mercoledì 15 maggio 2019

Roma: dalla capitale in sé alla capitale per sé

La rivista Il Mulino ha dedicato l'ultimo numero a Roma, con articoli di Vittorio Emiliani, Nunzia Penelope, Edoardo Zanchini, Fabrizio Ciocca. Anche io ho scritto un articolo, dedicato, diversamente dal mio solito, a un'analisi politologica dei partiti romani. Lunedì 6 maggio abbiamo presentato il numero della rivista nella sede della Fondazione Modigliani a Roma. In quell'occasione ho svolto un ragionamento più ampio di analisi e di proposta. Di seguito, chi è interessato può leggere il testo del mio intervento.


Nei momenti difficili bisogna chiedere aiuto ai poeti. Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1970, per la musica di Ennio Morricone in occasione del centenario di Porta Pia, un verso che in poche parole contiene già un bilancio di Roma capitale: Non si piange su una città coloniale.

Lo confesso, per me è diventato quasi un assillo. Mi appare misterioso, lo rileggo da tanti anni nel tentativo di comprenderlo. Finora ho individuato tre possibili interpretazioni.

Prima, l'interpretazione assertiva: Roma è così e non cambierà mai. È lo stereotipo che ci impedisce di vedere il carattere meno noto della città generativa di solidarietà e di invenzioni.

Seconda, l'interpretazione spregiativa: Roma non merita neppure le lacrime, è solo da disprezzare. È lo sdegno che non vede le differenze e produce solo la passività, è il contrario dell'indignazione che conosce i conflitti e chiama a prendere parte.

Terza, l'interpretazione esortativa: Non si deve piangere, bisogna rimboccarsi le maniche per fare qualcosa di buono per Roma.

È la versione preferita, ma proprio perché vogliamo impegnarci non dobbiamo indorare la pillola. La crisi è più grave di come appare. Non voglio dire che ci sia qualcosa di più grave degli autobus in fiamme, dei rifiuti per strada, del discredito nazionale e internazionale. Tutto ciò è la superficie visibile, ma c’è una crisi più profonda.
L'esaurimento della vecchia capitale

È finito il ciclo storico iniziato a Porta Pia, raccontato magistralmente da Vittorio Emiliani nell'articolo di apertura della rivista Il Mulino e nel suo ultimo libro. Il vecchio modello di capitale, la città coloniale di Pasolini, non ha futuro. Siamo vissuti con tre rendite: il centralismo statale, il consumo immobiliare della campagna romana, il simbolo di un’immeritata eredità storica. Pur con tanti squilibri le tre rendite hanno trasformato un piccolo borgo papalino ottocentesco in una delle più grandi città europee. È evidente, però, che le rendite non funzioneranno più nel secolo appena cominciato. E ciò apre domande difficili e appassionanti: di che cosa vivrà Roma? Quale forma urbana si darà? Come potrà rielaborare l’antico nella produzione culturale contemporanea?

Non si tratta di emendare o mettere toppe. Bisogna capovolgere il modello coloniale: dalla capitale in sé alla capitale per sé, per dirlo con un glorioso lessico filosofico.

La capitale in sé è vissuta dei meriti delle generazioni antiche. La capitale per sé sarà animata dal saper fare delle generazioni contemporanee.

Ci sono tante emergenze da risolvere, affanni quotidiani da affrontare, servizi da migliorare, ma si possono fare le piccole cose solo avendo in mente un’ambizione per il secolo nuovo. Non vale il contrario: se manca l’ambizione non si realizzano neppure le piccole cose, come è sotto gli occhi di tutti.

Accade alle città, come alle nostre vicende personali, che il pensiero ritorni all'inizio proprio quando finisce una storia. Allora ripensiamo ai sentieri interrotti. Li abbandonammo per prendere la strada principale che ora però si è esaurita.

I grandi intellettuali europei ammonirono i governanti piemontesi: state attenti a non chiudere Roma nell'angustia nazionale, perché è una città per sua natura universale. Al netto della retorica romantica e idealistica quel giudizio è attualissimo. Nella globalizzazione Roma non ha ancora giocato la sua carta migliore di essere città del mondo. E ciò vale oggi in due sensi: la città è aperta al mondo per funzione storica e religiosa; il mondo entra in città con le persone migranti che portano le lingue, i canti, i colori, le speranze e il saper fare da 150 paesi lontani.


Il capovolgimento del modello coloniale

Se Roma non è solo romana e italiana deve affermarsi come protagonista delle relazioni internazionali, come luogo di iniziative per la cooperazione economica nord-sud, per il dialogo interreligioso, per la diplomazia formale e informale contro le guerre, per il futuro dell’Africa ovvero per la principale questione geopolitica del secolo. Roma deve qualificarsi come capitale del Mediterraneo per convincere l’Europa a non girare più le spalle all'antico mare. Il Mediterraneo non è il confine, è l’origine dell’Europa.

La cultura è la potenza di Roma, ma è stata usata solo come rendita ricevuta dalla storia. Lo conferma, ad esempio, l’organizzazione turistica che ha dormito sugli allori, senza offrire servizi innovativi. Si può gestire molto meglio con benefici per i turisti e per i cittadini, ma il forte aumento della domanda rischia di accentuare i conflitti tra loro se non cambia radicalmente il modello di accoglienza e di fruizione.

Soprattutto l’eredità va arricchita da una produzione culturale contemporanea, anche al fine di attrarre la gioventù da tutto il mondo. Come dimostra Berlino dopo l’unificazione la fortuna di una città dipende in grande parte dalla presenza dei giovani che creano l’humus per le sperimentazioni culturali. Ci sono tutte le condizioni per fare di Roma una centro di formazione a livello internazionale sui beni culturali, sull'arte della città, sulla filologia classica, ma anche su alcuni settori della scienza e della tecnologia, dalla fisica all'ingegneria spaziale. L'innesco potrebbero offrirlo le circa cento accademie e università straniere residenti a Roma, in stretto coordinamento con le nostre istituzioni culturali.

Capovolgere il modello coloniale vale anche per la rendita immobiliare. Basta con il consumo di suolo nella campagna romana, ora si deve migliorare la città esistente. Abbiamo alle spalle più di un secolo di sciagure urbanistiche ed edilizie. Se recupereremo ciò che è stato fatto male, ci sarà lavoro qualificato per il secolo che viene, nel risparmio energetico, nella riconversione del capitale fisico, nella resilienza ambientale, nella cura dello spazio pubblico. L’articolo di Edoardo Zanchini offre un vademecum, anzi qualcosa di più, un capitolo del programma di governo. Il recupero urbano, d'altronde, corrisponde a un'antica attitudine romana, ex malo bonum, recentemente riscoperta dalla più bella opera d'arte contemporanea: I Trionfi e i Lamenti rappresentati da William Kentridge asportando le muffe dei muraglioni dei Lungotevere.

Certo, il recupero dell'esistente deve poggiare su una potente struttura dei trasporti. Bisogna riprendere la cura del ferro. E basta con la favoletta che mancano i soldi. Quasi due anni fa il ministro Delrio assegnò circa mezzo miliardo per la manutenzione delle metro A e B. Quei soldi non sono ancora spesi, mentre rimangono chiuse le stazioni del centro. Negli ultimi venti anni il Comune non ha portato al ministero nessun progetto esecutivo per il finanziamento di nuove opere di trasporto oltre quelle già in cantiere, nessun nuovo tram, metro o ferrovia. Mentre i politici romani ripetevano la cantilena dei soldi mancanti, gli amministratori di Napoli e Milano presentavano progetti esecutivi e ottenevano 3-4 miliardi di euro. Il fondo nazionale degli investimenti non è ancora impegnato per il 70%. Non mancano i soldi, mancano la volontà politica e soprattutto la capacità progettuale.

Infine, capovolgere il modello coloniale significa affrontare con coraggio i due più grandi problemi di Roma: Atac e Ama. Diciamo la verità, non sono più servizi pubblici, sono pericoli pubblici. Sono pericoli per il bilancio comunale e soprattutto per la vita quotidiana della città. Sono carrozzoni inefficienti e corporativi che dissipano risorse all'interno e solo quello che avanza lo danno ai cittadini. Ed è sempre di meno. L'Atac oggi produce un servizio inferiore al livello per cui è finanziata dal Comune. La media della produzione è diminuita del 30% rispetto ai primi anni Duemila, ma in periferia la diminuzione supera il 50%. In alcune borgate sono rimaste solo le paline a testimoniare che una volta ci passava l'autobus. Atac e Ama fanno male soprattutto alla povera gente. La sinistra non dovrebbe essere indulgente verso questi carrozzoni, che vanno rivoltati come un pedalino, non solo per renderli più efficaci, ma per ripensarne la logica di funzionamento.

Le nuove generazioni non avranno più il mito dell'automobile in proprietà e useranno in modi intelligenti i mezzi della mobilità sostenibilecar-sharingcar-pooling, bici, pattini elettrici e altre tecnologie. Le aziende pubbliche del futuro dovranno sostenere questa capacità dei cittadini di scegliere diverse modalità di trasporto, dovranno integrare i mezzi innovativi e flessibili con le tradizionali reti fisse, e governare i big data dei flussi di mobilità. Analogamente, i rifiuti, invece di caricarli sui treni verso il Nord, almeno quelli biologici potrebbero essere usati come concime negli oltre tremila ettari di terreni agricoli di proprietà comunale; sarebbe l'avvio dell'economia circolare di cui parla Zanchini. Non abbiamo più bisogno di vecchie aziende pubbliche fordiste basate solo sulla forza lavoro di venti mila dipendenti, peraltro gestita molto male, ma di imprese pubbliche innovative che accompagnino i cambiamenti degli stili di vita. Il servizio pubblico del futuro consisterà nell'organizzazione dell'intelligenza sociale. Sarebbe fantastico se si affermasse una nuova idea di servizio pubblico proprio dove è naufragata la vecchia concezione. Sarebbe un passo rilevante verso la capitale per sé.

Quando si rinuncia a tali ambizioni, vince il provincialismo dei sindaci che vanno con il cappello in mano a chiedere al governo qualche soldo in più. Anche quando ottengono qualcosa, la città paga un prezzo in termini di discredito nazionale per il trattamento di favore, come è già accaduto. Bisogna ricordare ai sindaci che governare Roma non può essere una rivendicazione municipale, è una responsabilità nazionale e internazionale.

Si ponga fine alla gestione commissariale del debito che è servita solo ad Alemanno per raccontare la menzogna del buco inesistente e ottenere dalla Lega di Bossi e Tremonti il taglio degli investimenti della legge Roma capitale in cambio dell'allentamento dei cordoni della spesa corrente per le assunzioni facili all'Atac e all'Ama. La capitale per sé non ha bisogno di trattamenti di favore, ce la può fare con le proprie forze se ottiene dal Parlamento una coraggiosa riforma istituzionale.

Il vecchio Comune è obsoleto, è troppo grande e troppo piccolo. Troppo grande rispetto alla vita di quartiere e ai servizi alla persona. Troppo piccolo rispetto ai processi demografici, economici, ambientali e logistici che hanno superato di gran lunga i confini municipali. Lo dico crudamente: bisogna cancellare il vecchio Comune per trasferire le sue funzioni in basso verso gli attuali Municipi trasformandoli in veri Comuni - sulla cui porta si dovrà scrivere: qui è vietato dire non è di mia competenza - e in alto verso la Città Metropolitana che oggi è una scatola vuota, ma può diventare il governo strategico dell'area vasta.

Poi, se si aprirà una vera riforma del regionalismo, non quello differenziato che spacca il Paese, ma la riduzione del numero, con regioni più grandi, si potrà proporne una più piccola, la Regione della capitale. Sarebbe l'occasione per conferire il potere legislativo alla città, aiutandola così a svolgere il primario compito internazionale. Roma aperta al mondo e che accoglie il mondo


Che cosa succede a Torre Maura e a Casalbruciato?

Quando cominceremo a ribellarci contro la rappresentazione mediatica di una città in preda al razzismo? Quando cominceremo a raccontare ciò che non si vede proprio perché agisce in profondità. Nel buon senso popolare è in atto un riconoscimento reciproco di lingue, di culture e di differenze, meglio che in altre città europee. A differenza dei ruspisti da talk-show, la gente semplice ha conosciuto la povertà e non l’augura allo straniero, anzi se può gli porge una mano. Le badanti aprono al mondo le finestre delle case di borgata. I matrimoni misti consolidano imprevedibili storie d'amore. Centomila bambini e giovani che parlano cento lingue diverse hanno imparato a leggere e scrivere per merito dei nostri insegnanti, dei presidi e dei volontari delle scuole popolari.

Se vi sembra ottimistico, pensate alla controprova. Come dimostra Fabrizio Ciocca nell'articolo della rivista, Roma è ormai una delle città multiculturali europee, ma i servizi di accoglienza sono assenti o sciagurati. Con questo drammatico squilibrio, almeno in teoria, la città dovrebbe esplodere, e se non succede è perché il popolo è più saggio dei demagoghi. Qui, nel centro della cattolicità, c’è ormai una grande città mussulmana, ma non ci sono i conflitti di Parigi, di Bruxelles, di Londra. Non bisogna neppure nascondersi un possibile rovescio della medaglia. La mancanza di tensioni può derivare anche da indicibili sinergie tra le mafie italiane e quelle nigeriane, cinesi, rumene, albanesi ecc. 

L'unico conflitto esplicito è quello contro i cittadini rom. Non solo a causa di antichi pregiudizi, ma soprattutto per il fallimento di quasi tutte le politiche pubbliche, volte da almeno quaranta anni alla segregazione in appositi campi, spesso con l'alibi che fosse una scelta degli interessati. È proprio l'assurda reiterazione degli sgomberi, spesso con telecamere al seguito, a spingere quelle persone nell'accattonaggio e a esasperare gli animi dei residenti. Non a caso la destra si scaglia contro l'assegnazione della casa, perché mantenere acceso quel conflitto, per loro, è un deposito inesauribile di facili consensi.

Quasi tutti i casi eclatanti sono esplosi nei comprensori dell’edilizia pubblica, dell’Ater e del Comune. È il settore più malgovernato. Tutti i cittadini conoscono le disfunzioni del trasporto e della nettezza urbana, ma sono poca cosa rispetto al disastro gestionale delle case comunali, di cui solo gli assegnatari pagano lo scotto. Spesso si tratta di edifici fatiscenti; la manutenzione è stata abbandonata da molti anni e dove è stata effettuata già si ripresenta il degrado. In alcuni casi sono stati venduti a pelle di leopardo determinando ingestibili condomini misti tra piccoli proprietari e amministrazione pubblica. I locali commerciali che potrebbero vivacizzare i comprensori sono con le porte murate oppure in mano alla delinquenza, e quando a gestirli sono le associazioni di solidarietà vengono minacciate di sgombero. Le nuove assegnazioni arrivano con il lumicino perché gli appartamenti sono venduti abusivamente dagli assegnatari o direttamente occupati. L'assenza dell'autorità pubblica legittima l'appropriazione privata dei beni comuni. In diversi casi hanno preso il sopravvento organizzazioni criminali che gestiscono il racket delle assegnazioni. Gli inquilini abusivi sono quasi diecimila, circa lo stesso numero dei cittadini in attesa dell’assegnazione nelle graduatorie. 

I pochi alloggi che si liberano (circa 400 su un fabbisogno di 1500 l'anno) sono di grande dimensione per famiglie oltre cinque componenti e mancano invece quelli di piccolo taglio per single o per due-tre persone. Di conseguenza le famiglie rom con molti figli otterranno sempre più rapidamente l’alloggio mentre le famiglie più piccole aspetteranno decenni. Gli esperti, Enrico Puccini e Luca Reale, avevano previsto da molto tempo lo squilibrio tra domanda e offerta e avevano proposto soluzioni semplici e poco costose. Basterebbe consentire alle famiglie assegnatarie che si sono ingrandite di trasferirsi negli alloggi più ampi, liberando quelli di taglio più piccolo per smaltire le graduatorie. Inoltre, si dovrebbe far pagare un canone a prezzo di mercato agli assegnatari che hanno superato le soglie di reddito dell'edilizia sociale, quasi 5 mila famiglie; probabilmente liberebbero l'alloggio oppure darebbero un sostanzioso contributo alle spese di manutenzione. Si potrebbero ristrutturare gli alloggi più grandi per ricavarne due-tre più piccoli, come ha già previsto la Regione per le case dell'Ater. Oppure si potrebbe promuovere il co-housing  degli anziani con le giovani coppie e gli studenti, anche nell'edilizia privata, con preziosi benefici sociali e umani, come sperimenta S. EgidioCon questi provvedimenti in breve tempo si eliminerebbe lo squilibrio di offerta tra le famiglie grandi e piccole, eliminando una causa della guerra tra poveri. 

L'emergenza abitativa si può risolvere con una buona gestione del patrimonio pubblico e finanziando i bonus per l'affitto secondo il fabbisogno. Non può diventare un problema insormontabile la domanda di circa diecimila alloggi in una grande città. Mentre si supera l'emergenza si deve, però, rilanciare una politica a medio termine di edilizia sociale per dare risposta alle diverse fasce di reddito e per offrire una casa alle famiglie rom, ponendo fine ai disastrosi sgomberi dei campi. 

I comprensori dell'edilizia pubblica sono le periferie delle periferie, sono le iperperiferie, non solo perché gestiti male, ma per livelli di diseguaglianza molto più alti rispetto ai quartieri circostanti. Come ha mostrato Federico Tomassi su Mapparoma a Torre Maura il comprensorio comunale presenta parametri di scolarità, di reddito e di occupazione del 30-50% più bassi rispetto al resto della borgata. A Casal Bruciato l'insediamento comunale è inserito in un quartiere di ampia stratificazione sociale fino al ceto medio.

In queste iperperiferie, da molti anni, si è accumulato il malessere sociale e il rancore verso le istituzioni, e di conseguenza andrebbero gestite con molta cura, con interventi sociali integrati, in un dialogo costante con le associazioni di volontariato. Il presidente del Terzo Municipio Giovanni Caudo ha inserito tre famiglie rom negli alloggi comunali creando le condizioni favorevoli con i comitati degli inquilini, e non è diventata una notizia. Se, invece, in una situazione già critica come Torre Maura, si tenta di insediare le famiglie di nascosto, come ladri nella notte, inevitabilmente si fa il gioco di quattro squadristi fascisti che alzano un pandemonio. E lo stesso metodo improvvisato è stato adottato a Casalbruciato, dove il Comune, la prima volta, ha accettato il sopruso degli squadristi ritirando l'assegnazione alla famiglia rom e determinando un gravissimo precedente sia morale sia giuridico. Poi, quando si è ripetuta l'intimidazione, la sindaca è andata di persona, compiendo un gesto meritorio anche se tardivo.

L'apparato mediatico ha trasformato i due eventi in casi di livello nazionale, come se rappresentassero l'intera città, senza mai raccontare il fenomeno più profondo del riconoscimento popolare dei migranti. Altro che cane da guardia della democrazia, i media sono ormai come le scimmiette che corrispondono inconsapevolmente ai movimenti dei demagoghi. Come dimostrano tutte le rilevazioni alla vigilia di ogni campagna elettorale si ripete l'anomalo affollamento di notizie negative sul fenomeno migratorio.

Ma la principale responsabilità è da addebitare a noi politici di sinistra. Se i casi isolati di Torre Maura e Casalbruciato diventano nazionali è perché rientrano in un racconto dominante e incontrastato, sono contenuti in una cornice convincente, diciamolo più sofisticato, sono esempi di un frame à la Lakoff. E ciò accade perché è molto debole il frame opposto della fraternità e della dignità. Eppure, esso avrebbe molte frecce nel suo arco per dimostrare quale ricchezza sociale, culturale ed economica portano le persone migranti nelle nostre stanche città occidentali. Potrebbe dimostrare che la vera insicurezza consiste nell'aver costretto milioni di migranti a entrare solo per via illegale per poi essere riconosciuti con l'ipocrisia italica delle sanatorie, la più estesa approvata proprio dalla Lega di Bossi. La vera insicurezza consiste nel trattare il migrante come clandestino, negando un accesso regolato e civile in Italia.

È tempo che la sinistra romana passi all'attacco della destra, travolga le sue narrazioni, svergogni le sue menzogne, con un discorso politico convincente sulle migrazioni, battendosi per migliorare i servizi di accoglienza e le condizioni marginali delle iperperiferie, valorizzando le esperienze popolari di riconoscimento multiculturale, e soprattutto mobilitando le energie morali e civili disponibili nella tradizione socialista e cattolica, non passata invano a Roma, e nel diffuso cosmopolitismo della cultura e delle nuove generazioni. 

Tuttavia, l'accoglienza dei migranti non è risolvibile in un'ottica settoriale, ma si può affrontare solo come parte di una più ampia politica sociale rivolta a tutti i cittadini che in questi anni si sono impoveriti in termini di lavoro, di servizi e di vita urbana. La transizione multiculturale richiede un innalzamento del grado di giustizia sociale dell'intera città.  

È ormai di moda dire che bisogna tornare in periferia, spesso lo dicono coloro che non ci sono mai stati. E soprattutto non si dice mai a fare cosa. La presenza di sinistra non è venuta meno, anzi si è rafforzata nella dimensione dell'associazionismo, come hanno fatto vedere i bravissimi volontari di Nonna Roma accorsi tra i primi a dare sostegno materiale e morale alla famiglia rom e a fornire una comunicazione corretta all'opinione pubblica. È invece da ricostruire da zero l'insediamento politico e la capacità di mobilitazione dei bisogni popolari. Si tratta di auspici ripetuti in tutti i discorsi dei dirigenti politici, ma rischiano di rimanere degli annunci, dei volontarismi, delle semplificazioni cariche di nostalgia, come se si potesse tornare a organizzare la politica di un tempo passato. La distanza del gergo politico dalla realtà sociale è immensa. Non vedo nessuno dei politici di oggi in grado di parlare al cuore e alla mente della povera gente. E non c'è neppure l'inizio di una comprensione della vita popolare, così diversa da quella che sapeva organizzare il partito comunista romano.

Una signora di via Satta, in pochi secondi, ha dato molteplici motivazioni: prima ha protestato per la mancanza di servizi e l'assenza del Comune, poi ha dato una carezza a un bambino rom dicendo sono tutti figli di mamma, e ha concluso ribadendo, però, che se ne devono andare subito perché qui abbiamo acquistato l'appartamento e rischiamo di perdere valore immobiliare. Qualcosa del genere si era visto nell'incredibile intervista di Zoro al vecchio comunista di Torre Maura, rabbioso nel picchetto contro i rom e commosso per gli ideali di Enrico Berlinguer. Il passato non è più una forza mobilitante, è cristallizzato o dimenticato. Gli abitanti di via Satta vengono dal più grande borghetto demolito da Luigi Petroselli, il Prenestino, ma di quell'epopea di solidarietà si è persa la memoria, senza che al suo posto subentrasse un'idea del futuro, è rimasto solo uno schiacciamento sul presente individuale.

Nell'animo popolare convivono sentimenti e bisogni eterogenei: la carezza materna e il rifiuto del diverso, il valore d'uso della casa e il valore della proprietà immobiliare, l'associarsi per i diritti e la connivenza con il racket degli alloggi; la scomparsa di un tempo collettivo di riscatto e il conflitto per uno spazio esclusivo dell'altro; la sfiducia verso i politici e la credulità verso i demagoghi. È un grande caleidoscopio sociale e mentale, difficile da fissare in un'immagine, sempre mutevole e contraddittorio.

Certo, tutto ciò richiederebbe la ripresa di una lotta contro le diseguaglianze, ma forse ancora prima l'animo popolare cerca una spiegazione: Che cosa ci manca? Che cosa siamo diventati? Sono le domande fondamentali che precedono le azioni collettive e le riforme, le rivoluzioni e le dittature, le promesse e i miracoli. "Non hanno più vino" dice Maria nel vangelo di Giovanni (2, 1-11), e prima del miracolo di Cana risuona la domanda di Cristo che cosa siamo diventati, secondo la traduzione di Raniero La Valle. Non a caso, quando Francesco ha invitato la famiglia in San Pietro la vicenda ha assunto tutto un altro significato e la narrazione della misericordia ha annichilito la narrazione dell'odio. La fede sa come illuminare gli eventi. Anche la politica in passato trasformava la società poiché sapeva darne un'interpretazione.

La gente ha bisogno di soluzioni concrete ma anche di spiegazioni del malessere. La politica postmoderna offre solo spiegazioni, senza dare soluzioni. Quelli di Torre Maura e di Casalbruciato hanno votato in massa per Grillo credendo alla spiegazione della Casta, ma sono rimasti delusi. E ora sono tentati di credere al ruspista che caccia il diverso. Questi frame sono potenti nella semplificazione dell'eterogeneità, e volano nei consensi, ma rapidamente cadono a terra per mancanza di soluzioni.

Ci sarebbe ancora spazio per una politica che migliori la vita popolare aiutandola a prendere consapevolezza di se stessa e del mondo circostante. Saremo in grado di comprendere quel caleidoscopio sociale? Saremo capaci di comporre i suoi frammenti colorati in nuova spiegazione di Roma all'inizio del millennio?

La città è progredita solo quando la linfa popolare ha alimentato la politica. Ancora di più, oggi, la trasformazione della società multiculturale ha bisogno di una coscienza popolare aperta al mondo.


Esiste una generatività sociale a Roma?

Consentitemi una nota personale. Mi è venuta una passione senile per la coltivazione dei frutti antichi. Quando soffre uno dei miei alberi, spezzo un ramoscello e se c'è ancora il verde sono sicuro che si riprenderà. Ecco la domanda cruciale: Roma possiede la linfa per rifiorire?

Dove si trova? In uno strato più profondo rispetto alla politica, all'economia e alle istituzioni. La linfa è la generatività sociale. Di questa espressione Mauro Magatti ha dato un'interpretazione fondamentale, ma qui la utilizzo in un significato più mirato. Per generatività intendo la produzione culturale che si impasta con la vita popolare e genera nuove idee, narrazioni e stili. È esistita in passato? Certo, ad esempio, nel cinema, prodotto non solo da raffinati intellettuali, ma anche dal saper fare artigiano, da un intenso spirito popolare che si faceva raccontare e da un pubblico appassionato.

Nella scuola, a Roma sono nate tante pedagogie popolari: dalla Montessori a S. Lorenzo, al maestro Manzi che cominciò a piazza Bologna, e poco più in là, a Pietralata il diario del maestro Bernardini che arrivò a venti milioni di italiani con la televisione, all'Alessandrino don Roberto Sardelli, ne abbiamo pianto la scomparsa recentemente, e Simonetta Salacone protagonista a Centocelle di una nuova pedagogia multiculturale. 

Sono solo esempi del passato oppure questa linfa scorre ancora oggi nelle vene della città? Credo di sì, ancora nel cinema che racconta una città onirica e provocatoria, da Sacro Gra a Jeeg Robot, a Young Pope, a Il Divo, a Non essere cattivo. La nuova narrativa della periferia di Walter Siti e tanti altri. Il fiorire di studi sulla città realizzati da giovani ricercatori. I nuovi linguaggi giovanili dai fumetti di Zerocalcare al giornale Scomodo. La genialità di Zoro che in televisione propone una versione della romanità non stereotipata, anzi come risorsa civile e solidaristica.

È lo stesso spirito pubblico che si ritrova in tante esperienze di quartiere, nella cura degli spazi pubblici, nel recupero di edifici dismessi, nella coltivazione degli orti urbani, nell'invenzione di luoghi di produzione culturale. E si ritrova nell'esperienza del Terzo Municipio con il movimento Grande Come una Città che promuove lezioni popolari nelle scuole, nei cortili e nei parcheggi.

Anche nell'economia si notano tentativi di rispondere alla crisi: c'è un forte aumento del numero di imprese, anche se spesso in settori maturi; c'è un protagonismo delle donne nel proporre nuovi servizi nel mercato. Si mantengono vivaci alcuni settori dell'innovazione, come il farmaceutico, e anche le start-up costituiscono una scommessa di giovani intraprendenti.

Che non si possa proseguire con le vecchie rendite, oggi ne è più consapevole la gente comune, mentre l'establishment politico ed economico ancora aspetta di ricominciare come prima. Questo squilibrio rende difficile l'uscita dalla crisi, poiché inibisce una visione del futuro e costringe gli attori sociali al mero adattamento. Ecco cosa manca a Roma, si domanda Nunzia Penelope nel suo articolo: manca un sogno, e una politica capace di realizzarlo.


Per la Lista civica
(il testo che segue è stato già pubblicato nel post precedente) 

Come si può formare una nuova classe dirigente? Alcuni esponenti già li conosciamo, ad esempio bravi amministratori dei Municipi in dialogo costante con i cittadini. Ma la maggior parte non li conosciamo ancora, magari si paleseranno prossimamente. Adesso stanno facendo altre cose: chi organizza una scuola per i migranti, chi studia la struttura urbana, chi inventa un nuovo servizio per i cittadini, chi è impegnato a riqualificare i quartieri da Tor Bella Monaca a Corviale. Oppure sono andati via da Roma, come Francesca Bria, giovane ricercatrice che si è formata nei centri sociali romani e oggi è assessore all'innovazione della giunta Colau a Barcellona.

Però i tempi stringono, dobbiamo fare qualcosa per accelerare la preparazione dell'alternativa. Occorre prima di tutto rimuovere l'ostacolo del ceto politico, che non molla la presa pur avendo fatto Caporetto. Conosco l'ambiente per esperienza diretta e so che ne fanno parte anche persone in gamba e validi amministratori, ma è la logica di ceto che blocca la generatività sociale. È una logica diffusa sia a destra sia a sinistra e perfino i grillini, che dovevano spazzarla via, l'hanno imparata presto e male.

La logica di ceto consiste nel presentarsi come il nuovo facendo le cose di sempre. È il trasformismo che si va preparando a destra con Salvini, dedito a reclutare i vecchi politici di marca missina. Ogni volta che hanno preso il potere ne sono venute sciagure per la città, prima con Sbardella negli anni Ottanta, poi con Storace alla Regione e infine con Alemanno in Campidoglio. Dobbiamo impedire la quarta sciagura. Che sarebbe anche una beffa: la Lega riporterebbe al governo i protagonisti di Roma ladrona.

Per impedirlo bisogna decidere adesso di costituire una grande Lista civica del centrosinistra. Bisogna evitare che a ridosso delle elezioni se ne formino tante e minoritarie intorno a un partito maggioritario. Questo schema servirebbe a conservare il ceto politico attuale e a imbellettarlo con presunte novità. Solo la Lista civica unitaria è in grado di aiutare la formazione di una nuova classe dirigente e di suscitare una mobilitazione capillare e spontanea di cittadini. Accadde a Milano con Pisapia nel 2011 e diede inizio a un ciclo nuovo nel governo municipale.

A Roma non possiamo ripetere il metodo fallimentare degli ultimi tempi: si è sempre partiti dai nomi, con l'illusione che poi sarebbero venuti i programmi e le alleanze sociali. Tutto ciò ha portato alle sconfitte o all'impreparazione nel governo. Bisogna procedere al contrario. I candidati si decideranno a tempo debito con regole nuove, trasparenti e adeguate a valutare la qualità, la coerenza e il consenso delle persone. Intanto la Lista dovrebbe essere la casa comune di tutti i soggetti già impegnati a cambiare la città, il luogo di elaborazione del programma, dello scambio di esperienze tra diversi movimenti e forze sociali, la palestra di selezione e di formazione dei nuovi amministratori. La Lista sarebbe un ambiente accogliente per tutte le persone che si vogliono impegnare nella politica cittadina, per la promozione di giovani leve, per gli elettori delusi dai Cinque Stelle. La Lista dovrebbe organizzare da subito presidi sociali nei quartieri popolari coordinando tutte le associazioni presenti per dare risposte ai bisogni e mobilitare i cittadini. Abbiamo due anni di tempo per condividere il progetto di governo con gran parte della società romana.

Il PD deve aiutare la formazione della Lista civica senza pretendere di controllarla. Deve rinunciare al simbolo, ma contribuire all'impresa con i suoi militanti e i migliori amministratori. Avrebbe dovuto farlo già nel 2016, almeno nel tentativo di farsi perdonare la misera raccolta delle firme dal notaio per eliminare un sindaco eletto dai cittadini.

Mi auguro, ce lo auguriamo in tanti, che Zingaretti riesca a rinnovare l'organizzazione e ad aprire porte e finestre, ma in ogni caso, anche un PD più forte non basterebbe da solo per sconfiggere la destra. Non so se ho ben compreso il gergo del "campo largo", ma certo stavolta deve essere tanto largo da mettere in gioco anche il ruolo del PD: non più al comando, ma al servizio di una nuova forza popolare per la rinascita di Roma.

Si prepara una sfida decisiva, da una parte c'è una destra razzista di fatto che vuole insediarsi in Campidoglio e dall'altra deve esserci una nuova classe dirigente che prepari il cammino della capitale per sé.

Non possiamo sbagliare, non sono ammesse chiusure, né egoismi, né piccoli cabotaggi. È il momento di coniugare generosità politica e generatività sociale.

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