sabato 29 dicembre 2012

Creare lavoro di qualità


Azzardando una stima di massima, ci saranno almeno cinquantamila giovani ricercatori che non trovano collocazione nel mondo produttivo e rimangono abbarbicati all'università, premendo per entrare nelle carriere accademiche. Si dovranno riaprire le porte della ricerca pubblica ai giovani ricercatori, ma nella migliore delle ipotesi si risolverà solo in parte il problema. 
E gli altri giovani studiosi? Ha senso tenere nell'inedia la parte più colta della nostra gioventù? Sarebbe un tema da affrontare con politiche pubbliche mirate. Tutto ciò avviene spontaneamente nelle università che funzionano. Per rimanere all'Europa, l'università di Cambridge ha creato una filiera di piccole imprese di rango internazionale nel settore delle biotecnologie, quasi tutte nate da spin-off della ricerca universitaria.

Occorrono, quindi, progetti di ricerca universitaria mirati alla creazione di imprese innovative e di lavoro qualificato. Possono riguardare  i campi più diversi: la realizzazione di nuovi servizi per il terziario avanzato, la produzione di contenuti culturali nella rete, l'invenzione di nuovi servizi professionali, la cura delle risorse culturali nazionali, le opportunità della green economy, le nuove politiche urbane, la creatività artistica e della comunicazione, lo sviluppo dell'educazione permanente verso standard europei ecc.. 
Su questi progetti andrebbero messe alla prova le nuove generazioni, offrendo opportunità di espressione e di lavoro a quei bravi dottori di ricerca che non sono interessati alle carriere universitarie e nel contempo non trovano ancora occupazione nel mondo del lavoro. Questo ampliamento del campo e del concetto stesso di ricerca universitaria dovrebbe consentire di impegnare quell’eccedenza formativa con cui dovremo fare i conti per un periodo non breve. Oggi questi giovani sono abbandonati a loro stessi, spesso illusi con improbabili contrattini e a volte addirittura sfruttati come manovalanza intellettuale. Il rapporto tra giovani e università è oggi il massimo dell’ambiguità, si fa vedere una remota possibilità di accesso in cambio di un lavoro sottopagato o non pagato affatto. Non c’è cosa più grave per un’istituzione della conoscenza che mandare messaggi ambigui ai suoi allievi.
Al contrario, la relazione deve diventare cristallina: molto presto, certo prima dei quarant’anni, l’istituzione deve dire al giovane studioso se ha i meriti e le possibilità per intraprendere la carriera accademica. Altrimenti quel giovane, invece di rimanere parcheggiato inutilmente nei corridoi del dipartimento, può essere impegnato in seri programmi di ricerca finalizzati a creare nuove opportunità di lavoro.



Inoltre, si possono attivare filiere di lavoro aperte alla globalizzazione. Si presenta, ad esempio, una formidabile occasione nei beni culturali perché è in forte crescita la domanda mondiale di restauro e di tutela, frutto di una nuova sensibilità e di accresciute disponibilità finanziarie nei paesi emergenti. Asia, America del sud, Africa del Nord, paesi dell'Est sono grandi aree dove crescono gli investimenti nei beni culturali. L'Italia avrebbe un vantaggio competitivo se fosse in grado di far crescere una filiera di aziende specializzate nel settore. Chi compra tulipani probabilmente si rivolge a ditte olandesi; così chi deve fare un restauro potrebbe essere bendisposto verso un'impresa che opera nel Bel paese. La tradizione italiana potrebbe costituire un brand molto qualificato per piccole e medie imprese. 
Ma tutto ciò non avviene per caso. Occorre una politica capace di coordinare diversi soggetti pubblici – dai ministeri competenti agli enti locali – e di aiutare la crescita di imprese solide – evitando ad esempio gare al massimo ribasso negli appalti di restauro - stimolando la qualità delle risorse umane e proiettando il sistema formativo nell’ottica internazionale. La teoria del restauro di Cesare Brandi è un libro tradotto in tutto il mondo; il nostro paese ha i titoli per diventare un centro di formazione di livello mondiale per i beni culturali. Certo diventa tutto molto più difficile se, come è accaduto negli ultimi anni, la scuola di formazione del prestigioso Istituto Centrale del Restauro rimane chiusa per disaccordi burocratici tra il ministero dei Beni Culturali e quello dell'Università sul riconoscimento legale del titolo di studio.

Qualche dubbio viene anche dall'accordo del ministero dei beni culturali con Google per mettere in rete i libri della Biblioteca Nazionale. Si può fare molto di più e meglio. Siamo il paese degli archivi e della custodia di grande parte della cultura occidentale. Il nostro compito non può essere solo quello di fare le fotocopie. Le competenze italiane nelle humanities possono essere organizzate per produrre i servizi che nasceranno dalla digitalizzazione. Se vanno in rete i testi della civiltà romana ci sarà pure bisogno di filologi, archivisti e paleografi che ne sappiano curare la fruizione. Questi esempi danno una misura del salto culturale che le strutture pubbliche devono compiere per utilizzare le opportunità del lavoro italiano all'estero.

Più in generale, bisogna colmare lo scarto tra la potenza del sapere contemporaneo e la mancanza di lavoro. Di tale squilibrio la misura più evidente è lo scarto tra l'aumento della produttività e le diminuzione dei salari reali. A questo si aggiunge la perdita di forza sindacale, di rappresentanza politica e perfino di presenza nell'immaginario collettivo. C'è uno squilibrio tra i prodigi delle “moderne cattedrali” e l'impoverimento dell'homo faber. Colmarlo è un compito non meramente rivendicativo, ma è il riconoscimento del merito sociale del lavoro da parte della collettività.
Come è potuto succedere che un'economia prodigiosa potesse impoverire tanta gente? Eppure abbiamo vissuto un ventennio formidabile nella crescita della conoscenza, un vero balzo in avanti nella storia dell'umanità. Non solo per la compresenza di rivoluzioni scientifiche – la scienza della vita, della materia e dell'informazione – ma per l'opportunità mai vista prima di rendere accessibili a miliardi di persone i risultati di tali saperi. Chi si è appropriato degli enormi guadagni di produttività creati da queste conoscenze? La finanza ha succhiato valore dall'ingegno e dal lavoro di uomini e donne per accumularlo nelle rendite dell'economia di carta e di mattone.
Una propaganda martellante vuole convincerci che questo modello economico è il più favorevole alla crescita della conoscenza. Ma quando gli storici racconteranno il passaggio di millennio dovranno constatare che una straordinaria crescita della conoscenza fu intrappolata da un'economia finanziaria che impedì alla società di cogliere tutti i frutti e di distribuirli per il bene comune. Agli storici non sfuggirà la contraddizione principale che a noi contemporanei è resa invisibile dalle ideologie dominanti:  aumenta la potenza di trasformazione del lavoro e diminuisce il suo potere nella ripartizione delle risorse, nella formazione delle decisioni e nelle finalità della crescita.
Aver impedito al lavoro di raccogliere i frutti della sua forza ha portato danno all'interesse generale. Dal ribaltamento della causa della crisi viene l'occasione per rimettere in asse l'interesse dei lavoratori con il benessere collettivo: la dignità della persona, il bene comune della conoscenza e la cura dell'ambiente naturale. 

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