venerdì 5 marzo 2021

Il PD di Milano celebra il centenario del PCI

Il partito democratico milanese mi ha chiesto di introdurre il dibattito dedicato al centenario del Pci.  L'iniziativa, svoltasi il 26 febbraio con il titolo "La sinistra tra rappresentanza e valori", è stata organizzata da Alessandro Capelli e ha visto la partecipazione di Valentina Cuppi, Elena Lattuada, Pierfrancesco Majorino e Mattia Santori. Di seguito si può leggere il testo del mio intervento.


Negli ultimi tempi mi ha preso la passione di coltivare i frutti antichi, i giuggioli, i cornioli, i sorbi, gli azzeruoli, e poi le mele e le pere scomparse, con quei sapori e quei profumi che, mi dispiace dirvelo, non trovate al supermercato. In queste settimane sono alle prese con gli innesti e le potature, mi prendo cura degli alberi per prepararli alla rigenerazione della primavera. Mi domando se porteranno frutti, e so che dipenderà da due fenomeni: se sarà generosa la linfa che sorge dal terreno e se sarà ricco il movimento dell’impollinazione animato dalle api e dal vento.

I miei alberi antichi assomigliano ai vecchi partiti di sinistra, i quali portavano frutti al Paese poiché si alimentavano della linfa che saliva dal radicamento sociale e assorbivano il polline che veniva dai movimenti culturali.

Qui è avvenuta la grande mutazione: ai partiti di oggi manca sia la linfa sociale sia l'impollinazione culturale.

Non si alimentano più dal basso, ma dall'alto. Non sono in grado di agire sulla trasformazione sociale, ma solo di operare con le leve statali e amministrative. E infatti le usano in modo bulimico, fino a produrre l'alluvione normativa che ormai invade tutti i campi della vita pubblica.

Paradossalmente, nel trentennio della privatizzazione a ogni costo la politica si è statalizzata, si è accasata nella dimensione amministrativa. Il politico è diventato un funzionario, e agisce solo in quanto presidia una carica pubblica.

Il ribaltamento della sorgente modifica i contenuti del governo. Il radicamento produceva la tendenza all'eguaglianza perché rispondeva ai bisogni delle classi subalterne. La politica statalizzata, al contrario, è più direttamente influenzabile dagli interessi delle classi dirigenti.

Inoltre, la differenza che veniva dall'impollinazione culturale è stata sostituita dalla omologazione dell’apparenza mediatica. Questa, per sua natura tende a semplificare, a perdere i chiaroscuri della vita reale, ad appiattire la molteplicità delle culture, a non riconoscere le energie del cambiamento, a non comprendere la complessità sociale, che infatti si scopre solo dopo le elezioni.

È venuta meno la politica generativa, per usare un’espressione del mio amico Mauro Magatti. Allora non l’avremmo chiamata così, usavamo un lessico diverso, ma l’agire politico generava nuova vita sociale. Al contrario, il politico statalizzato, a volte inconsapevolmente, rischia di conservare lo status quo. E il politico spettacolare si fa prendere la mano dall’ansia di demolire o rottamare. Sia la conservazione sia la demolizione inibiscono la capacità generativa.

Ciò è evidente perfino nel linguaggio politico. La parola riforma è ridotta a indicare la mera approvazione di una legge, accompagnata da uno slogan ad uso dei talk-show. Si è smarrito il significato pregnante di riforma come processo di trasformazione che coinvolge gli attori sociali, le avanguardie culturali e le sensibilità popolari.

Per fare un esempio negli ultimi venti anni ogni ministro ha approvato una riforma epocale della scuola; nessuna ha mai cambiato la didattica ma tutte hanno lasciato in eredità voluminosi tomi di norme che asfissiano la vita scolastica. Al contrario, in passato i risultati migliori e duraturi, per esempio la scuola elementare e dell’infanzia, sono scaturiti dalle avanguardie pedagogiche degli anni sessanta, rilanciate dalle associazioni degli insegnanti e dei genitori, sostenute dalle 150 ore delle lotte sindacali, dalle buone pratiche degli enti locali, poi tutte queste innovazioni sono state generalizzate dai partiti e solo alla fine hanno ottenuto il sigillo delle leggi.

Allo stesso modo, la più importante innovazione produttiva italiana, i nostri distretti industriali studiati in tutto il mondo, non sono stati istituiti per decreto legge, ma generati dalla politica, quella democristiana lombardo-veneta e adriatica e quella comunista tosco-emiliana, accompagnando la trasformazione industriale di antichi saperi artigianali, con la coesione sociale, le relazioni sindacali partecipative, il governo di prossimità, e le identità territoriali. Quei partiti governavano i processi utilizzando una panoplia di strumenti sociali, culturali, e anche amministrativi. I partiti di oggi faticano a governare il Paese poiché da un lato la società è diventata più complessa ma dall’altro gli strumenti si sono impoveriti, riducendosi solo a norme e slogan.

La politica generativa non riguardava solo il governo della società ma più profondamente la dignità delle persone. Quando chiesero al grande Di Vittorio di riassumere il risultato più importante raggiunto dalla sinistra italiana, non si avventurò a elencare le molteplici conquiste nei diversi settori della vita sociale e democratica, ma se la cavò raccontando un apologo: "Nel mio paese di Cerignola abbiamo insegnato ai braccianti a non togliersi la scoppola, a non inchinarsi più di fronte al padrone delle terre, ma a guardare avanti a testa alta con la dignità di chi è consapevole dei propri diritti”.

Con il linguaggio di oggi diremmo che il bracciante di Cerignola è un caso di empowerment, di presa di consapevolezza dei propri diritti. Sappiamo dirlo in modo più sofisticato rispetto alle parole semplici di Di Vittorio, ma molto meno siamo in grado di metterlo in pratica.

Qui forse è più intensa la divaricazione tra la forza del passato e la responsabilità del presente. La sinistra italiana nei suoi momenti migliori ha significato proprio questo: dare potere a chi non ce l’ha, promuovere il riscatto delle classi subalterne.

Ho avuto il privilegio nella mia militanza giovanile di conoscere il capolavoro del Pci nelle borgate romane, quel sottoproletariato raccontato da Pasolini che acquisisce una matura coscienza politica e diventa protagonista dell’emancipazione sociale e dell’ampliamento della democrazia a favore di tutti i cittadini. Ricordo con emozione come quella politica si radicava nelle sofferenze della miseria, della mancanza di beni essenziali, di acqua, luce e fogne e scuole e riusciva però, tramite la mobilitazione sociale, a infondere nelle persone una fiducia nell’avvenire.

Oggi in quelle periferie sono ormai superate le miserie del dopoguerra, l’esclusione è diventata però più pervasiva e ineffabile, e manca la politica che genera le aspirazioni verso avvenire.

Questa oggi è la madre di tutte le disuguaglianze: come ha evidenziato un fine studioso della globalizzazione, Arjun Appadurai, l’immaginazione del futuro è inibita ai soggetti esclusi dai vantaggi del mondo nuovo, non solo i poveri ma i giovani e perfino alcuni ceti produttivi, ed è invece alla portata delle classi sociali che godono dei frutti della conoscenza e dell’apertura delle frontiere. Si ripresenta in forme nuove il compito della sinistra di dare potere a chi non ce l’ha. Come sapremo assolverlo? E come può aiutarci la cura della memoria.

La celebrazione dei cento anni del Pci dovrebbe trascurare le sue dottrine e le sue certezze, quasi tutte travolte dalla storia, e mettere in luce invece le sue anomalie e i suoi paradossi, dove si annidano significati ancora fecondi per noi.

Il partito comunista è stato molto di più dei suoi errori, ha svolto una funzione reale ben al di là della sua stessa ideologia, ha cambiato il paese meglio di come era scritto nei suoi programmi. Il mito comunista ha mobilitato le energie sociali per rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza, di cui parla il mirabile articolo 3 della Costituzione. La sua politica generativa ha realizzato un’infrastruttura democratica che ha consentito a milioni di persone di partecipare alla vita pubblica, dall’ultimo paesino del Mezzogiorno alle fabbriche del Nord.

Questi meriti, però, si esauriscono alla metà degli anni settanta. Negli anni ottanta la generatività è ormai spenta, tranne un caso positivo. Il Pci di Berlinguer accoglie l’impollinazione del movimento delle donne e si mobilita per la vittoria nel referendum sull’aborto, che salva il principio di autodeterminazione della donna, uno dei diritti più avanzati nella legislazione europea.

Nessun leader successivo della sinistra italiana ha compreso come Berlinguer la cultura femminista. Non è un caso quindi l’esito di oggi, l’esclusione delle donne nella nostra delegazione al governo.

A mio avviso – ma mi rendo conto che è un’interpretazione controversa - proprio nel 1976, mentre si raggiungeva l’apice dei consensi, iniziava una lunga decadenza che è approdata allo scioglimento dell’89 e ha proiettato la sua ombra nei decenni successivi. Purtroppo i partiti che sono venuti dopo hanno ereditato più i caratteri della decadenza che quelli della generatività. Forse anche per questo i leader di formazione comunista che hanno guidato il Pd non sono riusciti a realizzare il progetto originario esposto da Pietro Scoppola, di un partito post-novecentesco che avrebbe dovuto rendere protagonisti i suoi elettori. L’invenzione delle primarie fece ben sperare, ma non dovevano servire solo per scegliere i leader nei giorni festivi, avrebbero dovuto assicurare la partecipazione alle scelte nei giorni feriali e mobilitare continuamente l’elettorato. In tal modo si sarebbe rilanciata la funzione di infrastruttura democratica, pur in un contesto radicalmente diverso. E invece ci sono volute le Sardine per mobilitare l’elettorato del Pd nella campagna elettorale decisiva contro Salvini, proprio in Emilia-Romagna, dove il partito è più forte ed è dotato di grandi risorse.

Concludo quindi per dire che il futuro del PD dovete prenderlo in mano voi giovani nativi democratici con lo sguardo aperto al secolo nuovo. Non fatevi incantare dalla nostalgia della nostra generazione. La nostalgia è una sirena affascinante e ingannatrice che porta alla luce le vittorie e dimentica i fallimenti.

Vi sarà più utile una terapia della memoria, cioè un esame critico del passato che consenta di prendere il meglio di quella storia, di estrarre dal fango delle sconfitte le radici dei frutti antichi da coltivare ancora in campi più fertili.

 

 

 

 


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