Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post

lunedì 17 novembre 2025

Il discorso più difficile di Tronti: la democrazia totalitaria

Il CRS ha organizzato un impegnativo convegno sull'opera di Mario Tronti. Di seguito potete leggere il mio intervento.

Il video si trova alla sesta sessione: 1h e 5 min 


La democrazia è divenuta un regime totalitario, fondato sulla servitù volontaria che è introiettata nell’animo delle persone. “A noi è concessa libertà di pensiero ma non un pensiero di libertà” (Dello Spirito Libero, p. 43).

È lo stesso Tronti a definirlo il suo discorso più difficile, “il più aspro, il più respingente, il più improponibile”, nell’ultimo libro Il proprio tempo appreso col pensiero (p. 92).

La difficoltà non è tecnica né linguistica, ma è di carattere spirituale: consiste nel caricarsi sulle spalle l’indicibile. È la stessa difficoltà espressa sottovoce dagli apostoli nel Vangelo di Giovanni (6, 60-3): "Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?" E Gesù, sapendo in cuor suo che i discepoli mormoravano disse loro: "Questo vi scandalizza? E se vedeste il figlio dell'uomo salire dove era prima? È lo spirito che dà la vita".

Il nostro maestro risponde alla difficoltà spirituale con una decisione esistenziale: “.. mi carico sulle spalle l’indicibile.. non ho nulla da perdere e nulla da guadagnare. Tanto vale giocare a viso aperto quest’ultima partita” (p. 92). In un guizzo di spontaneità svela la tensione interiore tra il pensare e il sentire, quel sentire “che cerco di razionalmente di contenere, con la tentazione quotidiana di emotivamente abbandonarmi ad esso” (p. 82). E aggiunge che non vuole convincere nessuno (p. 68), dismettendo così le vesti del pensatore sempre proteso al compito politico. In un colloquio personale mi confessò che avrebbe voluto essere un dirigente del Partito Comunista Italiano.

La decisione esistenziale supera il vecchio motto, "pensare estremo e agire accorto", ripreso pochi giorni fa come titolo dell’incontro al Senato. La radicalità non ha più bisogno della “dissimulazione onesta” dell’amatissimo Torquato Accetto. Qui, credo si debba ricercare il senso della definizione di “libro postumo”, scritta poche ore prima della morte in quelle righe struggenti, ora pubblicate come esergo.

A un libro postumo si risponde con una critica postuma, dicendo oggi anche ciò che non abbiamo potuto o saputo dirgli quando era in vita. La libertà di pensiero che ha preso per sé, forse la consegna a noi discepoli increduli della sua parola, come gli apostoli.

La costellazione tra questi tre elementi - difficoltà spirituale, decisione esistenziale e libro postumo - orienta nuovi possibili sentieri della critica trontiana. Già li percorre questo convegno e il cammino proseguirà ad opera della nuova generazione di studiosi ai quali, proprio in questa occasione, la mia generazione consegna il testimone.

sabato 23 agosto 2025

Il revisionismo togliattiano di Ingrao

Il CRS ha organizzato un ciclo di incontri sull'opera di Pietro Ingrao, a dieci anni dalla scomparsa. Il primo si è svolto alla Camera dei Deputati il 13 maggio 2025 ed è stato dedicato a L'impegno politico di Ingrao, con introduzione di Claudio De Fiores, coordinamento di Francesco Giasi e interventi di tre relatori: Luciana Castellina, Massimo D'Alema e il sotto scritto. 

Qui la locandina e il video dell'evento

Di seguito potete leggere il testo del mio intervento. 

 

Dieci anni dopo è vivo il ricordo di Ingrao, fiorisce la ricerca sull’opera e trabocca l’affetto verso la persona. Ho ancora negli occhi il recente convegno organizzato dai figli all’Istituto Goethe. Superando il consueto riserbo hanno accolto tante persone nel calore familiare, facendo scorrere le foto inedite di Pietro nell’intreccio tra vita privata e pubblica. Ho avuto l’impressione che ciascuno di noi, mentre ascoltava i relatori e guardava le immagini, avviasse un personale colloquio con lui. E senza che nessuno ne facesse parola con chi era seduto accanto, i tanti pensieri muti parlavano tra loro, fino a comporre un silenzioso colloquio comunitario con il nostro caro maestro. 
Da cosa dipende questa lunga connessione sentimentale?

venerdì 5 gennaio 2024

La lotta tra Umano e Disumano nel nostro tempo

Sulla crisi della sinistra Ferruccio Capelli ha scritto un bel libro di analisi e di proposta: A sinistra. Con uno sguardo umano. Lo abbiamo presentato alla Fondazione Basso il 23-10-2023, insieme al presidente Franco Ippolito, Marina Forti e Marco Furfaro. 

La Casa della Cultura di Milano ha gentilmente pubblicato il testo del mio intervento nella versione completa. 

Una parte del testo potete leggerla di seguito. 

Il video della presentazione si trova qui (mio intervento inizia a 1h e 11m)  


L’idea del Nuovo Umanesimo è la questione centrale del libro. Merita, quindi, di essere discussa, sviscerata nelle conseguenze e messa alla prova. Ferruccio ci lavora da tanti anni con la cura che conosciamo. Mi pare una linea feconda. E consente anche di ampliare la discussione con molteplici ispirazioni culturali. Come va già facendo la Casa della Cultura a Milano, per esempio, nel dialogo con la tradizione del personalismo cattolico di marca ambrosiana oppure riscoprendo le origini del movimento socialista rappresentato in quella città non a caso da un’istituzione sociale come l’Umanitaria, il longevo centro di formazione e di cultura che rimanda all’opera di Gnocchi Viani, quanto mai attuale.


Umanesimo come pensiero della vita

La discussione sul libro, quindi, deve svilupparsi intorno alla domanda: che cos’è l’Umanesimo.

A me pare si possa rappresentare con parole semplici come il Pensiero della Vita. Questa espressione può essere letta come un genitivo soggettivo oppure un genitivo oggettivo.

Se è protagonista la prima parola, abbiamo un Pensiero che si rivolge alla Vita. Cioè, come dice l’autore, “uno sguardo sulla vita” che elabora un costrutto nel campo delle idee, una narrazione, una filosofia. Da tutto ciò emerge un Umanesimo Ideale.

Se è protagonista la seconda parola, la Vita irrompe nel Pensiero svelando la lotta originaria tra umano e disumano. Questo, invece, è l’Umanesimo Esistenziale che emerge nella dimensione dell’intangibile, dell’irriducibile e perfino dell’indicibile. Come ha detto prima Marina Forti, di fronte al conflitto israelo-palestinese quasi ci mancano le parole per descrivere da un lato l’odio infinito, la strage quotidiana, ma dall’altro lato anche episodi quasi invisibili che disertano lo spirito di vendetta e scelgono la generosità e il dialogo.

sabato 2 dicembre 2023

Tronti: la forza dell'amicizia, la potenza della teoria

Il CRS ha organizzato una giornata di ricordo di Tronti, con il titolo Dalla parte di Mario, alla Centrale Montemartini, nel suo amato quartiere Ostiense di Roma. A me è toccato il compito di aprire la giornata con una testimonianza che potete leggere di seguito. Il testo è stato pubblicato sul sito del CRS, dove potete trovare anche l'audio di tutti gli interventi.

Una mia riflessione più approfondita sull'opera di Tronti si trova, in questo blog, nel discorso pronunciato in occasione della cittadinanza onoraria di Ferentillo, il suo buon ritiro tra le montagne della Valnerina.  


Grazie per aver accolto l’invito del CRS a ricordare Mario Tronti, sia il pensatore sia l’amico. Vorrei ringraziarvi uno ad uno, ma sarete d’accordo con me nel rivolgere tutti insieme un affettuoso ringraziamento a due persone speciali qui presenti: la moglie, la carissima Lena, e la figlia Antonia, l’amatissima Lelletta. Vorrei dedicare proprio ad Antonia la citazione di un brano di Politica e Destino, che da solo spiega il luogo e il tema del nostro incontro. Perché siamo qui a Ostiense? Perché abbiamo scelto questo titolo: Dalla parte di Mario?

«Quando i miei figli andavano alle elementari, li accompagnavo qualche volta a piedi.. Percorrevamo, al mattino, la via Ostiense, passavamo davanti ai Mercati Generali, brulicanti di lavoro, grida, commerci e fatica. Qualcuno, da sopra una carriola, apostrofava i bambini: ahò, saluteme a’ maestra. E io ero felice, perché mi dicevo: se entrano in questa scuola con questo viatico, non si perderanno.. Non si sono persi.. Dicevo loro: ecco, questi sono i “nostri”. Adesso che i “nostri”quasi non ci sono più, la semplice memoria familiare mi conforta, e ci conferma di essere nel giusto per il solo fatto di venire da lì».

Così è chiarito il luogo e la parte.

Il luogo è la Centrale Montemartini, simbolo della prima industrializzazione innescata dalla giunta Nathan, davanti ai Mercati Generali, grande fabbrica del consumo, dove lavoravano i suoi genitori, il sor Nicola, facchino, e la sora Antonina, venditrice di erbette. Ancora oggi, nel quartiere Ostiense vibra l’anima popolare di Roma.

venerdì 9 settembre 2022

L'ultimo saluto a Salvatore Biasco

Oggi abbiamo dato l'ultimo saluto a Salvatore Biasco, nell'aula Magna della Facoltà Teologica Valdese. Per ricordare il valente intellettuale, il politico appassionato e l'amico carissimo sono intervenuti Giuliano Amato, Vincenzo Visco e il sottoscritto.
Di seguito potete leggere il mio intervento.



Quando arrivava una telefonata o una mail da Salvatore era spesso una chiamata all’impegno politico e culturale. Aveva creato negli ultimi anni un network di persone esperte in diversi campi con le quali promuoveva studi e seminari, sotto il titolo significativo “Ripensare la cultura politica della sinistra”. Non si poteva resistere alla sua sollecitazione: era convincente nel proporre i temi da trattare, contagiava anche i più scettici con il suo dissimulato entusiasmo e nel contempo si caricava per primo l’onere dell’organizzazione spingendo tutti gli altri a fare qualcosa. In lui in ogni momento si esprimeva la curiosità della conoscenza, la passione politica e la generosità d’animo.

venerdì 5 marzo 2021

Il PD di Milano celebra il centenario del PCI

Il partito democratico milanese mi ha chiesto di introdurre il dibattito dedicato al centenario del Pci.  L'iniziativa, svoltasi il 26 febbraio con il titolo "La sinistra tra rappresentanza e valori", è stata organizzata da Alessandro Capelli e ha visto la partecipazione di Valentina Cuppi, Elena Lattuada, Pierfrancesco Majorino e Mattia Santori. Di seguito si può leggere il testo del mio intervento.


Negli ultimi tempi mi ha preso la passione di coltivare i frutti antichi, i giuggioli, i cornioli, i sorbi, gli azzeruoli, e poi le mele e le pere scomparse, con quei sapori e quei profumi che, mi dispiace dirvelo, non trovate al supermercato. In queste settimane sono alle prese con gli innesti e le potature, mi prendo cura degli alberi per prepararli alla rigenerazione della primavera. Mi domando se porteranno frutti, e so che dipenderà da due fenomeni: se sarà generosa la linfa che sorge dal terreno e se sarà ricco il movimento dell’impollinazione animato dalle api e dal vento.

I miei alberi antichi assomigliano ai vecchi partiti di sinistra, i quali portavano frutti al Paese poiché si alimentavano della linfa che saliva dal radicamento sociale e assorbivano il polline che veniva dai movimenti culturali.

Qui è avvenuta la grande mutazione: ai partiti di oggi manca sia la linfa sociale sia l'impollinazione culturale.

lunedì 6 gennaio 2020

Carità o diritti?


Sul tema i volontari della Caritas di Roma mi hanno chiesto di tenere una lectio magistralis in occasione della Giornata Mondiale della Lotta alla Povertà. Ne è venuta fuori una riflessione sulla relazione, in atto o in teoria, tra la politica e il volontariato. Il convegno si è svolto nei giorni 14-15 ottobre 2019 nell'Ostello di via Marsala dedicato alla memoria di don Luigi Di Liegro. Di seguito il testo del mio intervento.
Qui è disponibile il video del mio intervento
Di seguito il testo scritto.

Un titolo lancinante apre la nostra sessione del convegno: Carità o diritti? Le parole vengono da antiche tradizioni culturali, ma in questo luogo di accoglienza e di fraternità indicano due esperienze di vita: la carità come un dono all'altro che è anche un dono a se stesso; i diritti come doni universali che regolano le relazioni tra le persone.
Fin qui il nostro titolo appare in tutta la sua positività. Ma interviene la parola più piccola a infrangere l'armonia, separando con la disgiunzione "o" ciò che dovrebbe andare insieme. C'è però un punto interrogativo a lenire la preoccupazione, annunciando che la questione è ancora aperta alla discussione e nulla è detto di definitivo. È appunto la discussione che la mia introduzione vorrebbe sollecitare.
È davvero scontato che ci sia un aut-aut oppure esiste uno spazio comune di relazione e anzi di interdipendenza? E quale sarebbe questo spazio comune?

martedì 22 ottobre 2019

PD e M5S: un passo avanti e un passo indietro per Roma

Alla presentazione del libro Le mappe della disuguaglianza sono intervenuto e in conclusione ho avanzato una proposta politica che riassumo in questo articolo (pubblicato ieri su Strisciarossa).

Fino a quando PD e M5S sopporteranno la contraddizione tra l'armonia di Palazzo Chigi e la discordia del Campidoglio? I due palazzi sono vicini, ma un abisso li separa politicamente. La soluzione peggiore sarebbe applicare in modo artificioso un modello all'altro. Se la discordia del Campidoglio dovesse minare, come una sorta di richiamo della foresta, l'esperienza di governo nazionale, si aprirebbe la strada al ritorno della peggiore destra. Al contrario, sarebbe ridicolo se l'accordo di governo inducesse il PD a rimangiarsi le critiche alla sindaca Raggi. Per fugare questo dubbio è arrivata addirittura la raccolta di firme per le dimissioni. Rimane però la contraddizione e se ne esce solo con un passo in avanti, che senza smentire la polemica precedente apra un terreno più avanzato di confronto. 

mercoledì 15 maggio 2019

Roma: dalla capitale in sé alla capitale per sé

La rivista Il Mulino ha dedicato l'ultimo numero a Roma, con articoli di Vittorio Emiliani, Nunzia Penelope, Edoardo Zanchini, Fabrizio Ciocca. Anche io ho scritto un articolo, dedicato, diversamente dal mio solito, a un'analisi politologica dei partiti romani. Lunedì 6 maggio abbiamo presentato il numero della rivista nella sede della Fondazione Modigliani a Roma. In quell'occasione ho svolto un ragionamento più ampio di analisi e di proposta. Di seguito, chi è interessato può leggere il testo del mio intervento.


Nei momenti difficili bisogna chiedere aiuto ai poeti. Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1970, per la musica di Ennio Morricone in occasione del centenario di Porta Pia, un verso che in poche parole contiene già un bilancio di Roma capitale: Non si piange su una città coloniale.

Lo confesso, per me è diventato quasi un assillo. Mi appare misterioso, lo rileggo da tanti anni nel tentativo di comprenderlo. Finora ho individuato tre possibili interpretazioni.

Prima, l'interpretazione assertiva: Roma è così e non cambierà mai. È lo stereotipo che ci impedisce di vedere il carattere meno noto della città generativa di solidarietà e di invenzioni.

Seconda, l'interpretazione spregiativa: Roma non merita neppure le lacrime, è solo da disprezzare. È lo sdegno che non vede le differenze e produce solo la passività, è il contrario dell'indignazione che conosce i conflitti e chiama a prendere parte.

Terza, l'interpretazione esortativa: Non si deve piangere, bisogna rimboccarsi le maniche per fare qualcosa di buono per Roma.

È la versione preferita, ma proprio perché vogliamo impegnarci non dobbiamo indorare la pillola. La crisi è più grave di come appare. Non voglio dire che ci sia qualcosa di più grave degli autobus in fiamme, dei rifiuti per strada, del discredito nazionale e internazionale. Tutto ciò è la superficie visibile, ma c’è una crisi più profonda.

martedì 14 maggio 2019

Per la Lista civica di Roma

La rivista Il Mulino ha dedicato l'ultimo numero a Roma, con articoli di Vittorio Emiliani, Nunzia Penelope, Edoardo Zanchini, Fabrizio Ciocca. Anche io ho scritto un articolo, dedicato, diversamente dal mio solito, a un'analisi politologica dei partiti romani. Lunedì 6 maggio abbiamo presentato il numero della rivista nella sede della Fondazione Modigliani a Roma. In quell'occasione ho svolto un ragionamento più ampio di analisi e di proposta, che si è concluso con l'idea di una Lista civica di tutto il centrosinistra. 
Chi è interessato a leggere il testo completo del mio intervento lo trova qui.
Di seguito, invece, si può leggere la parte del discorso relativa alla Lista civica. 


Roma ha bisogno di una nuova classe dirigente. Come e da chi può essere costituita? Alcuni esponenti già li conosciamo, ad esempio alcuni bravi amministratori dei Municipi che sono in dialogo costante con i cittadini. Ma la maggior parte non li conosciamo ancora, magari si paleseranno prossimamente. Adesso stanno facendo altre cose: chi organizza una scuola per i migranti, chi studia la struttura urbana, chi inventa un nuovo servizio per i cittadini, chi organizza filiere produttive per il risparmio energetico o per il riciclo dei rifiuti, chi è impegnato a riqualificare i quartieri da Tor Bella Monaca a Corviale. Oppure chi è andato via da Roma, come Francesca Bria, che da giovane ha frequentato i centri sociali romani, poi ha lavorato nell'Agenzia inglese per l'innovazione e oggi è assessore della giunta Colau a Barcellona.

Però i tempi stringono, dobbiamo fare qualcosa per accelerare la preparazione dell'alternativa. Occorre prima di tutto rimuovere l'ostacolo del ceto politico, che non molla la presa pur avendo fatto Caporetto. Conosco l'ambiente per esperienza diretta e so che ne fanno parte anche persone in gamba e validi amministratori, ma è la logica di ceto che blocca la generatività sociale. È una logica diffusa sia a destra sia a sinistra e perfino i grillini, che dovevano spazzarla via, l'hanno imparata presto e male.

venerdì 22 marzo 2019

La scienza e l'Europa

Nell'Aula Magna della Sapienza abbiamo discusso l'opera in cinque volumi di Pietro Greco, La Scienza e l'Europa. Dalle origini a oggi, Edizioni L'asino d'oro. Si tratta di una monumentale ricostruzione storica che integra le discipline matematiche e fisiche con la filosofia, la medicina, l'economia, la geopolitica, l'arte e la letteratura al fine di analizzare la relazione profonda tra il vecchio continente e la ricerca scientifica. L'iniziativa si è svolta il 20 marzo 2019 ed è stata curata dalla casa editrice insieme con la Fondazione della Sapienza, rappresentate rispettivamente da Matteo Fago e Antonello Folco Biagini. A discutere con l'autore ci siamo trovati Franco D'Agostino, Lucia Votano, Domenico De Masi, Piero Angela e il sottoscritto. E' disponibile il video del dibattito curato dall'editore.
Chi è interessato può leggere di seguito il mio intervento oppure ascoltarlo nella video registrazione al tempo di un'ora e venti minuti.


La scienza e l'Europa, l'opera in cinque volumi di Pietro Greco, è da leggere, da conservare e da diffondere.
Da leggere perché, nonostante la mole, è come un romanzo storico. Quando si volta pagina ci si chiede come andrà a finire. La penna di Pietro è elegante, sobria e convincente. 

Da conservare perché vi capiterà di riprenderla in mano ripensando a uno scienziato o a una scoperta. È un'opera sistematica e completa, facilmente accessibile, anche per la cura editoriale e gli indici analitici; e quindi anche l'editore merita i complimenti.
Da diffondere in tante direzioni. I cinque volumi dovrebbero trovarsi in ogni biblioteca civica. La scienza non è astrusa, anzi deve essere alla portata di tutti i cittadini. La cittadinanza scientifica è il filo conduttore degli scritti di Pietro, ma direi più in generale della sua vita.
Questi libri dovrebbero trovarsi in ogni biblioteca scolastica, perché la didattica della scienza è aiutata dalla storia. A volte agli studenti sembrano freddi i risultati scientifici, ma si può suscitare il piacere della scoperta proprio dando conto del percorso travagliato, dei sentieri interrotti, degli sviamenti che hanno preceduto storicamente la formulazione delle teorie scientifiche. E poi si può svellere la sicumera di noi moderni, ricordando il grande Eratostene che più di duemila anni fa, senza laser e senza satelliti, riuscì a calcolare con un certa precisione la dimensione della Terra.
Infine, questi libri dovrebbero trovarsi nella biblioteca del Parlamento europeo. Utilizziamo l'occasione delle elezioni di maggio. Mi permetto di avanzare una proposta ai colleghi discussant. Scriviamo una lettera a prima firma Piero Angela, il più famoso tra i presenti; a nome di tutti voi, credo di poterlo dire, per dare seguito a questa bella assemblea. Scriviamo una lettera ai candidati di tutti i partiti perché leggano e riflettano sull'opera di Greco. Già vedo un certo scetticismo tra voi, state pensando che nessuno la leggerà, ma a noi basterebbe uno solo tra loro per gettare un seme; poi gli potremmo chiedere di organizzare una nuova presentazione a Strasburgo per avviare in quel contesto un dibattito.
D'altronde, Pietro ha scritto per influire sulle decisioni politiche. Non è solo un ottimo giornalista, non è solo un raffinato storico della scienza, non è solo un apprezzato comunicatore della scienza, è anche un intellettuale impegnato, engagé si sarebbe detto una volta. 
In passato l'intellettuale engagé ha avuto un ruolo importante, ma oggi è quasi scomparso a causa del divorzio tra politica e cultura. Nella separazione entrambe hanno perso qualcosa: la politica è diventata superficiale e quindi meno credibile; la cultura ha perso influenza nella società. Al distacco gli intellettuali hanno reagito in tre modi: chi ha ripiegato nello specifico disciplinare, ed è del tutto comprensibile; chi ha preso a gigioneggiare utilizzando la spettacolarità dei media; chi si è fatto cooptare come consigliere del Principe, nell'illusione che non potendo convincere tutti i politici si potesse convincere uno solo, il più potente tra loro; ma è appunto un'antica illusione, già Platone tentò di educare il tiranno di Siracusa, ma se ne tornò ad Atene con una profonda delusione, espressa nella settima lettera che dovrebbero leggere tutti gli aspiranti consiglieri del Principe. 
Greco evita tutti questi tre modi. Non si chiude in una disciplina, anzi le utilizza tutte come gli strumenti di un'orchestra, la matematica e la fisica, ma anche l'economia, la medicina, la sociologia, la geopolitica, l'arte, la letteratura e ovviamente la storia. Non è nel suo stile gigioneggiare, anzi il suo assillo è comunicare la scienza con rigore e semplicità. Non cerca la scorciatoia del Principe - anche perché di Principi non se ne vedono in giro - ma percorre la strada più lunga: accrescere la consapevolezza dei cittadini affinché siano poi essi a convincere i politici. 
A tal fine lancia l'allarme: l'Europa è in declino perché ha voltato le spalle alla scienza. È la tesi fondamentale sviluppata nei cinque volumi dell'opera.

giovedì 25 ottobre 2018

Solo un'irruzione democratica può salvare il PD

Di seguito si può leggere un capitolo del saggio pubblicato sulla rivista "Appunti di cultura e politica" (n. 4 del 2018), fondata da Pietro Scoppola. 


Gli elettori democratici, anche quelli temporaneamente autosospesi, sono sconcertati per la mancanza di uno strumento politico adeguato a fronteggiare la più marcata svolta a destra della storia repubblicana..

Qui si misura lo scarto: ci sarebbe bisogno di un PD capace di produrre grande politica, ma ci ritroviamo un'organizzazione debole, confusa e isolata. Ci vuole realismo nel descrivere l'esito del decennio: volevamo costruire il partito degli elettori e ci ritroviamo quello degli eletti, volevamo ripensare una grande forza popolare e ci ritroviamo le cordate dei notabili, volevamo creare uno strumento di partecipazione alla vita politica e ci ritroviamo una casamatta con le porte chiuse.

venerdì 7 settembre 2018

Per la cittadinanza onoraria a Mario Tronti

Pubblico di seguito il discorso che ho pronunciato davanti al Consiglio comunale e alla cittadinanza di Ferentillo in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria a Mario Tronti, il 3 settembre 2018. 


Grazie per la cittadinanza onoraria a Mario Tronti. La gratitudine al Sindaco e al Consiglio Comunale non è solo dell'interessato, è di tutti noi. Sono un forestiero e immagino sia prima di tutto un motivo di orgoglio per la cittadinanza di Ferentillo. Un ringraziamento caloroso viene dagli amici, dai compagni, da chi studia la sua opera.

A noi amici, però, sembra dissonante l'appellativo "cittadino onorario". Perché Mario non ha mai cercato onori, non ha mai celebrato se stesso, non si è mai messo in prima fila, ma è una persona schiva, austera, mite. Approfondiamo, dunque, il significato di queste due parole: "cittadino" e "onorario". Scovare i significati reconditi delle parole è uno dei suoi insegnamenti peculiari.

Che significa "onorario" per Tronti? Cerchiamone il senso nella Costituzione della Repubblica, dove la parola in forma di sostantivo appare una sola volta, nell'articolo 54: "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore". È un articolo quasi dimenticato, ma dice tutto sui politici attuali, così diversi tra coloro che di quella parola fanno la propria linea di condotta - gran parte dei sindaci, come il vostro Paolo Silveri, che rispondono sempre ai cittadini - e altri politici che, invece, offendono tutti i giorni la funzione pubblica.

Nell'accezione costituzionale l'onore indica la responsabilità di fronte al popolo. Con l'appellativo di "onorario", quindi, si riconosce Tronti come una persona che ha servito con dignità le istituzioni della Repubblica.

venerdì 25 maggio 2018

Il Termidoro del tecnocapitalismo


Il mio saggio "Il Termidoro del tecnocapitalismo" fa parte di un nuovo ebook rilasciato dalla Fondazione Basso sul tema della riformabilità del capitalismo, che potete scaricare qui. Pubblico di seguito parte del mio saggio, che è disponibile online e per il download nella sua interezza anche a questo indirizzo.

*
Da tempo ci poniamo la domanda “quando finisce la crisi?”. Ora i dati del Pil sembrano autorizzare un cauto ottimismo, ma alimentano anche l'illusione di un classico ciclo economico con le sue discese e le sue risalite. Siamo invece di fronte a una Grande Crisi da intendere non già nel linguaggio degli economisti, ma in quello della scienza politica. In questi anni l'affanno della crescita e l'impoverimento di ampi settori sociali sono stati gli epifenomeni di un mutamento più profondo degli assetti di potere nella dimensione geopolitica, nelle relazioni sociali e perfino nelle forme istituzionali. Nella parola crisi occorre espungere il significato meramente ciclico e riscoprire il senso più ricco anche etimologicamente di trasformazione.

Nell'esplosione della bolla finanziaria dei subprime si è esaurita la spinta rivoluzionaria del liberismo iniziata nella crisi degli anni ‘70. Siamo entrati nella fase del Termidoro del turbocapitalismo. La freccia del quarantennio parte da un’esigenza libertaria e approda a un surplus di controllo nel governo dei processi. C’è quindi una tensione forte, irrisolta, tra libertà e controllo, e più in generale tra ordine e disordine; è l’instabilità di cui parlava stamane Giacomo Marramao.

Come sempre la fase termidoriana capovolge la promessa rivoluzionaria. Doveva essere il trionfo dell’Occidente, mentre la crisi ne certifica la perdita di primato, e in particolar modo quello dell’Europa. Doveva essere il trionfo dell’individuo che afferra il futuro nelle proprie mani e invece domina l’incertezza se non l'impossibilità, soprattutto per i giovani, di immaginare un progetto di vita. La precarietà è la condizione esistenziale dell’epoca. Doveva essere l’esportazione della democrazia e invece per la prima volta dopo tanto tempo il capitalismo sembra poterne fare a meno, sia nei livelli alti della crescita con il modello autoritario cinese e sia nella stagnazione europea accompagnata da una crisi del costituzionalismo. Il professor Guarino ha parlato di un colpo di stato; forse è esagerato, ma il Fiscal Compact è un accordo tra Stati che prescinde dall'istituzione dell'Unione Europea. Solo adesso ci si pone il problema di porre fine allo stato di eccezione, assorbendo il trattato nelle regole ordinarie. Anche nelle dimensioni nazionali si evidenzia una tendenza a forzare gli assetti costituzionali in senso antiparlamentare.

Il ribaltamento delle promesse rivoluzionarie riguarda anche la forma politica per eccellenza cioè la sovranità della legge. L’impeto rivoluzionario di quaranta anni fa si manifestò sotto la bandiera della deregulation, e rivelò uno spirito quasi anarchico nel contestare il principio legislativo, non solo in termini giuridici, non solo come regolazione pubblica, ma più profondamente come struttura cognitiva di comprensione della realtà. Il liberismo è stato una rivoluzione intellettuale non a caso covata per tanti anni nei think tank anglosassoni, prima in assoluto isolamento e poi via via con una straordinaria capacità di influenzare il senso comune. Il ripudio della ragione legislativa ha riguardato non solo i rapporti economici e le relazioni sociali, ma ha investito tutti i campi della conoscenza e la forma stessa della razionalità. È stato l'assalto a uno dei castelli della modernità, all'idea della sovranità come si era configurata dall'età barocca in avanti.


mercoledì 2 maggio 2018

PD, M5S e le intese impossibili


In previsione della riunione della direzione del PD di domani, pubblico qui il mio punto di vista sui possibili scenari di governo condiviso tra i due partiti. L'articolo è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano di Martedì 1 Maggio.

*
Ha fatto bene Martina a proporre una trattativa con i 5Stelle impegnandosi a sottoporre i risultati al referendum tra gli elettori del Pd. In un sistema proporzionale nessun partito è collocato automaticamente all'opposizione. La Spd si era presentata agli elettori dicendo “mai più” al governo con la Merkel, ma dopo la sconfitta l'esigenza di dare un governo al Paese ha riaperto la trattativa. I cui risultati hanno ottenuto la maggioranza nel referendum tra gli iscritti socialdemocratici.

Una parte del PD, invece, vorrebbe stabilire una pregiudiziale assoluta contro i 5Stelle, pur non avendo mai fatto lo stesso verso Forza Italia. I dirigenti che oggi sollecitano la rivolta della base contro l'ipotesi di accordo con Di Maio sono gli stessi che non hanno mai sentito l'esigenza di ascoltare gli iscritti prima di stipulare con Berlusconi accordi di governo, patti del Nazareno e sostegni informali nelle votazioni critiche al Senato.


Perché tale diversità di trattamento? Il programma di governo dei 5Stelle non è più distante dal PD di quanto non lo sia quello della destra. L'affidabilità di Di Maio è un'incognita, ma è un fatto che tutti i leader della sinistra - D'Alema, Veltroni, Bersani e Renzi - abbiano provato a fare accordi con il Cavaliere rimanendo sempre con il cerino in mano. Infine, il berlusconismo non è stato solo un fenomeno politico: per un quarto di secolo il suo leader, dai vertici delle istituzioni, ha incoraggiato la gente a non rispettare le leggi, a far vincere l'egoismo contro il bene comune, a trattare le donne come una merce. Di questi veleni iniettati nel corpo sociale ancora si sentono le conseguenze.

All'inizio di questo decennio, però, il fenomeno ha perso la sua spinta sotto i colpi della crisi economica. Il PD ebbe la possibilità di batterlo in campo aperto, ma evitò la competizione elettorale per andarsi a impantanare nel governo Monti, creando le condizioni per il trionfo di Grillo. Il sistema politico è diventato tripolare perché il bipolarismo non ha fornito l'alternativa. Da quasi dieci anni siamo costretti alle larghe intese perché il PD non ha assolto il compito fondativo, cioè costruire l'alternativa al berlusconismo. Ciò non significa che il movimento 5Stelle sia una costola della sinistra; è piuttosto una forza di centro che esprime l'inedita radicalizzazione di questo luogo politico pur decisivo per l'equilibrio del sistema. I democratici e i pentastellati sono quindi molto diversi e tuttavia connessi: sono insieme la causa e l'effetto del fallimento del breve bipolarismo italiano.

Questo intreccio rende molto difficile ma anche suggestivo il confronto. In un certo senso, avrebbero bisogno l'uno dell'altro. Il nuovo corso dei 5Stelle, di responsabilità europea e di credibilità di governo, sarebbe corroborato dall'intesa col PD, il quale di rimando avrebbe l'occasione per ripensare le sue politiche migliori, domandandosi perché non abbiano ottenuto il consenso popolare.

Il reddito di inclusione si poteva approvare due anni prima - nella versione del governo Letta, senza dover ricominciare daccapo in nome dell'ossessione renziana per l’anno zero - e soprattutto sostenendo tutte le persone aventi diritto, utilizzando i soldi che sono stati sprecati per togliere l'Imu ai più ricchi. Il PD si sarebbe presentato alle elezioni con il risultato storico della lotta alla povertà, e avrebbe svuotato la propaganda 5Stelle che parlava di reddito di cittadinanza pur avendo scritto un disegno di legge più simile al reddito di inclusione.

Bene ha fatto Renzi a lottare in Europa per ampliare i margini di manovra del bilancio. Peccato che abbia poi speso decine di miliardi per incentivi alle imprese illudendosi che avrebbero creato lavoro stabile, ripetendo lo stesso errore del famoso cuneo fiscale di Prodi. I nuovi posti di lavoro, sempre più precari, sono venuti dalle politiche europee di Draghi. Invece di sprecare soldi per incentivi si potevano rilanciare gli investimenti nell'ambiente, nella scuola, nella ricerca scientifica, nella sanità, nei trasporti. Sarebbe aumentata molto di più l'occupazione e ne avrebbe avuto un grande beneficio la produttività del sistema paese.

sabato 7 aprile 2018

Che ne facciamo del PD?

Intervento all'assemblea promossa da Peppe Provenzano al centro congressi Cavour di Roma, il 7 aprile 2018, dal titolo Sinistra Anno Zero.

*
Quando si perde bisogna riuscire a guardare con amicizia al Paese. Per capire i fenomeni profondi del terremoto elettorale. I nostri avversari hanno saputo utilizzarli a loro favore. Noi li abbiamo sentiti ostili e siamo stati sconfitti. Raniero La Valle si domanda se quei fenomeni possano ottenere un'inedita risposta di sinistra. Oggi bisogna leggere i novantenni per scorgere il futuro. Poco fa abbiamo ascoltato anche il lucido discorso di Emanuele Macaluso.

Nel voto si è fatto sentire un grido antioligarchico: la politica è di tutti. È ritenuto un populismo da chi comanda, ma è avvertito come un principio democratico da chi non ha né poteri né diritti, soprattutto i giovani in cerca di lavoro. Si è espressa una buona partecipazione elettorale e nel Mezzogiorno per la prima volta il voto si è liberato dall'oppressione dei notabili di destra e di sinistra.

È cambiata l'agenda di governo. Sono scomparsi i temi che hanno tenuto banco nei decenni passati: le riforme istituzionali, la retorica del "ce lo chiede l'Europa", l'eterna illusione di creare lavoro impoverendo i diritti. Sono emersi i problemi più sentiti dai ceti popolari: le povertà e i privilegi, i giovani che se ne vanno e i migranti che vengono, ciò che chiede e ciò che offre lo Stato.

È stata rifiutata la classe politica dell'ultimo decennio: Berlusconi e Monti, i cui elettori hanno votato per i 5Stelle, ma anche i nuovi dirigenti del PD e la vecchia generazione postcomunista. Non si può dire che mancassero le ragioni: è stato un decennio di stagnazione politica, che ha bruciato tante illusioni, senza preparare progetti credibili per l'avvenire.
Nuove domande, quindi, hanno mobilitato gli elettori: la politica di tutti, le riforme popolari, la credibilità della classe politica. Almeno in teoria, erano esigenze coerenti con il compito, starei per dire con l'ideologia, di un partito autenticamente democratico.

mercoledì 20 dicembre 2017

Ius soli e vitalizi. Ne parla il Paese, non il Senato.

Di seguito il mio intervento odierno in Senato sul calendario dei lavori.

*
È un grave errore concludere la legislatura senza discutere in aula la legge sulla cittadinanza e il disegno di legge Richetti sui vitalizi. Si potevano approvare prima, si possono approvare questa settimana o la prossima, oppure si può prolungare il calendario dei lavori fino ai primi di gennaio, poiché sono due provvedimenti di iniziativa parlamentare che non mettono in discussione la stabilità del governo. Si discuta in aula, si approvi o si respinga, ogni gruppo si assuma la responsabilità di fronte agli elettori.

Sono due grandi questioni politiche. Nella legge sulla cittadinanza è in gioco il grado di civiltà del Paese e la qualità della nostra scuola, che deve essere messa in grado di riconoscere tutti i suoi allievi come cittadini italiani. Ce lo hanno ricordato oggi gli insegnanti con una bella fiaccolata davanti a Montecitorio. Sui vitalizi è in gioco il prestigio del Senato, che ha il dovere di esprimersi su una proposta rilevante già approvata dalla Camera e a mio avviso da approvare anche qui.

Entrambe le questioni sono all’attenzione dell’opinione pubblica. Se ne discute sugli autobus, nei luoghi di lavoro, nelle assemblee pubbliche e nelle chiacchiere tra amici, perfino nel desco familiare. Ne discute il paese intero, con l’eccezione di quest’aula. È una contraddizione che fa male al Parlamento e fa male ai suoi membri.

Mi dispiace esprimere una posizione in dissenso, ma non è stato possibile neppure un confronto all’interno del gruppo PD. Sullo Ius soli e sui vitalizi non è mancato il tempo, è mancata la volontà; la gestione politica è stata autolesionista per il PD e dannosa per il Paese. Spero sia ancora possibile correggere il calendario; altrimenti non mi rimarrebbe che aggiungere: not in my name.


PS 1 - Ho votato a favore le proposte di inserimento all'ordine del giorno dei vitalizi e di anticipazione dello ius soli prima della legge di bilancio. Le proposte sono state bocciate e quindi si prosegue con il calendario vigente.


PS 2 - Dopo l'approvazione della legge di bilancio si è aperta la discussione sulla legge dello ius soli, ma è mancato il numero legale. Non doveva finire così la legislatura, ogni partito si doveva assumere la responsabilità di fronte agli elettori votando o respingendo la proposta già approvata dalla Camera. Era un dovere per il Senato esprimersi su una discussione aperta da tempo nel Paese. L'eventuale bocciatura a fine legislatura non avrebbe pregiudicato la possibilità di approvarla nella nuova legislatura che riparte sempre da zero nella trattazione dei disegni di legge. In ogni caso, un provvedimento di iniziativa parlamentare non avrebbe avuto conseguenze sulla continuità del governo. 
Gravissima è la responsabilità dei Cinque Stelle per la mancanza del numero legale. A me dispiace però che siano mancati 29 senatori del mio partito; anche se la loro presenza non era determinante, comunque dovevano essere presenti per sottolineare il valore civile della legge sulla cittadinanza. Purtroppo non credo sia stata per tutti una disattenzione, è sembrata una scelta consapevole della dirigenza del Gruppo. Ad esempio non abbiamo ricevuto allarmi via sms per assicurare la presenza in aula, come accade di solito anche per provvedimenti meno importanti, e in questo caso si sarebbe evitata la distrazione in buona fede di qualche collega. I responsabili del Gruppo non hanno neppure preso la parola contro la pregiudiziale presentata da Calderoli. Viene da pensare che si volesse a tutti i costi eludere l'avvio della discussione del provvedimento. Il suo "incardinamento", come si dice in gergo, nei lavori del Senato avrebbe creato forse qualche imbarazzo al Quirinale, che avrebbe avuto difficoltà a sciogliere un Parlamento già impegnato a discutere un provvedimento come lo ius soli non connesso alla fiducia al governo. 
Sarebbe stato meglio per il PD dire apertamente che aveva deciso di non trattare l'argomento. Avrebbe ricevuto le critiche di tanti elettori di sinistra, compreso il sottoscritto, ma avrebbe evitato l'insostenibile ipocrisia del numero legale. 
Per me sono stati i più brutti dieci minuti della più che decennale esperienza parlamentare. Non avrei mai pensato di concludere così amaramente il mandato di senatore. Non ci sarò nel prossimo Parlamento, ma spero sappia dare al Paese una moderna legge sulla cittadinanza.


sabato 2 dicembre 2017

Persona e politica nella memoria di Pietro Ingrao


Pubblico qui di seguito il mio intervento al seminario organizzato dal CRS sul libro di Pietro Ingrao, tenutosi il 30 Novembre 2017.

*
Memoria fu l’ultimo scritto politico di Ingrao, forse uno dei più importanti. Non solo perché affronta di petto la sconfitta storica, ma perché il tentativo non riesce, e il testo del 1998 rimane chiuso in un cassetto per vent'anni. Oggi viene pubblicato per i tipi Ediesse a cura dell'Archivio Ingrao.


Il fascino dell'inedito

C’è un fascino dell’inedito, che è sempre un testo ambiguo e aperto. Ambiguo tra la passione del dire e l’impossibilità di dirla. Aperto all'interpretazione dei posteri, offrendo l'interiorità che ha rifiutato l'esteriorità. Mi piace immaginare la dolce ironia del nostro maestro che spesso diceva la sua aggiungendo: “ecco, io sono arrivato fin qui, ora ditemi voi.”
L’inedito è un incitamento alla nostra libera interpretazione, ci autorizza a forzare, a scegliere, a completare la lettura di queste pagine. Se ne può dare anche un’interpretazione minimalista, come fossero appunti preparatori del libro pubblicato nel 2006: Volevo la lunaA mio avviso, invece, Memoria è un’opera autonoma e molto diversa per lo stile e per il contenuto.

Il testo inedito è più corto, ma più lungo è il tempo della trattazione, fino alla Svolta dell’89, mentre il libro del 2006, con quasi il doppio delle pagine, finisce con la morte di Moro. Una storia più ampia in un racconto più breve favorisce uno stile più compatto, un "dettato asciutto e filante", come lo definisce Alberto Olivetti nella postfazione. È una scrittura politica di alto livello letterario, una delle opere più belle di Ingrao.

Per il contenuto, in Volevo la luna la narrazione prevale sulla politica - è la critica che gli fece Magri - mentre in Memoria il racconto illumina come un lampo l'analisi storico-politica. “La vera immagine del passato passa di sfuggita”, diceva Walter Benjamin. Qui Pietro si sottrae alla tradizione comunista della storia lineare, che a suo dire perde sempre la complessità del reale. E utilizza un tempo storico benjaminiano per “impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo”, proprio come il gesto, raccontato tante volte, di spostare i libri di poesia dalla scrivania quando incombeva la guerra: quel fatto nuovo che “strattona e getta le nostre vite nella grande Storia". La memoria si divincola dalle concettualizzazioni storicistiche e diventa Rammemorazione, cioè appassionata ricerca intorno alla domanda fondamentale sulle speranze e sulle sconfitte del comunismo.

Questa domanda è l'invariante del suo discorso pubblico - ritorna perfino nelle ultime parole pronunciate nella sua ultima presenza televisiva da Fazio - e nell'inedito si presenta nel brano forse più intenso e insieme più controverso. In nessun altro testo si trova una riflessione così ardua e difficile sul No alla Svolta dell'89. Scrive Ingrao: "Mi rifiutai ostinatamente di riconoscere la sconfitta storica e di sancirla. Rimasi aggrappato al nome e al simbolo. Non me ne dolgo. È difficile sradicare la domanda centrale che ha stretto una vita. In fondo ognuno di noi è una domanda" (p. 174).

Si deve sfatare lo stereotipo del personaggio amletico; semmai viene fuori la sua ostinazione, perfino la cocciutaggine, nel rimanere fermo sui fondamenti, come le pietre del paesaggio natio. Seguendo un'intuizione di Maria Luisa Boccia postulo una differenza tra Domanda e Dubbio.
La domanda è sempre la stessa perché rammemora la dimensione storico-esistenziale. Si potrebbe usare anche la parola questione, o anche quistione con l'arcaismo di moda nel Pci, ma sarebbe più appropriata la parola filosofica tedesca, la Frage, anzi la Grundfrage, la domanda fondamentale.
Il dubbio, invece, appartiene alla pratica, riguarda il che fare, come indovinò Camilleri nella lectio in suo onore. Pietro spiega che quello fu il suo metodo di sopravvivenza per non rimanere soffocato dalla rigidità comunista, rappresentata qui dalla tetragona figura di Arturo Colombi, col quale pure si rammarica di non essere riuscito a parlare veramente (p. 122).


venerdì 10 novembre 2017

Per riaprire le porte di ricerca e università


In Senato si è avviato l'esame della legge di Bilancio per il 2018. Dalla Commissione Cultura arrivano buone notizie, vedremo se saranno confermate nel seguito della discussione. Nella seduta di mercoledì scorso è stato approvato un parere che migliora in diversi punti gli articoli relativi a università ed Enti di ricerca. In particolare sono state recepite alcune mie proposte, che ora saranno sottoposte alla Commissione Bilancio sotto forma di emendamenti.


1. Raddoppio delle assunzioni di giovani ricercatori.

Lo stanziamento per 1600 posti di giovani ricercatori, previsto all'articolo 56, è forse il provvedimento più positivo dell'intera manovra economica. È un'inversione di tendenza e proprio per questo dovrebbe diventare più intensa. La mia proposta consiste nel vincolare lo stanziamento statale a un cofinanziamento di pari entità degli atenei e degli Enti di ricerca nell'ambito delle risorse già disponibili nei rispettivi bilanci. Si rimuoverebbe così l'incredibile ostruzionismo dei presidenti degli Enti che finora non hanno utilizzato i margini di assunzione entro la soglia di 80% delle entrate, pur autorizzata dal Parlamento lo scorso anno. Anche molti atenei sarebbero indotti ad assumere con i punti organico che non hanno ancora utilizzato, a volte per inaccettabili accordi accademici. Con il cofinanziamento si potrebbero quasi raddoppiare le assunzioni, fino a circa tremila posti per giovani ricercatori. Questa proposta approvata dalla Commissione è stata tradotta in apposito emendamento (1) a mia firma.

Il numero dei nuovi ricercatori può essere ulteriormente raddoppiato, fino a circa seimila, stornando a favore del piano assunzionale altri 75 milioni da prelevare dal fondo non ancora speso per i così detti "superdipartimenti". Esso rimarrebbe comunque attestato a circa 200 milioni che si aggiungono a 1,7 miliardi della quota di FFO destinata nel 2018 al merito, per complessivi quasi due miliardi, certo non poca cosa per la voce premiale. Senza tornare qui sulle critiche a questo approccio che ho espresso in altre sedi.
Inoltre, credo sia molto probabile un ulteriore stanziamento per migliaia di ricercatori, sulla base di impegni presi dalla ministra Madia con i sindacati, per incentivare le stabilizzazioni dei precari degli Enti in base alle norme già approvate lo scorso anno. Se anche questa voce fosse sostenuta dal cofinanziamento si potrebbe arrivare a un programma di assunzioni e di stabilizzazioni di circa diecimila posti. Sarebbe un grande risultato, si darebbe fiducia ai giovani e all'intero sistema della ricerca.


martedì 24 ottobre 2017

Il senso del pudore


Pubblico il mio intervento in discussione generale in Senato sulla legge elettorale.

*
Signor Presidente,
il disegno di legge elettorale mi scaraventa in un paradosso. Da un lato condivido tutto e dall'altro non condivido niente. 
Siamo alla fine della legislatura e c'è in aula una proposta per superare il Consultellun, che è la soluzione peggiore non solo per le sue gravi anomalie ma per la definitiva delegittimazione del Parlamento. Se lo scenario fosse solo questo non potrei che votare a favore.
Ma non riesco a non domandarmi: come siamo arrivati fin qui? E soprattutto con quali forzature istituzionali? E quali inganni contengono queste norme?

La legislatura si chiude come si era aperta, con strappi inusitati allo stile repubblicano. La legge elettorale andava approvata subito dopo la sentenza della Corte sul Porcellum, concludendo nel 2014 la legislatura per restituire la parola agli elettori. Invece, in contrasto con il buon senso prima che con le buone regole, si affidò l'arduo compito di riscrivere la Costituzione a un Parlamento eletto con legge incostituzionale. È stato l'inizio di tutti gli errori successivi e ne portano la responsabilità in tanti, sia chi comanda adesso nei partiti sia chi allora ne era a capo.

Oggi non si può accettare il voto di fiducia sulla legge elettorale. Non si invochi il caso della legge truffa, perché allora il presidente del Senato respinse la richiesta del voto di fiducia e poi si dimise dalla carica. Era un vecchio liberale come se ne trovano pochi oggi in Italia. L'altro precedente è l'Italicum, che meritava solo l'oblio, almeno per un senso di pudore.

Sono caduti tutti i freni inibitori: anche la mozione parlamentare contro la Banca d'Italia conferma che perfino i propositi più sconvenienti possono essere messi ai voti. Ormai si può fare tutto, se è funzionale a uno scopo. Il ceto politico, in gran parte, non è più capace di darsi liberamente dei limiti, di fermarsi prima di apparire sguaiato, di evitare ciò che è inopportuno anche se non è vietato. Le pulsioni politiche perdono ogni riguardo, svestendosi delle forme istituzionali. Se manca il senso del pudore, si rischia di perdere anche il dovere della responsabilità. Il limite della politica è l'essenza di ogni Costituzione.