352, Milano, 1997.

Premessa a Le porte di Roma. I nuovi centri dello scambio urbano – ACEACITTA’, Roma, anno XXII, nn. 3-6, 1996 – pp. 5-12.

"Partiti, finanza e mattone"
in L'economia della corruzione - a cura di L. Barca, S. Trento, Laterza, Roma, 1994.

La periferia come occasione per ripensare Roma, in AA. VV., Roma. Il piano delle periferie – Edizioni l’ed, 1993.

Introduzione a AA. VV., Roma a trent’anni dal Prg. Materiali per un nuovo piano – Edizioni l’ed, 1992.


"Consenso sociale e azione riformatrice"
in Critica marxista, n. 1, Editori Riuniti, Roma, 1990.