giovedì 28 luglio 2016

Perché voto NO al referendum - Lettera aperta al PD


Questo post consente due piani di lettura. Il testo principale sviluppa le argomentazioni in modo - spero - semplice e completo ed è sufficiente a illustrare la mia posizione. Le parti espandibili di approfondimento, invece, trattano argomenti specifici entrando nei dettagli tecnici e storici. Purtroppo il trentennale dibattito istituzionale ha accumulato tanti equivoci che richiedono una critica articolata, ma questa rischia di appesantire il discorso generale. La distinzione permette al lettore di scegliere il livello di lettura secondo i propri interessi.


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Care democratiche e cari democratici, 
avverto il dovere di chiarire le ragioni che mi portano a confermare nel referendum il voto contrario già espresso in Senato sulla revisione costituzionale. Ecco alcuni punti che mi stanno a cuore.

La soluzione senza il problema

C’è pieno accordo tra noi sulla esigenza di riforma del bicameralismo, ma forse proprio per il largo consenso sulla soluzione si è smarrito il problema.
Si è fatto credere che il problema sia la velocità delle leggi, quando è evidente che sono troppe e vengono modificate vorticosamente. L’alluvione normativa soffoca le energie vitali del Paese. Si è drammatizzata la lungaggine della doppia navetta, ma riguarda solo il 3% dei provvedimenti. I più veloci sono anche i peggiori: il decreto Fornero convertito in quindici giorni viene revisionato ogni anno; le norme ad personam di Berlusconi furono come lampi in Parlamento, il Porcellum fu approvato in due mesi circa, ecc.. I tempi sono rapidi quando c’è la volontà politica, soprattutto se negativa.

Bulimia legislativa

La bulimia legislativa è la causa principale del degrado dello Stato italiano. È l’alimento della piovra burocratica, dei contenziosi tra le istituzioni, delle ubbie sulle competenze, dell’ignavia dei funzionari. La normativa ormai è dilagata in tutti i campi, dal fisco, alla scuola, agli Enti locali, alle pensioni, al lavoro, alle procedure amministrative e contabili, ecc. Le chiamiamo ancora leggi ma sono diventate accozzaglie di norme eterogenee e improvvisate che fanno impazzire le amministrazioni, i tribunali e le imprese. Il cittadino non è in grado di comprendere i testi legislativi, deve interrogare i maghi che gli rivelano i misteri delle interpretazioni. Invece di occuparsi del degrado della legislazione, da decenni la classe politica si trastulla con l’ingegneria istituzionale.

Allora, quale è il vero problema? Non è la velocità, ma la qualità. Si dovrebbe rallentare la produzione legislativa - come insegnava Luigi Einaudi – certo non per perdere tempo, ma per approvare poche leggi, organiche, efficaci, leggibili, e delegando i dettagli l'Amministrazione. Per il resto del tempo il Parlamento dovrebbe dedicarsi al controllo degli apparati, all’indirizzo politico e alla verifica dei risultati. 

Si, per fare buone leggi valeva la pena di riformare il bicameralismo. Era meglio eliminare il Senato, imponendo alla Camera maggioranze qualificate sulle leggi di garanzia costituzionale; oppure si poteva specializzare il Senato come Camera di Alta legislazione, priva di fiducia, ma dedita alla produzione di Codici al fine di assicurare l'organicità, la sobrietà e la chiarezza delle norme. Erano soluzioni forse troppo semplici. Si è preferito invece un assetto tanto arzigogolato da pregiudicare perfino l’obiettivo della velocità.


Senato delle Regioni?
 
La qualità della legislazione indotta dalla Camera Alta avrebbe migliorato anche il rapporto con le Regioni, fornendo un quadro organico e certo alle politiche locali e superando per questa via il contenzioso con lo Stato. Del fallimento del Titolo V si è data una lettura fuorviante, come al solito basata sugli effetti e non sulle cause. Si è data ingiustamente la colpa alla legislazione concorrente, che è anzi l’unica strada per un regionalismo cooperativo in un Paese segnato da fratture e differenze storiche. La causa del fallimento, invece, riguarda l'attività del Parlamento, che dopo quella revisione costituzionale avrebbe dovuto procedere con leggi cornice e invece ha continuato a produrre una normativa frammentata, come si evince da tante sentenze della Corte. 
La proposta della Camera Alta non è mai riuscita a entrare nel dibattito a causa della diffusa preferenza per il Senato delle Regioni, soprattutto nel centrosinistra e da lunga data. Anche in questo caso, come per il bicameralismo, proprio il largo consenso sulla soluzione ha impedito una chiarificazione prima concettuale e poi giuridica del problema. 
Se il problema è di rappresentanza dei territori, essa è assicurata in ogni caso, sia dal senatore eletto direttamente sia dal consigliere regionale. Infatti, già oggi a Palazzo Madama il punto di vista locale è ben presidiato, a volte fino all'eccesso del particolarismo. Il consigliere però esprime una rappresentanza povera e incongruente, poiché non rappresenta la Nazione ma una parte, e non gode effettivamente della libertà del mandato ma è vincolato all'indirizzo della sua istituzione regionale. C'è un'evidente contrasto con l'articolo 67, che pure viene formalmente confermato, non senza ipocrisia.
Se invece il problema è di funzionalità nel rapporto Stato-Regioni, la soluzione è inadeguata o apparente. Il principio di rappresentanza delle istituzioni territoriali è sancito solennemente nel nuovo articolo 55, ma nei fatti viene ridimensionato nell'articolo 70, assegnando al Senato competenze generali di organo dello Stato più che di effettiva titolarità delle autonomie. La mancanza più clamorosa riguarda paradossalmente proprio il Titolo V, nel suo dirimente articolo 117 che definisce il riparto di materie tra Stato e Regioni. Ebbene, proprio queste regole decisive per il buon regionalismo sono sottratte alla garanzia del Senato; rimangono bicamerali solo alcuni aspetti marginali ed è previsto un parere sui poteri sostitutivi statali. Le competenze del Senato sono molto più forti nell'ordinamento comunale che in quello regionale, forse una traccia della prima proposta governativa che prevedeva solo un'Assemblea di cento sindaci. Infatti, è bicamerale la legislazione sulle "funzioni fondamentali dei Comuni" mentre i confini delle funzioni delle Regioni non sono affatto presidiati dal Senato. E' impedito nei fatti quindi il compito di mediazione e di armonizzazione di cui cianciano i discorsi ufficiali.  Almeno per le competenze definirlo un Senato delle Regioni è un inganno politico e giuridico.
Il contenzioso aumenterà a causa di una revisione del Titolo V pensata male e scritta peggio. La definizione di competenze “esclusive” tra locale e nazionale crea un fossato normativo che impedisce qualsiasi mediazione. Eventuali conflitti si risolvono solo con la preminenza di un livello rispetto a l’altro, poiché viene a mancare lo spazio giuridico di composizione prima offerto dalla legislazione concorrente. In essa la funzione statale era limitata ai "principi fondamentali", un'espressione che dopo un decennio di sentenze della Corte aveva ormai trovato una stabilità interpretativa. Ora si ricomincia daccapo, perché le competenze statali sono definite con una formulazione ancora più ambigua - "disposizioni generali e comuni" - che richiederà un'altra lunga esegesi costituzionale nei prossimi anni. L'incontinenza normativa alimenta sé stessa e offre l'humus ai contenziosi.
Molte competenze che prima appartenevano alla legislazione concorrente -istruzione professionale, salute e politiche sociali, governo del territorio, attività culturali - ora ricadono sotto le "disposizioni", le quali però sono legiferate esclusivamente dalla Camera, senza che il Senato possa garantirne la compatibilità con le autonomie territoriali. La verifica di compatibilità che oggi svolge la Conferenza Stato-Regioni sarà in Senato più forte simbolicamente ma meno ampia giuridicamente. Ad esempio, una legge controversa come la Buona Scuola ha avuto un'istruttoria in Conferenza, ma non l'avrebbe in Senato, nonostante il forte ruolo delle Regioni sulla formazione. 
Sulla restituzione di poteri al centro si possono avere pareri diversi: da autonomista non pentito rimango contrario, ma proprio chi è favorevole dovrebbe preoccuparsi di compensare nel rapporto Camera-Senato ciò che viene meno nella relazione Stato-Regioni. Invece, le Regioni perdono su entrambi i fronti, non solo meno poteri ma anche debole presidio delle funzioni in Parlamento. 
Lo scambio ineguale rivela la vera intenzione della revisione costituzionale: si torna al centralismo statale; a definire in dettaglio le competenze sarà la maggioranza di governo; all'opinione pubblica viene raccontata la vecchia storiella del Senato delle Regioni. Sembra vera perché viene ripetuta da trent'anni.


Potestas senza auctoritas in Senato

È un bicameralismo abbondante, frammentario e conflittuale. Il Senato mantiene, seppure in modo contorto e controverso, molti poteri, ma perde l’autorevolezza, diventando il dopolavoro del ceto politico regionale, senza l’indirizzo politico né il simbolo di un'antica istituzione. Bisogna riconoscere che il primo testo del governo mostrava una certa coerenza cambiando anche il nome in Assemblea delle autonomie. Poi è stato reinserito il nome Senato più per una nostalgia rassicurante che per un rango riconosciuto. All'opposto del suo riferimento storico, infatti, è un'Assemblea dotata di potestas ma povera di auctoritas. In tali dosi la prima tende a superare i limiti e la seconda non basta a irrobustire la responsabilità. Il risultato sarà una conflittualità sulle attribuzioni delle leggi, affidata ai Presidenti delle Camere senza soluzione in caso di disaccordo. 


Bicameralismo conflittuale

Sbagliano gli oppositori nel dire che il Senato è svuotato, anzi mantiene molte competenze, anche se mancano proprio quelle di garanzia per le Regioni. Alcune sono assegnate in modo esplicito (costituzionali, elettorali, ordinamentali, ecc.) e altre verranno per via di probabili battaglie interpretative. Ad esempio, secondo l'articolo 55, il Senato "partecipa alle decisioni dirette.. all'attuazione degli atti normativi e delle politiche europee", le quali però oggi riguardano un campo vasto di regolazione: l'industria, i consumi, l'agricoltura, la formazione, la concorrenza, i diritti della persona, la trasparenza, l'accesso ai beni pubblici, ecc.. Con una formulazione così ambigua - soprattutto la parola "politiche" di incerto significato giuridico - molti provvedimenti - ad esempio quelli sulla crisi bancaria, per limitarsi a esempi di questi giorni - potrebbero rimanere in regime bicamerale. Inoltre, l'articolo 70 mantiene nel bicameralismo paritario l'attuazione delle politiche europee per quanto riguarda le "norme generali", le quali però sono modificate ogni anno con la legge di delegazione europea, senza l'astrazione che sarebbe necessaria, ma sempre in relazione ad argomenti specifici che potrebbero per questa via rientrare nella competenza bicamerale. Anche altri pertugi possono aprire la breccia per la legislazione ordinaria: ad esempio tra le "funzioni fondamentali" degli Enti locali del nuovo articolo 70 è dubbio che si possano escludere argomenti, sempre per rimanere all’attualità, come l'eliminazione della tassa sulla casa, le norme sulle aziende dei servizi e sui demani locali ecc.

Oltre le interpretazioni, mai sopite nel nostro costume, Palazzo Madama ha la possibilità di richiamare provvedimenti di politica di bilancio, e comunque, a richiesta di un terzo dei suoi membri, qualsiasi legge all'esame di Montecitorio.

I costituzionalisti di solito ricorrono alla prova di resistenza, esaminando il caso peggiore, poiché nel caso positivo, quando c'è la saggezza della politica, quasi tutte le istituzioni funzionano bene. Proviamo a immaginare il nuovo Senato in worst case: a) sarà un'assemblea conflittuale e nel contempo consociativa nei confronti del Governo, poiché inasprirà le sue prerogative per ottenere uno scambio su interessi che possono anche essere particolaristici; b) sarà un'assemblea erratica, poiché al suo interno si indeboliranno gli attuali principi d'ordine: i gruppi, la fiducia al governo, e il rapporto maggioranza-minoranza; questo soprattutto tenderà ad esprimersi nella frattura tra Nord e Sud, accentuando la disunione nazionale; c) sarà un'assemblea di competenza incerta, poiché è molto difficile gestire il bicameralismo per materie. Per l'attribuzione a un ramo o a entrambi il disegno di legge deve avere un argomento unico. Lo richiede l'articolo 70, ma rischia di rimanere un pio desiderio perché la bulimia legislativa - malattia niente affatto curata per le ragioni suddette - produce provvedimenti complessi che assemblano norme eterogenee con diversi profili di competenze. Inoltre, sarà difficile impedire che su un disegno di legge di propria competenza la Camera introduca emendamenti di materia senatoriale, creando conflitti in corso d'opera.

Una sola cosa è certa, tutte queste dinamiche produrranno un vasto contenzioso istituzionale. A dirimerlo sarà chiamata la Corte, che dovrà così entrare frequentemente negli interna corporis del Parlamento, in un ambito finora poco coinvolto nella giurisdizione costituzionale.


Il contenzioso verrà alimentato da una pessima scrittura del testo. In certe parti assomiglia a un regolamento di condominio, è come uno scarabocchio sullo stile sobrio della Carta. Ora perfino gli autori dicono che si poteva fare meglio. Quale demone ha impedito di scrivere un testo in buon italiano? Il linguaggio sciatto è sempre il sintomo di un malessere inconsapevole. 



Crisi politica, non costituzionale

L'ossessione nel cambiare la Costituzione è una malattia solo italiana, non ha paragoni in nessun paese occidentale. Eppure tutti i sistemi istituzionali sono prodotti storici e quindi naturalmente difettosi. La Costituzione americana non prevede neppure il decreto legge, ma consente di gestire un impero e alimenta da oltre due secoli una religione civile, nessuno si sognerebbe di modificarne decine di articoli. Sono i governanti che devono compensare con la politica i difetti dell’ordinamento, quando non sanno farlo invocano le riforme istituzionali. Che intanto sono servite a cancellare il tema dell’attuazione della Costituzione. Basta rileggere l’articolo 36: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Sono principi negati per milioni di italiani, di giovani e di migranti, senza che il rispetto della Carta diventi mai una priorità politica.

Se si rimuovono le cause storico-politiche, il riformismo istituzionale diventa una metafisica senza tempo e senza realtà. Tutto è cominciato quando sono finiti i vecchi partiti, che nel bene e nel male comunque avevano governato il Paese, sia in maggioranza sia dall’opposizione. Da allora il ceto politico non è stato capace o non ha voluto rigenerare strutture politiche adeguate ai nuovi tempi e ha scaricato tale incapacità sulle istituzioni. Si è trasformata una crisi politica in una crisi costituzionale. Alcuni politici si sono dati l’alibi dicendo che volevano spostare le montagne ma le procedure parlamentari lo impedivano. 
La decadenza di una nazione comincia quando l'attivismo delle soluzioni oscura la consapevolezza dei problemi. Negli anni della grave caduta della produttività economica, si è parlato solo della produttività legislativa. Da molto tempo l'Italia non riesce ad aprirsi al mondo nuovo, non accede alla società della conoscenza, eppure il discorso pubblico di destra e di sinistra si occupa di un piccolo problema di tecnica parlamentare, fino a ingigantirlo come il principale ostacolo da rimuovere sulla via del progresso. Che il Paese non si possa governare a causa del bicameralismo è la più grande panzana raccontata al popolo italiano nel secondo Novecento. Senza temere il ridicolo, l’establishment promette che il nuovo articolo 70 aumenterà il PIL; ora si promette anche la lotta al terrorismo e altro ancora! È un sacco vuoto che può essere riempito di ogni cosa.



Servire, non servirsi della Carta

All'inizio c'era almeno un'intenzione costruttiva, che le riforme servissero a stimolare il rinnovamento dei partiti. Anche io ho creduto in tale opera pia, ma era come il tentativo del barone di Münchausen di sollevarsi da terra tirandosi per il codino. Non era possibile che i partiti in caduta verticale di idee e di consensi avessero miracolosamente la capacità di riscrivere la Carta. Con il risultato che la crisi politica non curata è degenerata nel discredito del ceto politico e le riforme istituzionali sono sempre fallite. Sono state numerose - basta con la storiella delle occasioni mancate! – ma si sono rivelate sbagliate perché motivate solo da interessi politici contingenti, non da progetti costituzionali: il Titolo V della sinistra per rincorrere la Lega; la riforma del 2005 per frenare la crisi di Berlusconi; lo jus sanguinis del voto all'estero per legittimare Fini; il pareggio di bilancio per celebrare Monti. Oggi si ripete l’errore con maggiore impeto: si riscrive la Carta per legittimare un governo privo di un programma presentato agli elettori e per prolungare il Parlamento addirittura come Assemblea Costituente, pur essendo costituito con legge elettorale illegittima.

Che vinca il Si o il No, comunque è una revisione costituzionale senza futuro. Non può durare nel tempo perché è scritta solo dal governo attuale, non è frutto di un’intesa, anzi alimenta la discordia nazionale. Lo so bene che alcuni si sono sfilati per misere ragioni, ma dalla nostra parte non si è cercato sempre uno spirito costituzionale. Anzi, è prevalsa l’illusione che “spianare gli avversari” – come si dice oggi con lessico desolante – potesse rafforzare la leadership del PD.

Provo un senso di pena per chiunque motivi la revisione della Carta con la lotta alla Casta del Parlamento. La riduzione dei costi degli eletti c’è già stata e si può fare di più con le leggi ordinarie. Se invece si scomoda la Costituzione è solo per impressionare l’opinione pubblica. Il populismo di governo è tanto sguaiato quanto inefficace, perché non batte neppure l’originale grillino, come si è visto alle elezioni.
E racconta mezze verità. La riduzione del numero dei parlamentari c'è solo nel Senato che perde rango, ma non nella Camera che aumenta il potere. Eppure proprio il numero dei deputati, in rapporto alla popolazione, è tra i più alti in Europa. I “rottamatori” non hanno avuto il coraggio di deliberare per una Camera più piccola, come invece seppero fare la destra nel 2005 e la sinistra nel 2007.



L'illusione della decisione imperativa

Con la scusa di riformare il bicameralismo, e con l’aggiunta dell’Italicum, in realtà si cambia la forma di governo, senza neppure dirlo. È il “premierato assoluto” tanto temuto da Leopoldo Elia: un leader in partenza minoritario può vincere il ballottaggio e conquistare il banco, non solo per governare il paese, ma per modificare a suo piacimento le regole e le istituzioni di tutti. Ormai se ne è accorto anche il presidente Napolitano del pericolo di “lasciare la direzione del Paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno”.

Il paradosso più grande è che da trent'anni i governi ricevono maggiori poteri, ma ottengono consensi sempre minori. La concentrazione del potere non solo non ha portato benefici al Paese, ma viene da pensare che ne abbia assecondato la crisi. Invece di "cambiare verso", si realizzano i vecchi propositi con maggiore lena: l'esecutivo domina il legislativo, la Camera prevale sul Senato, il premio di maggioranza non è compensato dai diritti della minoranza, i capilista si allontanano dal controllo degli elettori, i voti di chi vince valgono il doppio di quelli di chi perde, il capo di governo o comanda sulla Camera o ne chiede lo scioglimento, facendo pesare la legittimazione ottenuta nel ballottaggio. Infine, ritorna la supremazia dello Stato sulle Regioni. Dopo l'ubriacatura del federalismo si torna indietro al centralismo statale, di cui ci eravamo liberati con entusiasmo. Si passa da un eccesso all'altro, senza mai cercare la misura in una cooperazione tra nazionale e locale. Un vero salto di qualità del regionalismo italiano si avrebbe solo con la riduzione del numero delle Regioni, alcune sono grandi quanto un municipio romano. Sarebbe anche l'occasione per superare gli Statuti speciali nati ai tempi della guerra fredda e divenuti ormai relitti storici. Purtroppo proprio le decisioni più importanti sono rinviate sine dieNelle partite difficili i riformatori muscolari gettano la palla in tribuna.

Da che cosa viene la voglia smodata di concentrare il potere? Nei momenti di crisi è più facile cadere nelle illusioni. La più ingannatrice è che la complessità italiana possa essere risolta dalla decisione imperativa. Eppure essa è innaturale per il carattere italiano, è antistorica per la Repubblica costituzionale, ed è anche inefficace per un'Amministrazione debole come la nostra.


Il decisionismo della chiacchiera

La decisione è inefficace perché lo Stato non solo non ha l'imperio, ma neppure l'autorità necessaria, tanto meno dopo il degrado degli ultimi tempi. In certe regioni viene meno perfino la funzione fondativa di presidio del  territorio. Non a caso l'unico decisionismo riuscito, quello fanfaniano, seppe costruirsi un “secondo Stato" con le Partecipazioni Statali. Dopo abbiamo avuto solo "decisionisti della chiacchiera" che promettevano i miracoli mentre degradavano le strutture statali necessarie per realizzarli. Inoltre, se la decisione non è sostenuta da grandi idee si riduce a una narrazione mediatica di provvedimenti amministrativi di scarsa portata. Come insegna l'esperienza del bipolarismo italiano, dare più forza a esecutivi sprovvisti di un progetto Paese produce solo burocrazia che soffoca i mondi vitali.

La ricerca affannosa della reductio ad unum sembra una terapia e invece è la malattia. La fortuna del Paese è quando molti si danno la mano. Dal centralismo sono venute solo dissipazioni di risorse, ritardi storici e anche lutti e rovine. Le buone leggi si scrivono quando la politica non fa tutto da sola, ma aiuta la generatività sociale, ha fiducia nel Paese e ne viene ricambiata. I frutti migliori dello spirito italiano sono sempre venuti dalla molteplicità.

I frutti migliori

Il meglio della scuola italiana - l’elementare e l’infanzia, l’integrazione dei disabili, gli istituti tecnici della ricostruzione industriale - è nato da esperienze innovative che poi la politica ha saputo diffondere nel Paese. Da venti anni si riforma la scuola dall'alto, con le “riforme epocali” che hanno prodotto solo norme asfissianti. Il meglio dell'economia è stato generato nei distretti produttivi, mentre la politica economica pensava solo al debito. Il meglio dell'identità nazionale vive nella rete delle città, ma la politica nazionale non si accorge neppure di avere un asso nella manica per la competizione internazionale. La concentrazione del potere esprime una doppia sfiducia: della società verso la politica e di questa verso sé stessa. Mettere il sigillo costituzionale a uno - speriamo temporaneo - stato d'animo depressivo del Paese vuol dire pregiudicarne la guarigione nel futuro.



Il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi

Vorrei che i giovani politici ci chiamassero a realizzare nuove ambizioni. Mi rattrista vederli cincischiare con il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi, un vero signore, dall'aspetto ottocentesco, che calcava la scena quando molti di loro non erano ancora nati. Dopo il fallimento della sua prima Bicamerale, molti ci rimasero male, ma li tranquillizzò Norberto Bobbio: le riforme istituzionali - secondo lui - erano solo fanfaluche utilizzate per eludere i veri problemi della democrazia italiana. Eppure, il programma di allora è proseguito fino a oggi, sempre la stesso, con piccole varianti. A forza di raccontarlo come il nuovo è invecchiato prima di essere attuato, perché erano sbagliati i problemi da cui partiva. Per trent'anni i politici hanno ripetuto che la governabilità era più importante della rappresentanza. Quasi la metà del popolo li ha presi in parola disertando le urne.

Dell’ingovernabilità

Oggi i paesi europei sono diventati ingovernabili proprio per eccesso di governabilità. A forza di verticalizzare, la decisione si è allontanata dalla vita reale e i popoli, ormai sprovvisti di rappresentanza, si ribellano nelle forme spurie che l'establishment definisce "populismo" solo perché non le capisce. Per trovare nella storia europea una frattura tanto profonda tra élite e popolo bisogna risalire all'età dell'Assolutismo. 
Il pilota automatico ha sostituito la politica, proprio quando essa dovrebbe saper parlare alle menti e ai cuori dei cittadini per affrontare i conflitti del nostro tempo: pace e guerra, religione e tolleranza, accoglienza o rifiuto, tecnica e vita, sviluppo e sostenibilità.
La politica ha saputo mediare i grandi conflitti del Novecento: capitale-lavoro, città-campagna e Stato-Chiesa. Oggi invece rischia di inasprire i conflitti, o perché rimane estranea ai grandi problemi o perché ne strumentalizza gli effetti. Niente sarà più come prima. Lo spirito anglosassone, dopo aver forzato la globalizzazione, oggi è tentato dall'isolazionismo su entrambi i lati dell'Atlantico. La vecchia Europa, dopo aver voltato le spalle al Mediterraneo, si accorge troppo tardi che dal Mare Nostrum sorgono tutti i suoi problemi, le migrazioni, la guerre, il terrorismo, le dittature imbarazzanti. L’Occidente non è più una guida, neppure per sé stesso.
Nell’inquieto mondo nuovo l'ingovernabilità sembra un destino e ha bisogno di grande politica. Nel piccolo mondo antico di Aldo Bozzi, invece, era un problema di ingegneria istituzionale e si risolveva ridimensionando la politica.

Le consunte ricette della politologia sono state bruciate dagli eventi. Siamo corsi dietro il modello Westminster, ma il bipolarismo non esiste più neppure in quel paese. Invece di convincere gli elettori astensionisti, si è tentato di sostituirli con i premi di maggioranza. Invece di confrontarsi sui programmi di governo, i partiti si distinguono sulle leggi elettorali.

La legge elettorale senza fine

Abbiamo sfogliato l’atlante dei sistemi elettorali - il tedesco, lo spagnolo, l’inglese, perfino l’australiano e il greco – per approdare infine a una soluzione che non assomiglia a nessuno; la migliore del mondo si diceva solo qualche mese fa, ora si scopre che favorisce la vittoria di Cinque Stelle, ma non ci voleva molto per capirlo prima. È stata approvata ponendo la fiducia al governo, è invecchiata prima di essere applicata. Succede quando il culto della velocità porta a legiferare prima di pensare.
Però confesso di non riuscire ad appassionarmi più di tanto ai dettagli delle leggi elettorali. Certo, come ex-deputato di collegio ricordo la bellezza del rapporto diretto con gli elettori: passeggiavo nel mio quartiere romano, prendevo i rimbrotti dei cittadini, erano esigenti con me ma fiduciosi di essere ascoltati. Quando il Porcellum ha rotto il rapporto diretto eletto-elettore è cominciata la discesa rovinosa della classe politica italiana. L’unico strumento che funzionava è stato sostituito dai peggiori, i nominati e le preferenze. Tuttavia, quando si discute dei dettagli delle leggi elettorali, a volte mi sembra che tutti abbiano torto e insieme anche ragione; infatti non c’è nessun leader italiano che abbia mantenuto la stessa posizione nel corso del ventennio, e spesso uno rimprovera a l'altro proprio la sua precedente posizione. Anche il dibattito elettorale verte sempre e solo sulle soluzioni, mai sui problemi.


Ha dominato da noi un imperativo quasi inesistente in Europa: la sera delle elezioni al telegiornale si deve sapere chi governa. Però nella Seconda Repubblica nessun governo è poi riuscito a vincere le elezioni successive, nonostante la prosopopea della stabilità. 

Forse quell’imperativo è sbagliato, perché orienta la politica solo alla sera delle elezioni, non alla duratura guida del Paese. Spinge i partiti a diventare mere macchine elettorali, senza progetto culturale e senza radicamento sociale. Le classi politiche perdono il contatto sia con l'invenzione progettuale sia con la realtà popolare e si abbarbicano alle macchine amministrative. Un altro paradosso del nostro tempo è che voleva privatizzare ogni cosa e invece ha finito per statalizzare la politica. I politici statalizzati non maneggiano gli strumenti sociali e culturali necessari a governare il cambiamento, sanno solo scrivere leggi e ne approvano tantissime. Ma la bulimia legislativa è un segno di impotenza del governo.

Meno leggi, più riforme

L’impotenza ha lasciato una traccia perfino nel linguaggio. Solo in Italia si chiama “riforma” la mera approvazione di una legge. La vera riforma è un processo complesso e multiforme che richiede cambiamenti di mentalità, modelli organizzativi, formazione degli operatori, mobilitazione degli attori, verifica dei risultati. Magari serve anche una nuova norma, ma se è solo produzione di leggi non ottiene altro che burocrazia. È stata annunciata recentemente la “riforma” della Pubblica Amministrazione, che è appunto una legge di 22 mila parole, circa il doppio della legge Bassanini. In molti casi riscrive norme esistenti solo per annunciarle di nuovo ai media, senza curare le cause della mancata applicazione. Per migliorare la funzionalità degli uffici pubblici ci sarebbe bisogno esattamente del contrario, si dovrebbero eliminare 22 mila parole nelle leggi vigenti, e nel contempo ingegnerizzare i processi organizzativi, motivare le persone, ringiovanire i quadri e valorizzare le figure tecniche. “Riformare” la PA scrivendo altre norme è come curare un alcolista con una bottiglia di cognac.


Occupiamoci del futuro e lasciamo agli storici la spiegazione della lunga vacanza dalla realtà che la politica si è presa giocando con l’orsacchiotto di pezza delle riforme istituzionali. La Carta si può anche modificare, ma occorre l'umiltà per fare meglio dei padri e la lungimiranza per lasciare un'eredità ai figli. Entrambi i compiti sono stati mancati dalla mia generazione e dalla successiva. Vorrà dire qualcosa se da venti anni tutte le revisioni sono fallite. 
Un giorno verrà una classe politica capace di guidare il Paese e ce ne accorgeremo proprio dalla bontà dei miglioramenti che apporterà alla Costituzione. Nel frattempo non siamo così disperati da applicare anche alla Carta l'ordinario "riformismo purchessia" che accetta tutto anche se poco va bene. Il bicameralismo è certamente un difetto da correggere, non lo nego, ma in una graduatoria di importanza sarà forse il centesimo; con la vittoria del NO la classe politica dovrà occuparsi dei 99 problemi più importanti dell'Italia.


Cambiare il PD è una riforma costituzionale

Nel paese del melodramma si mettono in scena le tragedie anche su problemi inesistenti. Se il NO vince non è l’apocalisse. Chi ha alimentato il panico saprà anche sgonfiarlo. Ammiro gli inglesi almeno per la forma, certo non per il contenuto della sciagurata Brexit, quella si una scelta davvero dirimente per il Paese. Il partito conservatore ha bruciato il suo leader e i due probabili successori, ma in poche settimane ha trovato un quarto leader, una donna, e ha ripreso il cammino del governo. Ecco a cosa servono i partiti, a risolvere le crisi, da noi invece si utilizzano le crisi per annichilire i partiti.


Si dirà che il PD non è solido come i Tories, ma se non ci pensiamo normali non lo diventeremo mai. Si teme che non regga una smentita al referendum, forse perché a differenza dei partiti europei dipende esclusivamente dalla persona che lo rappresenta. Non solo oggi, da quando lo abbiamo fondato - sono ormai dieci anni - il PD si è occupato solo della leadership, tutto il resto è andato in secondo piano: il progetto Paese, la cultura, l'organizzazione, la selezione dei dirigenti. Ma è proprio di queste carenze che poi rimangono vittime i leader. Dopo lo slancio iniziale smarriscono le promesse perché non hanno lo strumento per realizzarle. È successo con Veltroni e con Bersani, e rischia di ripetersi con Renzi.

La Costituzione è difettosa soprattutto nell'articolo 49, poiché oggi mancano i partiti per "concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Non basta la nuova legge sui partiti se non si riforma la sostanza della politica. Cominciamo almeno dalla nostra parte. Cambiare il PD è già una riforma costituzionale.


Postilla

Care democratiche e cari democratici, voterò NO al referendum utilizzando la libertà di voto che il nostro Statuto consente in materia costituzionale. Il dissenso è una bevanda amara da prendere in piccole dosi, quindi cerco di esprimerlo nelle forme strettamente necessarie. Non ho aderito al comitato per il NO, pur condividendone il compito, partecipando alle iniziative e stimando tanti cari maestri che lo rappresentano. Qui ho espresso le mie personali motivazioni, ma credo ci siano nel PD tanti militanti ed elettori che con argomentazioni diverse condividono la scelta per il NO. 

Sarebbe utile ritrovarsi in una dichiarazione comune e promuovere momenti di confronto e di approfondimento; ancora lo Statuto consente di esprimere in forma collettiva una scelta diversa da quella della maggioranza. Potremmo contribuire al dibattito referendario con una motivazione critica, ma rispettosa della posizione ufficiale. Sarebbe un altro buon esempio di democrazia del PD, e aiuterebbe a superare le personalizzazioni e le drammatizzazioni che si sono rivelate inutili e dannose. I democratici per il No possono contribuire a una discussione di merito sul significato del referendum.

54 commenti:

  1. Grande Walter Tocci sempre puntuale non solo nella critica quando è necessaria come in questo caso, ma anche nella proposta come quando al Congresso della Fed romana, dopo la sconfitta e la perdita del Comune, quando diede una strigliata al pelo dei poltronisti, che ad onta delle decisioni prese un anno prima alla conferenza cittadina, convocata per riaddrizzare il timone ed invece tutto continuò come prima e peggio di prima, tanto che Morelli nella sua relazione intriduttiva disse che avevamo trovato i rimedi ma non avevamo saputo o potuto metterli in atto. e quelli come me chiedevamo chi e perché, tanto che il Congresso che doveva chiudersi la Domenicw si protrasse fino al Mercoledì sera e sarebbe durato fino alla Domenica successiva se paradossalmente, i carrieristi, burocrati e opportunisti non fossero stati salvati da Reagan che bombardando Tripoli e Bengasi ci costrinse a chiudere affrettatamente il Congresso senza che si riuscisse a fare quella pulizia necessaria dato che tanto per portare l'esempio del cattivo andazzo, mentre al Congresso precedente la XX dove operavo come membro della segreteria di zona, aveva espresso due membri nel com. fed. allo scioglimento erano diventati addirittura 8 per i 6 cooptati senza che le sezioni e la stessa zona ne sapessimo un cactus.
    E ricordo ancora le parole di Pajetta intervistato dal TG1 dopo la sconfitta, disse che non era tanto grave la perdita, quanto al fatto che gli Amministratori a partire dal sindaco Vetere e quasi tutti gli assessori erano convinti di stravincere, ed invece erano più fuori di un citofono, avendo perso tutti i contatti, sia con la base del Partito che con gli stessi elettori.

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    1. Grazie Marcello, per questo ricordo caro e anche amaro. Certi fenomeni di distacco dalla realtà c'erano anche nel PCI, anche se oggi una nostalgia ingannatrice induce a dimenticarli. La differenza è che c'erano le discussioni vere non solo nei congressi, come li ricordi tu, mentre oggi tutto si riduce alla conta dei voti al leader. Io allora facevo parte dei giovani "rottamatori", anche se nessuno di noi avrebbe mai usato questa orribile parola; comunque, dopo la sconfitta dell'85 criticammo aspramente l'operato delle nostre amministrazioni, e cominciammo a studiare nuovi progetti per il futuro; da quell'autocritica venne lo slancio per la vittoria del '93. Oggi, invece, dopo la sconfitta a Roma, quasi un'umiliazione e certo molto più grave di allora, non c'è stata neppure un'assemblea di rendiconto. Comunque, a leggere il nome di Vetere mi è venuto un tuffo al cuore, gli volevo bene a Ugo, ci ha insegnato la buona amministrazione. Certo le nostre critiche erano fondate, ma la sua giunta ha realizzato il più grande investimento a favore dei ceti popolari nella storia moderna di Roma. Racconto queste cose perché mi hai sollecitato, caro Marcello. Anche però con l'augurio ai giovani di oggi di essere capaci di volersi bene nel conflitto più aspro.

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    2. Ho preso da Twitter in ritardo e solo ora lo leggo ( perora senza gli approfondimenti).
      Finalmente mi ritrovo davanti ad una argomentazione politica, che riconosce la causa prima della "crisi italiana" nella cronica défaillance dei partiti. Dagli anni del craxismo, ed ancor di più dalla caduta della Prima Repubblica, è chiaro che sono stati i partiti ad andare in corto circuito, cercando soluzioni fittizie e creando problemi a ripetizione. Mi ritrovo perfettamente nella analisi e nella diagnosi di Tocci.
      La cosa strana, però, è che in tutto questo tempo, ( la lettera è di Luglio), nessuno ne ha parlato, né' nel partito, né' nella direzione, né nei mass media. Dimostrazione piena di una opinione pubblica che viene eterodiretta o distolta

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    3. Scusa Rosario ,"nessuno ne ha parlato, né' nel partito, né' nella direzione,", scusa, ma quale partito ? Volevi dire "partito" nel senso che se ne è andato e non c'è piu ?

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    4. Se vuole occuparsi del futuro non faccia vincere la destra e soprattutto le forze anti europa che dai vostri no acquisiranno maggior potere fino a pensare di portare l'italia fuori dall'euro,con conseguenze esiziali per tutti i percettori di redditi fissi.

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  2. REFERENDUM
    .................................................................... VOTA NO se vuoi :
    - che resti il CNEL
    - che restino le Province e i Consigli Provinciali
    - che resti il Senato x l approvazione di tutte le leggi con la navetta con la Camera , per la fiducia
    - che resti il Senato con una legge elettorale diversa e maggioranza diversa da quella della camera , garanzia di ingovernabilità
    - che resti l egemonia delle Regioni su tante materie , dal turismo , all energia , alle grandi opere , etc
    - che non ci siano i referendum propositivi
    - che resti il quorum sui referendum
    - che i senatori da 100 ritornino a 315
    ....................................................................... VOTA NO SE VUOI :
    - che cada il governo
    - che si perdano mesi x tentare di fare un governo berl-grulli-lega
    - che si perdano mesi x andare a nuove elezioni cancellando tutte le leggi in corso di approvazione
    - che si vota con leggi precedenti diverse x camera e senato
    - che esca ancora una impossibilità di maggioranze di governo
    - che la caduta di renzi scandalizzi i mercati e salga lo spread
    - che gli effetti del brexit trovino l italia senza governo
    - che i problemi italiani non abbiano più soluzione ( ricorda letta )
    - che le trattative con l europa cadono tutte x assenza di leadership

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    1. Voto No sia per salvare la COSTITUZIONE e quel po' di diritti che ancora rimangono ma anche per non permettere a questa banda di ignoranti, incompetenti e arroganti di avere in mano il paese. E poi il signore che scrive deve spiegarmi perché secondo lui sono peggiori le grandi intese con Forza Italia rispetto agli accordi sottobanco che hanno con Verdini e in che cosa Letta ha fatto peggio del Cazzaro fiorentino. Lo storytelling non basta più. Per vincere il Cazzaro deve mandare alle urne 17 milioni di italiani che votino sì per pareggiare il conto con i 17 milioni che hanno votato al referendum delle trivelle. La vedo dura.

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    2. Finalmente posso salutare un Walter Tocci che riconosco, Grazie Walter!

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    3. Grazie Walter!
      Serve fare chiarezza dall'interno del PD.
      Purtroppo ho visto un paio di commenti che riprendono acriticamente slogan privi di fondamento e temo che in pochi abbiano letto davvero la riforma.
      Peraltro, è praticamente illeggibile, e già questo dovrebbe far meditare.
      Una costituzione dovrebbe essere legggibile da tutti.

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    4. Grazie Walter!
      Serve fare chiarezza dall'interno del PD.
      Purtroppo ho visto un paio di commenti che riprendono acriticamente slogan privi di fondamento e temo che in pochi abbiano letto davvero la riforma.
      Peraltro, è praticamente illeggibile, e già questo dovrebbe far meditare.
      Una costituzione dovrebbe essere legggibile da tutti.

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    5. 1. La riforma Boschi-Verdini non può abolire le Province per il semplice motivo che il governo Renzi si era già vantato di averle abolite con legge ordinaria (figlia dei governi Monti e Letta) nell'aprile 2014. L'unica novità è che la parola "Province" scompare dalla Costituzione.

      2. Camera e Senato continueranno a mantenere competenze in comune su molte materie. È vero però che scompare la semplice "navetta parlamentare" che verrà sostituita da 7-10 diversi processi legislativi che incasinano l'iter di approvazione delle leggi. Visto il pasticcio fatto con l'articolo 70 è controverso persino stabilire con esattezza quanti procedimenti verranno introdotti: secondo il costituzionalista Azzariti sono 7, secondo altri 10.

      3. Votando Sì il Senato non sarà più eletto dal popolo ma da nominati pescati tra gli inquisiti e i pregiudicati che popolano i consigli regionali ai quali verrà regalata l'immunità parlamentare.

      4. Le Regioni non esercitano alcuna egemonia, semplicemente amministrano il territorio.

      5. La riforma Boschi-Verdini limita solamente ad introdurre i referendum propositivi. Nella riforma non è scritto quante firme occorrano né quale sia il quorum. Niente di niente. Le Camere, non si sa quando, dovranno varare una legge che ne stabilisca le modalità di attuazione.
      Visto il triplicarsi delle firme per le leggi di iniziativa popolare - salite da 50 mila a 150 mila secondo l'articolo 71 comma 2 - le prospettive sono tutt'altro che rosee.

      6. Il quorum per i referendum non verrà rimosso. Se il referendum è stato chiesto da almeno 800 mila elettori, il quorum scende al 50%. Anche in questo caso, servirà una legge ordinaria ancora da scrivere che ne specifichi le modalità.

      7. Il risparmio sul Senato non è di un miliardo come pubblicizzato da Renzi ma di appena 57,7 milioni secondo uno studio della Ragioneria dello Stato. Non è detto neanche che il risparmio effetivo sia quello perché potrebbe ridursi a fronte dei rimborsi spesa che spetteranno ai consiglieri-senatori per le loro trasferte a Roma (viaggio, vitto, alloggio, portaborse, segreteria etc.).

      Tutto quello che hai scritto successivamente sono illazioni lanciate dai sostenitori del Sì per suscitare paura e smarrimento.
      Il governo non può cadere perché lo decide Renzi, solo il Capo dello Stato può sciogliere le Camere. Nessuno studio scientifico ha dimostrato che esiste un legame tra la crescita economica e la riforma costituzionale e nessun Paese al mondo si è mai sognato di dire una cosa del genere.

      Il ministro Boschi ha detto di discutere nel merito ma tu hai inanellato una quantità smisurata di slogan e bugie. Basta con la becera propaganda del terrore e rispondi nel merito con parole tue.

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    6. Dovendo dibattere civilmente si potrebbe evitare di
      1) Chiamare la riforma Boschi-Verdini. Verdini non c'entra nulla. La riforma e' stat fatta discutendo con tutti quelli disponibili a farlo, compresi i 5S, che a poco alla volta si sono sfilati, per ragioni di pura propaganda. I voti del gruppo ALA non sono mai stati determinanti. Chiamare questa riforma Boschi-Verdini e' una fandonia ed e' disonesto.
      2) Sul punto 3) un'altra affermazione falsa. I senatori saranno votati tra i consiglieri regionali ed i sindaci, tutte persone elette dai cittadini. Ci sono più' di 1000 consiglieri regionali e più' di 8000 sindaci in Italia, tutti ELETTI. Che si scelgano gli inquisiti e' una fandonia. Comunque farebbero bene i cittadini a non votarli.
      3) Sul punto 5, i referendum propositivi richiedono più' firme ma la Camera ha il dovere di votare sulla legge proposta.
      4) Sul punto 6, sbagliato, il quorum per referendum chiesto da almeno 50mila elettori scende al 50% dei partecipanti alle ultime elezioni politiche.

      Parlando di disinformazione e bugie.......

      Io voto SI per fare un passo avanti. Vota NO chi vuole lasciare tutto com'era, con governi che cadono continuamente, con un processo legislativo che prende in media circa un anno per l'approvazione di una legge (per qualcuno anche 5 anni!), e con Regioni che intervengono per interessi localistici su questioni di interesse nazionale.


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    7. Mi hai accusato ingiustamente di essere stato incivile e di aver detto una bugia.

      1. Il ddl porta anche la firma di Verdini. Il 20 gennaio il Senato approva definitivamente la riforma con 180 sì. Il margine è di 19 voti in più dei 161 richiesti dalla maggioranza assoluta. Renzi per arrivarci trova nuovi compagni di strada: 18 verdiniani, due forzisti e tre di Fare.

      2. La riforma non è mai stata discussa in Parlamento. È stata approvata grazie a infime scorciatoie parlamentari: sedute fiume in terda notte, sostituzione dei senatori dissidenti e "canguri" per tagliare gli emendamenti delle opposizioni applicati anche al Senato nonostante il regolamento non lo preveda. È stato lo stesso Tocci a segnalare la totale mancanza di confronto. http://waltertocci.blogspot.it/2014/08/tornare-alla-realta.html

      3. Ti stai contraddicendo da solo. I senatori-consiglieri saranno appunto nominati e non eletti dal popolo. Saranno nomine di secondo livello. E che che i consigli siano popolati da inquisiti e pregiudicati è un dato di fatto, basta leggere la cronaca.

      4. Le firme triplicano da 50 mila a 150 mila. In cambio si ha la certezza che il Parlamento discuta la proposta di legge in tot tempo ma questo non giustifica l'aumento delle firme necessarie.

      5. L'utente qui sopra sostiene che è stato eliminato il quorum e questa è una falsità. Come detto anche da te, scende al 50% se le firme superano quota 800 mila.

      A me non interessa perché voti Sì anche perché come l'utente qui sopra non hai risparmiato retorica e qualunquismo diffusi dal ministro Boschi.

      Ripeto, basta con le bugie. Argomentate a parole vostre.

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    8. A proposito di slogan e bugie, quando qualcuno afferma che "il bicameralismo paritario è lento" voi fategli leggere questi numeri:

      https://gianfrancopasquino.wordpress.com/2016/06/03/qual-e-il-parlamento-piu-produttivo-i-numeri-della-produzione-legislativa-dei-parlamenti-democratici/

      http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/07/11/news/il-parlamento-palude-sa-anche-essere-veloce-quando-vuole-1.173087

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    9. Scusa RDiLauro, cosa dicevi a proposito di Verdini che non c'entra nulla?

      Denis Verdini: "Abbiamo partecipato e scritto queste riforme e vogliamo lavorare per il sì".

      http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/07/31/verdini-martedi-riunione-comitati-si_7149180b-3aca-413f-83d6-926a7012a59f.html

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    10. VOTA NO SE VUOI EVITARE I SEGUENTI PROBLEMI POSTI DALLA CONTRORIFORMA:
      Art. 1 : Il nuovo Senato è pasticciato sopratutto per le competenze, oltre che per la composizione. E' subito indicato un ruolo che lo fa simile al vecchio senato: “Concorre all'esercizio della funzione legislativa” , ha cioè, tra i vari compiti, la possibilità di esaminare e tentare di correggere tutte le leggi inizialmente approvate dalla Camera dei Deputati (come si precisa all'articolo 10) e proporre nuove leggi alla Camera dei Deputati (art. 11), salvo quelle (poche) indicate successivamente come riservate esclusivamente alla Camera dei Deputati.
      Art. 2: Modalità di designazione dei senatori tra i sindaci e i consiglieri regionali: non attraverso normali elezioni (ridotta la sovranità del popolo), ma attraverso designazione da parte dei consiglieri regionali, eletti, “in modo proporzionale”, criterio che può essere rispettato solo in modo molto parziale, dato il basso numero di senatori assegnato a molte regioni e provincie autonome
      Art. 10: Uno degli articoli più malfatti di tutta la riforma: precisa i compiti del nuovo senato ed elenca le competenze facendo riferimenti ad articoli e commi per lo più successivi, che non sono precisati e pertanto non sono comprensibili. I compiti sono parecchi e complessi, vedi anche il compito di proporre leggi alla camera dei deputati (art.11): non si vede come possano svolgerli bene persone con il doppio lavoro, a meno che non si voglia proprio far sì che li svolgano male, in modo rabberciato ed approssimativo.
      Viene poi da considerare come i nuovi costituenti non si siano minimamente preoccupati di rendere leggibile e comprensibile il testo della costituzione anche alle persone più semplici, com'era lo scopo dei primi costituenti: vedi su youtube la voce “Teresa Mattei ”, che presenta la figura di Calamandrei, dal minuto 27.
      Art. 12: Errore!: al sesto comma del nuovo art. 72 si fa riferimento all'art. 81, sesto comma: l'art. 81, lasciato inalterato, ha solo 4 commi!
      Punto critico: Il governo può chiedere che un proprio disegno di legge (considerato essenziale per il programma di governo) entro 5 giorni venga messo con priorità all'o.d.g. dalla Camera dei Deputati ed entro 70 giorni venga approvato ed i termini per l'eventuale esame del Senato ridotti della metà. I tempi sono differibili di 15 giorni al massimo se il disegno di legge è complesso e richiede più tempo per i lavori della Commissione che lo esaminerà. NR: A mio avviso è uno dei punti più critici: si detta legge al Parlamento, anche in casi di non necessità ed urgenza come per i decreti leggi (che devono essere approvati entro 60 giorni): forse così si rischia di non essere più una Repubblica Parlamentare, tenuto conto poi che la Camera dei Deputati ha una netta maggioranza assicurata dalla legge elettorale a favore del Governo. Se poi il disegno di legge è una legge delega, allora il gioco è fatto: i decreti delegati sono opera del Governo e non possono essere modificati dai deputati, che possono esprimere solo un parere non vincolante.

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    11. Caro Anonimo, il tuo elenco è un bluff, è un artificio retorico e populista di cui non so cosa farmene, perciò ti dico semplicemente che VOTERO' NO senza tentennamenti. E lo farò perchè ritengo che la "riforma" imposta da Renzi non risolve nessuno dei problemi che affliggono la nostra società, alcuni anzi rischia di aggravarli ( quelli della partecipazione, ad esempio). Meglio lasciare le cose come stanno e riprovarci in futuro con più umiltà e senso della misura, con un Parlamento possibilmente rinnovato, magari con una legge elettorale più decente dell'Italicum. In merito,ti ricordo che qualcuno ha provato, lo scorso anno, a raccogliere le firme per sottoporla ad un referendum da cui potesse uscire almeno riformata, ma finì schiacciato da un boicottaggio ignobile e sciagurato. La prova che fosse sciagurato è nel fatto che ora riformare l'Italicum, sembra l'unica strada per salvare oggi la vittoria del SI.

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    12. In effetti è impreciso attribuire la Revisione ai soli Renzi- Boschi -Verdini, senza citare il vero autore della riforma, quel Licio Gelli che col suo Piano di Rinascita Nazionale (o democratica...) ha scritto i capisaldi di questa a questa Deforma, poi perfezionata dai tre nell'enorme PUTTANTA (definizione di Massimo Cacciari) incomprensibile su cui andremo a votare a novembre.... sì ormai è ceto a novembre, quando con l'approvazione del piano finanziario annuale il Governo proverà a comprare qualche voto degli italiani con qualche mancia elettorale....

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    13. Quel gran pezzo dell'Ubaldo.
      Certo, l'hanno copiata di nascosto da Licio Gelli.
      Meno male che tu te ne sei accorto.

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  3. Negli Stati Uniti il potere legislativo è affidato al Congresso, l'equivalente del Parlamento dei governi europei.
    Il Congresso è composto da due rami: la Camera dei rappresentanti, intesa come "camera del popolo", e il Senato, che è espressione degli stati. Entrambi i rami del Congresso sono eletti direttamente dal popolo.

    Il Presidente, titolare del potere esecutivo, deve sottostare al volere del Congresso cui sono attribuite "tutte le competenze legislative". Quello degli Stati Uniti è un esempio di bicameralismo perfetto sostenuto da pesi e contrappesi: le leggi non possono essere approvate senza il consenso di una delle due camere.
    Ogni legge è sottoposta alla navetta parlamentare proprio come avviene nel Parlamento italiano, quindi il testo per diventare legge deve essere approvato alla stessa maniera sia dalla Camera dei rappresentati che dal Senato.

    Stati Uniti e Italia condividono dunque lo stesso processo legislativo (Camera - Senato - Camera - Senato) tuttavia per affrontare la grande recessione iniziata nel 2007 (quella che gli è costata 9 milioni di posti di lavoro e che poi ha travolto l'Europa) il Congresso non ha modificato la Costituzione ma ha attuato riforme riguardanti le piccole imprese, il settore automobilistico, i mercati finanziari, i consumatori, il sistema pensionistico e il mercato immobiliare. Il provvedimento più importante riguardava un programma di investimento per le banche per salvarle dal fallimento in modo che potessero continuare a supportare le autonomie locali.

    Certamente in Italia un'operazione del genere sulle banche non è possibile perché non esiste più una Federal Reserve e ci sono rigide direttive Ue da rispettare. Il punto è evidente: gli Stati Uniti hanno fronteggiato la grande recessione con riforme strutturali senza mettere mano alla loro Costituzione e con un sistema parlamentare basato su quello stesso bicameralismo perfetto che c'è in Italia.

    La Costituzione degli Stati Uniti è molto più vecchia di quella dell'Italia: è entrata in vigore nel 1789. E da allora ha subito appena 27 emendamenti in 227 anni: nel 1913 per sancire l'elezione dei senatori con voto popolare, nel 1951 per limitare a due i mandati del presidente, nel 1992 per vietare a senatori e deputati di aumentarsi lo stipendio e così via.

    In 68 anni, dal 1948 ad oggi, sono stati modificati 43 articoli della Costituzione italiana. Quelli che nel 2012 inserirono il pareggio di bilancio in Costituzione (il famoso Fiscal compact) sono gli stessi che oggi si lamentano degli effetti che produce. Un esempio del perché le riforme costituzionali vanno discusse e non approvate purchessia a colpi di maggioranza e mediante dei sotterfugi come sta accadendo oggi in memoria del 2005.

    Salvatore Settis ha scritto nel suo ultimo saggio "Costituzione!": "Se è proprio necessario cambiare di corsa la Costituzione per uscire dalla crisi, come mai gli Stai Uniti non se ne sono accorti?".

    Renzi, Boschi, Verdini e Confindustria hanno trovato la soluzione alla fame nel mondo senza dirlo a nessuno, neanche a quei "fessi" degli americani.

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  4. 1. Il bicameralismo perfetto non è stato abolito. Camera e Senato continuano a mantenere competenze in comune su molte materie.
    2. L'iter legislativo si complica. La navetta Camera-Senato non esiste più e secondo il costituzionalista Azzariti diventano sette le modalità previste di approvazione di una norma. Secondo altri sono dieci.
    3. Il Senato non è stato abolito ma ridimensionato. Hanno abolito il voto per eleggere i senatori i quali verranno nominati tra i tanti inquisiti che popolano i consigli regionali.
    4. Col ridimensionamento del Senato il risparmio non è di un miliardo come pubblicizzato da Renzi ma di appena 57,7 milioni secondo uno studio della Ragioneria dello Stato.
    5. Il bicameralismo perfetto non è lento e non ha nulla da invidiare a quello differenziato di altri Paesi. Lo dicono i numeri: https://gianfrancopasquino.wordpress.com/2016/06/03/qual-e-il-parlamento-piu-produttivo-i-numeri-della-produzione-legislativa-dei-parlamenti-democratici/
    6. Gli Stati Uniti hanno affrontato la grande recessione con interventi strutturali, senza mettere mano alla loro Costituzione "vecchia" di 229 anni e con lo stesso bicameralismo perfetto che c'è in Italia.
    7. Hanno firmato l'appello per il No tutti i più importanti e autorevoli costituzionalisti, dei più diversi orientamenti politici e culturali, fra i quali 10 presidenti emeriti e 10 vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale. Se nessun giurista di questo livello è presente nel comitato del Sì, un motivo ci sarà.

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  5. Finalmente posso salutare un Walter Tocci che riconosco. Ciao Walter grazie!

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    1. Anche io!
      Grazie Walter, aspettavo questo momento.

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    2. Anche io!
      Grazie Walter, aspettavo questo momento.

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  6. D'accordo al 100%, ma, per favore... SINE REGGE L'ABLATIVO. Potestas sine auctoritate. Scusate.

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    1. Giusta l'osservazione se W. Tocci avesse riportato l'intera frase in latino "Potestas sine autoritas" (certamente errata), ma W. Tocci scrive la frase in italiano usando "senza" e utilizzando i vocaboli latini al posto dei corrispondenti vocaboli italiani. In italiano i vocaboli "stranieri" inseriti nel testo non si declinano. Il "senza" ha lo stesso significato di "ma povera di" nella frase successiva che l'Autore usa: "infatti, è un'Assemblea dotata di potestas ma povera di auctoritas ", tutto al nominativo.
      Ma teniamoci al contenuto, che è più interessante.

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    2. Grazie Nando, in effetti ho usato il "senza" come dici tu; però ho corretto il testo inserendo il vocabolo italiano, perché ha ragione anche il nostro amico "unknown, che ringrazio.

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  7. Questo lungo ma interessante articolo di Walter Tocci è dedicato agli iscritti e agli elettori del PD, che ancora si illudono che questo sia il loro partito, nel quale hanno in passato creduto o che hanno votato. Buona lettura e riflessione

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  8. Caro Walter, ci siamo conosciuti in quel del Centro Storico di Roma Capitale e già allora ti dissi della mia sensazione sulle FORTE DERIVA del PD che dal mix di popolari, di socialisti & comunisti si è trasformato nel miglior alfiere del fallimentare neoliberismo tedesco oggi chiamato "Commissione UE".
    Come possiamo fidarci delle smodate smancierie offerte dal nostro tizio che non si è accorto dell'enorme potere politico che aveva e che ora sta perdendo giorno dopo giorno grazie alle sue cattive intenzioni rivolte agli italiani?
    Dietro la sua voglia di diventare il "padrone" d'Italia o di consegnare l'Italia ai 5S c'è in agguato il trattato di Lisbona oggi inefficace grazie all'ombrello offerto dall'attuale Costituzione ma domani? Mettendoci le mani non avrà più la stessa efficacia e i tedeschi già insistono, pretendono di farci consegnare la nostra SOVRANITA' NAZIONALE nelle loro mani, cosicché addio Italia!
    Sono d'accordo con te sul NO e sulla tua più che completa e precisa nota!

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  9. Come non essere d'accordo. Io penso che la nostra Costituzione sia saggia e giusta, fatta da veri Padri Costituenti, e che ha già subito modifiche peggiorative.
    No, voterò convintamente NO.

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  10. Ho letto con molta attenzione sia il testo che le annotazioni. Lunghe e varie sarebbero le osservazioni che si potrebbero avanzare al tuo lunghissimo,articolato e puntiglioso post. Ma è la chiusa che mi ha lasciato perplesso e interdetto "Sarebbe utile ritrovarsi in una dichiarazione comune e promuovere momenti di confronto e di approfondimento" appellandoti ad una lettura molto persona dello Statuto. E’ davvero singolare che tu non abbia compreso che più che dichiarazioni vi è una impellente e urgente necessità di dibattito interno, di dialogo, di udiscussione, di “accaniti” confronti tra tutti gli iscritti al PD sia quelli del SI che quelli del NO, nei circoli e in ogni altro conteso organizzativo. Altro che “ritrovarsi” per una dichiarazione comune di quelli che come te stanno facendo una scelta altra e diversa rispetto a quella del partito. La chiusa del tuo post mi ha fatto comprendere che sei un bravo scrittore, un fine ricercatore di biblioteca un raffinato studioso della sociologia parlamentare, ma un pessimo politico. Uno dei tanti, uno come tanti, uno a cui manca quel quid in più per essere un vero “oppositore” e un “produttore” di reali e possibili cambiamenti. Uno sterile e inutile post divenuto al suo primo apparire uno dei tanti vessilli contro il PD, la maggioranza dei suoi parlamentari e il governo. Se davvero pensi che la ragione stia dalla tua parte dovresti, oltre che scrivere post e lanciare appelli carbonari ,suggerire e proporre ciò che lo Statuto del PD afferma primi articoli che sono la quintessenza della sua mission: il dialogo, il confronto democratico spregiudicato e costruttivo nelle sue cellule primordiali che sono i Circoli. Questa è l’unica via per ritrovare lo spirito originario del Partito Democratico che mi ha spinto nel 2007 ad essere uno dei tantissimi "soci" fondatori

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    1. Caro Giorgio, devo farti una confessione, anche io sono insoddisfatto dei risultati, non riesco nel PD a essere né "oppositore" né "produttore", eppure continuo a sentirmi fondatore come te. Però, della mia vita di partito la cosa che amo di più è andare nei circoli a confrontarmi con la nostra gente; lo faccio spesso, è una cara attitudine che ho imparato in gioventù. Sarebbe stata davvero utile una discussione preliminare nei circoli sul progetto di revisione costituzionale, prima di approvarla in Parlamento. Lo chiedemmo in molti, anche diversi renziani, ma non se ne fece nulla. Ancora oggi sarebbe utile e aiuterebbe a rasserenare la discussione. Sabato scorso a una festa del PD a Reggio Emilia ho partecipato a un confronto tra le ragioni del SI e del No. A detta di tutti i partecipanti è stato un dibattito utile, appassionato e civile. E' un esempio della ricchezza che si può esprimere all'interno del PD se, pur rispettando la posizione della maggioranza, si apre un confronto anche con chi la pensa diversamente. Spero di incontrarti in qualche circolo per continuare la discussione.

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    2. caro Trevisan , io ho pensato a lungo prima di uscire dal PD , sono uno che non si fa trascinare dalla prima delusione o contrarietà e so, per lunghissima militanza a sinistra , che l'individualismo spinto non porta a niente. Per farla brevissima, non sono i principi dettati dai fondatori del PD che contesto, anzi, ma non ce la facevo piu' a stare insieme a tutta quella gente che corre dietro al capo come dei pecoroni,senza un minimo di senso critico, di autonomia di giudizio, di curiosità di appronfondire, di rifiutare gli slogans, ecc. ecc. ; siamo tra il fideismo e l'indifferenza, il tifo ed il piacere di stare dalla parte del piu' forte. Si sbaglia a pensare che il PD sia un'altra cosa e possa essere come noi vorremmo : invece è proprio quella roba lì ed anche moltissimi "dirigenti" sono di quella pasta. La cosiddetta sinistra interna ? Serve a reggere il moccolo , è il chierichetto che serve la funzione religiosa, funzionale a chi dice di contestare. Per esperienza vissuta personalmente .

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  11. Agostino Marrella1 agosto 2016 17:27

    Perché votare NO al prossimo referendum costituzionale?
    Per almeno 10 ragioni.

    1. L’attuale Costituzione non è superata: è ancora validissima, ma largamente inapplicata; è, peraltro, semplicemente falso che essa mai sia stata modificata perché è già accaduto 15 volte, ma mai in modo così indiscriminato ed invasivo.

    2. La maggioranza parlamentare che ha prodotto - anche con l'improprio, reiterato uso del “voto di fiducia” - lo stravolgimento dell’attuale Costituzione (modificandone ben 47 articoli, cioè oltre un terzo dei 139 totali) è frutto di meccanismi elettorali (leggasi “porcellum”) dichiarati incostituzionali (Sentenza della Consulta n. 1/2014).

    3. La “riforma” proposta è stata scritta “sotto dettatura” dell’Esecutivo con una evidente forzatura del principio della “separazione dei poteri” (proprio non dei regimi “bolscevichi”, ma liberali).

    4. Il propagandato superamento del bicameralismo paritario non diminuirebbe apprezzabilmente i costi del Parlamento e non semplificherebbe l’iter legislativo (nove i diversi procedimenti previsti).

    5. Il “nuovo” Senato sarebbe formato da 100 membri non eletti contemporaneamente all’elezione dei deputati, ma 95 (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) – che restano in carica per la durata del loro mandato territoriale - con una procedura a carattere regionale (ancora… da definire!) e 5 nominati dal Presidente della Repubblica; un’assemblea legislativa dalla composizione alquanto eterogenea e macchinosa, cioè.

    6. La “riforma” Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini è scritta malissimo (basta confrontarla con la sobrietà e la chiarezza della Costituzione vigente) e determinerebbe una conflittualità permanente fra organi e enti dello Stato (centrali e periferici).

    7. La “riforma” Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini diminuirebbe le possibilità di partecipazione politica diretta dei Cittadini (ad esempio, triplica da 50.000 a 150.000 le sottoscrizioni per i disegni di legge d’iniziativa popolare).

    8. La “riforma” Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini è già pessima di per sé, ma “combinata” con una legge elettorale (il cosiddetto “italicum”) ipermaggioritaria e fortemente limitativa della facoltà degli elettori di scegliere gli eletti, espropria, di fatto, la sovranità popolare (articolo 1 della vigente Costituzione) in favore di una minoranza politico-parlamentare che, grazie ad uno spropositato premio di maggioranza, potrà consentirsi una facile elezione del Presidente della Repubblica nonché dei componenti della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura; perdippiù tali scelte sarebbero fortemente condizionate dal Governo.

    9. La “riforma” Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini non è informata allo spirito progressivo (la democrazia in continuo divenire) dell’attuale Costituzione, ma è democraticamente regressiva: rafforza il potere centralistico dello Stato, limitando oltremisura la sovranità sui territori delle popolazioni in essi residenti.

    10. La “riforma” Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini costituirebbe, al di là del suo impianto formale, un'oggettiva mutazione della nostra Repubblica da parlamentare ad “esecutiva”: il Presidente del Consiglio - chiunque egli sarà - diverrebbe una sorta di dominus incontrastato e incontrastabile, attesa (si veda sopra) l’intrinseca debolezza del Parlamento, praticamente controllato dal Governo.


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  12. cari tutti, ho letto il più che ho potuto di quanto suscitato dal discorso di una persona seria, anzi serissima e responsabile, come walter tocci (di cui ad esempio stimo molto le posizioni espresse sull'università): non entro nel merito, qualche considerazione controcorrente, pur ammettendo di essere sensibile a molti dei dubbi sul sì, e al momento di non sapere decidermi ed anzi non sapere decidere il mio punto di vista su quali siano gli elementi sostanziali in base ai quali sia giusto decidermi ... Prima considerazione: se questo accade a me, bene o male educato ad un pensiero astratto, mi domando quanti elettori riusciranno mai ad avere bastevole competenza per decidersi (questo è un problema gigantesco persino a fronte di questioni serie come quelle che si vorrebbe risolvere con il voto referendario: un problema che trova del tutto e da tempo inoperanti e strumentalmente conniventi tutte le nostre istituzioni e tutti gli schieramenti politici e culturali, e che i media - non solo il loro regime di mercato ma anche i regimi che se ne servono - sfruttano invece che cercare di "bonificare". Seconda considerazione: la politica comporta non solo valori (quindi la loro difesa) ma anche uno sguardo sulle conseguenze che una scelta può avere nel futuro e in una direzione assolutamente contraria a quella voluta (le battaglie si fanno non solo quando si è sicuri di vincerle ma anche quando si è certi di poterle sfruttare, di potere dominarne lo conseguenze); io non vedo altro assetto governativo in grado di corrispondere ad un minimo di stabilità del sistema italia e penso che, per farlo saltare, si dovrebbe essere convinti di potere sostituirlo, rimpiazzarlo se non farlo evolvere, in tempi rapidi e sicuri. Si può ritenere sospetta e rozza la mia preoccupazione, ma mi ha colpito che tutte le voci in merito riescano a ragionare solo di questioni di principio, che tali potrebbero non essere solo se supportate dalla certezza di potere riuscire a tenere in qualche modo le redini della situazione, per quanto forse la "peggiore" tra le possibili altre situazioni mai realizzate o lasciate sfumare nel fallimento delle opposte fazioni in campo; c'è certezza di potere riuscire a tenere le redini di un potere debole e precario ma tuttavia così drammaticamente accerchiato dentro e fuori dei nostri confini nazionali. Insisto: non voglio convincere nessuno a condividere questi miei dubbi e la mia certezza che chi fa politica di professione non possa venire meno al primato della politica come potere, ma non credete tuttavia che le dichiarazioni per il no guadagnerebbero di molto se, invece di insistere sui soli principi ragionassero sugli scenari futuri? Chi si sente tanto forte da assumersi il compito di difendere la costituzione, perché non si sente in grado di esplicitare e affrontare la situazione a medio e lungo termine che richiederà una forza assai maggiore?

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    1. Caro Alberto, è un piacere risentirti, conservo un caro ricordo di quando venisti in Campidoglio a consigliarmi su come raccontare ai romani la politica dei trasporti. Ti ringrazio soprattuto per avere consegnato a questo blog i tuoi dubbi. Tocchi un punto cruciale, come possono i cittadini partecipare consapevolmente a decisioni tanto complesse. Qui la difficoltà non viene solo dalla complessità tecnica dell'argomento, ma ancor di più nella narrazione mitologica che lo sovrasta da oltre un trentennio. Al di là del merito, infatti, le riforme istituzionali hanno funzionato nel discorso pubblico come la metafora di un cambiamento generale del sistema politico. Il dispositivo ha funzionato in doppio senso: il ceto politico si è sottratto alle proprie responsabilità attribuendo le disfunzioni non a se stesso ma alle presunte inefficienze delle istituzioni; l'opinione pubblica, d'altro canto, ormai rassegnata per l'incapacità dei partiti nel rinnovarsi, ha sperato che almeno essi fossero incentivati a cambiare se stessi mediante la riforma istituzionale. Ma i fatti hanno cancellato le speranze. Da trent'anni si è cercato di garantire la stabilità mediante i marchingegni istituzionali: siamo passati dal proporzionale al maggioritario, quasi tutte le leggi hanno rafforzato i poteri del governo, il premierato assoluto è entrato già nella pratica prima di essere formalizzato. Se dopo questa terapia auspichiamo ancora la stabilità, vuol dire che non basteranno mai le riforme se non cambiano i soggetti politici. Se vince il No, la classe politica sarà inchiodata alle sue responsabilità, dovrà rinnovare se stessa e occuparsi dei problemi del Paese. Non staremo meglio di oggi, ma neppure sarà la catastrofe annunciata. Tuttavia, liberarsi dei falsi problemi e tornare alla realtà sarà già un passo avanti. Caro Alberto, dovresti coltivare il tuo dubbio, non soltanto per decidere come votare al referendum, ma più in profondità per mettere in discussione la narrazione delle riforme istituzionali. Conosci bene gli strumenti della decostruzione filosofica che sarebbero utili per spiegare lo strano caso dell'unico Paese occidentale ossessionato dalla sua Costituzione per un trentennio. Ci vorrebbe un Derrida per spiegare gli "spettri" che hanno sviato il discorso pubblico dalla realtà.

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  13. Tenere le redini della situazione, questo è il luogo che si è reso più vacante ormai da molti anni. E in questo solo punto ci si rivela ancora una volta sprovveduti e impreparati, Si dice un No carico di gravi inadempienze che si sono trascinate in tanti anni di indecisione nel continuo veto di smodati numeri di emendamenti che rendono farraginose e confuse qualunque decisione, e la burocrazia e i Ni sono la conseguenza principale, che svuotano di senso anche le idee più fattibili. Condivido il lucido discorso di Alberto Abruzzese e concludo con la sua domanda: « Chi si sente tanto forte (paladino impavido di una costituzione come religione [aggiungo io] ) da assumersi il compito di difendere la costituzione , perché non si sente in grado di esplicitare e affrontare la situazione a medio e lungo termine che richiederà una forza assai maggiore? »

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  14. La motivazione importante e decisiva per cui voterò si è che in abbinamento all'italicum questa riforma consente di sapere con chiarezza chi ha vinto le elezioni e sapremo con chiarezza chi governa senza tutti gli accordi e accordicchi a cui sono sempre stati costretti i governanti, la riforma consente di governare con più incisività ed evita l'intervento delle regioni in materie che devono essere assolutamente nazionali.....e poi togliere oltre 300 poltrone politiche è buona cosa.....ed è buona cosa abbassare gli emulumenti dei consiglieri regionali a quelli del sindaco del capoluogo......POI UNA COSA IMPORTANTE: PER LE MODIFICHE DEI VOSTRI SOGNI DOVETE TROVARE CHI E' D'ACCORDO CON VOI, CHE VI PIACCIA O NO QUESTA MODIFICA E' ARRIVATA FIN QUI, E ORA DECIDONO GLI ITALIANI.

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  15. Walter, tu dici: quale è il vero problema? Non è la velocità, ma la qualità. Vero. Ma lasciare il bicameralismo attuale peggiora la qualità. D'altra parte, veloci o no che siano, le leggi attuali sono a bicameralismo paritario.

    Il fatto che non commenti è questo: le leggi attualmente si discutono due volte. Certo, in qualche caso questo permette di accorgersi degli errori. Ma in realtà si inserisce una doppia negoziazione. Il procedimento legislativo dipende non da un serio dibattito parlamentare, ma il fatto che l'attuale classe politica, eletta con legge illegittima (da giudici nominati da un parlamento illegittimo...) e comunque che ha i problemi noti, pone due negoziazioni. Senza che sia nota in nome di quale costituency lo faccia (le costituency sono identitiche e cambia solo la legge elettorale).

    Non parlare di velocità quando si parla di bicameralismo: è un argomento farlocco, sia pro che contro.

    L'unico argomento che proponi è quello del nuovo procedimento legislativo. Ma non è che mi abbia convinto molto

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  16. Parte Prima

    Sollecitati, quasi sfidati, da una nostra lettrice, abbiamo studiato la complessa e articolata nota sul Referendum che Walter Tocci ha indirizzato agli iscritti al PD.
    Preliminarmente ci siamo chiesti se noi LIBERI PENSATORI, non iscritti né al PD, né ad altro partito, avessimo titolo commentarla anche perché è difficile, leggendola, evitare di porci domande su cosa significhi appartenere al partito che ha voluto la riforma.
    Per comprenderla sino in fondo dovremmo essere al corrente di quel che si è sviluppato sul tema all’interno del PD e dei gruppi parlamentari in questi ultimi due anni, mentre noi conosciamo solo quanto letto nei giornali: una sostanziale assenza di dialogo all’interno del Partito e, comunque, una non collaborazione da parte delle minoranza.
    La conferma che sia andata così potremmo trovarla nella distonia tra quanto affermato nel primo paragrafo della nota (“C’è pieno accordo tra noi sulla esigenza di riforma del bicameralismo”) e il resto del testo, sino alla dichiarazione che questa esigenza è al centesimo posto in una graduatoria di importanza.
    D’altra parte, tutta la nota è pervasa da una visione politica antitetica a quella dell’attuale governo e del segretario del Partito.
    Sembra di poter dire, sempre restando alla nota, che nessun contributo sia stato dato da Tocci e dai suoi compagni di corrente per correggere le deviazioni che denuncia, gli errori di sintassi, le molte asprezze del testo quando in Commissione i singoli articoli sono stati esaminati, parola per parola, così come mai ha stigmatizzato la presentazione di un numero abnorme di emendamenti con il fine dichiarato di non rendere possibile un dialogo sui contenuti.
    Ma sono solo illazioni. Tocci potrebbe risponderci che non è stato ascoltato e noi nulla avremmo da controbattere non conoscendo dal di dentro né le dinamiche del Partito né l’andamento dei lavori parlamentari.
    Stavamo quindi per non accettare la sfida della nostra lettrice quando, con una votazione a stretta maggioranza, abbiamo deciso di commentare solo la parte della nota direttamente connessa alla riforma, ovviamente sulla scorta delle considerazioni che abbiamo espresso nel nostro opuscolo “VOTIAMO SI O VOTIAMO NO?” pubblicato sulla pagina “liberi pensatori”.
    Sappiamo che così facendo limitiamo di molto l’incisività del nostro commento.
    Ci piace sottolineare, come prima cosa, l’assenza delle posizione settarie che si leggono in questi giorni sui social: complimenti al suo estensore, quindi, anche se in alcune parti dovremo dichiararci in disaccordo con lui.
    Nel primo paragrafo Tocci mostra la sua preferenza per l’abolizione totale del Senato o, in alternativa, nella sua trasformazione in una “Camera di Alta Legislazione” dedita alla produzione dei Codici.
    A parte il fatto che le due ipotesi sono tra loro fortemente contraddittorie, per quanto attiene alla seconda Tocci stesso ammette che nel centrosinistra vi è “una diffusa preferenza per il Senato delle Regioni”. In altri termini, Tocci ammette che non vi era la possibilità di approvare la sua proposta.
    La stessa considerazione può essere fatta quando Tocci invoca l’accorpamento delle Regioni più piccole o l’abolizione delle Regioni a statuto speciale (anche a noi sarebbero piaciute), pur sapendo che non si sarebbe trovata in Parlamento una maggioranza che le approvasse.
    Tocci sa che la politica è l’arte delle cose possibili ed incolpare il proprio partito per non avere ottenuto cose non si potevano ottenere a noi sembra polemica sterile.

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  17. Parte Seconda

    Sui temi esposti ci riferiamo a quanto espresso nel nostro opuscolo, a pagina 3:
    “NON siamo chiamati a dare la nostra opinione su quali sarebbero state le modifiche che avremmo voluto noi. Leggiamo e sentiamo dire “Sarebbe stato meglio che il Senato fosse stato abolito del tutto”, oppure, “Avrebbero dovuto dimezzare anche i deputati”, oppure “Non mi sta bene che i 100 nuovi Senatori abbiano l’immunità parlamentare”, o ancora “Le norme sono scritte male”, infine, “Avrebbero dovuto abolire le Regioni a Statuto speciale” e chi più ne ha più ne metta. A parte il fatto che a molte di queste affermazioni è possibile dare una risposta precisa, la scelta di voto deve essere fatta sul testo che ci viene proposto nella sua globalità, con i pregi e i difetti.”
    Confermiamo questa posizione che è L’UNICA POSSIBILE NEL MOMENTO DI UN VOTO REFERENDARIO, ma nel contempo evidenziamo che le soluzioni che Tocci propugna hanno il limite di far venire meno l’assemblea delle autonomie, cioè il Senato, particolarmente importante nel momento in cui molti dei poteri che prima erano affidati alle Regioni vengono trasferiti al centro.
    Qui sta la forza della nostra decisa contrarietà a proposte parziali alternative in questa fase, indipendentemente dallo loro valenza: il disegno riformatore può non piacere, e a chi non piace spetta tutto il diritto di votare NO, ma ha una sua omogeneità e un equilibrio di fondo.
    Tocci lamenta gravi confusioni terminologiche tra i testi degli articoli 55, 70 e 117 tali da essere potenziali cause di conflitti.
    Qui non ha tutti i torti, lavoro per i giudici costituzionali, che sono lautamente pagati per questo, non mancherà anche se sarà minore di quello determinato dalla riforma D’Alema con venti regioni in subbuglio. Va detto però l’obiettivo che si vuole ottenere è chiaro.
    Non ci trova d’accordo sulla presunta bontà della vecchia formula della legislazione concorrente. Ora la divisione dei compiti è netta e se il prezzo da pagare per una migliore efficienza del sistema Italia (si pensi alle infrastrutture e alle professioni, solo per fare due esempi) è il ritorno al centralismo statale può essere un prezzo accettabile. Chi non lo apprezzasse avrebbe un altro motivo per votare NO, l’opposto per color che lo apprezzassero. Sono sensibilità diverse tutte con diritto di cittadinanza!
    Riteniamo che Tocci dica bene quando lamenta l’enfasi del governo per la riduzione dei costi del Parlamento con la riforma: anche noi abbiamo scritto che non deve avere la benché minima importanza sulla decisione di voto che dovremo assumere, mentre ci permettiamo di dissentire sull’opzione di riduzione del numero dei deputati. Tocci sa benissimo che il lavoro principale dei deputati avviene nelle Commissioni e per coprire tutti posti, dando spazio alle minoranze, il loro numero non è eccessivo.
    Tocci lamenta una bulimia legislativa che è una pecca del nostro sistema, non da ora però. Altra cosa è la velocizzazione del processo decisionale data dal quarto comma dell’articolo 70. A nostro avviso è utile in un mondo sempre più competitivo che non aspetta i tempi della politica. In tre giorni si fanno leggi quando sono tutto d’accordo, e quindi nel caso di leggi a favore della casta, mentre sono 500 giorni che il ddl concorrenza è fermo, e gli imprenditori che da quel provvedimento molto aspettavano sono delusi.
    Ci sarebbero molte altre cose da dire ma ci fermiamo qua per non tediare troppo i lettori. Aggiungiamo solo una ultima considerazione. Da Tocci, che è uomo onesto, ci saremmo aspettati che dicesse anche qualcosa di buono che il suo partito ha fatto con la riforma: ha corretto la previsione che la maggioranza possa eleggere da sola il Presidente della repubblica, ha imposto che le leggi elettorali vengano preventivamente vistate dalla Corte costituzionale, ha contenuto gli scandalosi compensi per i consiglieri regionali, ha abbassato il quorum per i referendum abrogativi, obbligando i cittadini a non andare al mare ma di esprimersi. Sono spunti che potrebbero anche cambiare verso al giudizio sul voto da dare.

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  18. Chi fosse interessato al nostro opuscolo, può scaricarlo dal seguente link: https://www.dropbox.com/s/af1t1471oiwlu2w/Votiamo%20si%20o%20votiamo%20no.pdf?dl=0

    Siamo su Facebook: https://www.facebook.com/liberipensatori2016/?fref=ts

    Potete scriverci per commenti e per richiedere copia stampata dell'opuscolo a liberipensatori.2016@gmail.com

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    1. ERRATA CORRIGE
      LINK PAGINA FACEBOOK: https://www.facebook.com/liberipensatori2016

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  19. Perché votare NO: http://www.gildavenezia.it/costituzione/

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    1. PRIMA PARTE Una riforma ingannevole e contraddittoria: perché votare NO
      Questa modifica alla Costituzione è pericolosa perché ingannevole, contraddittoria e crea disequilibri tra i rappresentanti dell’Italia. Per comprendere i rischi di questa impostazione è necessaria una lettura degli Atti dell’Assemblea Costituente ( http://legislature.camera.it/frameset.asp?content=%2Faltre_sezionism%2F304%2F8964%2Fdocumentotesto%2Easp%3F ) e può essere utile il mio quadro sinottico interattivo (http://www.pieromorpurgo.com/Costituzione/index.html ).
      Una Costituzione molte volte innovata
      I dati e gli atti sono chiari: innanzitutto non è vero che la Costituzione è vecchia di 70 anni e che è ora di rinnovarla perché non è mai stata adeguata al cambiamento dei tempi.
      La Costituzione della Repubblica Italiana invero è stata modificata moltissime volte negli anni: 1948, 1961, 1963, 1967, 1989, 1991, 1992, 1993, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2007, 2012. Ecco smascherato l’inganno! La Costituzione del 1946 è già stata mutata in 15 casi. E sono state modifiche importanti: sul genocidio, sul numero di deputati e senatori, sull’abolizione della pena di morte anche in caso di guerra, sul diritto di voto dei cittadini italiani all’estero, sulla parità dei sessi nelle amministrazioni, sulle elezioni di Camera e Senato, sull’immunità parlamentare, sullo scioglimento delle Camere, sul processo penale, sulle città metropolitane, sul rapporto tra Stato e Regioni, sulla Corte Costituzionale, sul pareggio di bilancio.
      Un risparmio di 500 milioni? Falso! Lo dice la Ragioneria Generale dello Stato
      Dicono che si ridurranno i costi della politica e lo dicono sapendo di mentire perché la Ragioneria Generale dello Stato ha già informato la ministra Boschi che così non è.
      Al massimo si risparmiano 60 milioni:
      40 milioni circa dalla soppressione della diaria per i Senatori (ma qualcuno li dovrò poi rimborsare dei viaggi e dei soggiorni); 9 milioni circa dalla riduzione del numero dei Senatori; 8,7 milioni dalla soppressione del CNEL.
      Per tutto il resto la Ragioneria Generale sostiene che “i risparmi non sono quantificabili”.
      ( https://drive.google.com/file/d/0B8QPK86Y2VUoT3Q4dXlNLXAtYU0/view )

      Un itinerario tortuoso e cavilloso
      Nel leggere i lavori parlamentari (http://www.camera.it/temiap/2016/08/05/OCD177-2301.pdf) ci si accorge che la discussione è avvenuta in modo burocratico senza alcuno spessore culturale. Ben diversi furono i lavori della Costituente del 1946 quando i riferimenti alla cultura dell’Italia furono costanti e questi si intrecciarono con l’analisi delle istituzioni europee ed internazionali.
      Questa riforma, (consultabile agevolmente in http://www.altalex.com/documents/news/2016/04/13/riforma-costituzionale-il-testo) proposta dal governo e votata a colpi di fiducia da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, incrina la ‘rigidità’ della Carta prevista dai Costituenti che si soffermarono a lungo sul problema: in particolare alle pp. 135-137 della seconda sottocommissione del 15 gennaio 1947 era stato considerato anche l’obbligo di scioglimento delle Camere che avessero proposto modifiche alla Carta (http://legislature.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/II_Sottocommissione_I_Sezione/sed016/sed016nc.pdf).
      I Costituenti intendevano mettere in guardia da scelte affrettate e di corto respiro. Oggi avviene il contrario e i sostenitori del SI hanno 500.000 euro di finanziamento pubblico per sostenere le loro ragioni! Nulla spetta ai sostenitori del NO. Eppure il referendum non aveva bisogno di una raccolta firme perché era stato già richiesto dai parlamentari. Soldi buttati.

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    2. SECONDA PARTE Il suffragio diretto è, di fatto, abolito
      La “riforma” inizia dall’art. 55 che distingue le nuove funzioni di Camera e Senato; tuttavia non viene toccato l’art. 56 che fissa un principio che è salvaguardia della democrazia parlamentare per cui si afferma “la Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto” e che è ben enunciato all’art. 1.
      Questo principio del suffragio diretto per cui l’elettore sceglie direttamente il suo rappresentante è ampiamente disatteso sia nella “nuova” Costituzione sia nella legge elettorale: deputati capilista bloccati, senatori nominati, squilibrio tra numero dei deputati e dei senatori, possibilità di candidature multiple in più circoscrizioni.
      Un pasticcio dietro l’altro…
      Ingannevoli e poco trasparenti sono sia il nuovo art. 57 sia l’art. 63; nel primo caso i senatori nominati dalle Regioni decadono quando i relativi consigli regionali si sciolgono sicché avremo un Senato in continua metamorfosi, visto che è impossibile che tutte le regioni eleggano i loro rappresentanti nello stesso momento; nel secondo caso l’art. 63 rinvia a un successivo regolamento i limiti per diventare senatori: sembrerebbe ad esempio che i sindaci di grandi città non possano accedere al Senato con inevitabile conflitto costituzionale (perché il sindaco di Viterbo si e quello di Roma no?). Un pasticcio dietro l’altro. La semplificazione, tanto declamata, non c’è.
      La maggioranza detta le regole all’opposizione
      Ancor più ingannevole e contraddittoria è una Camera dei Deputati, eletta con premi di maggioranza con conseguenti disequilibri di rappresentatività, che regola le proprie attività come stabilito dal nuovo art. 64 in cui si legge: “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni”; si noti la violenza per cui una maggioranza detta le regole a un’opposizione. Questo principio non si ritrova nell’attuale regolamento della Camera (http://leg16.camera.it/application/xmanager/projects/camera/file/conoscere_la_camera/regolamento_camera_25_settembre_2012.pdf ), varato nel 1971 e più volte modificato, dove tutti i deputati sono considerati a un livello paritario e talora le opposizioni hanno una considerazione privilegiata come quando si scrive, all’art. 24 che: “la Conferenza dei presidenti di Gruppo riserva ai Gruppi appartenenti alle opposizioni una quota del tempo disponibile più ampia di quella attribuita ai Gruppi della maggioranza”.
      E ancor più preoccupante e illusorio è il “dovere” dei deputati di partecipare ai lavori parlamentari giacché, visto che non si prevede sanzione alcuna, è un vero e proprio miraggio.

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    3. TERZA PARTE Le stranezze dello stato di guerra
      Della riduzione dei poteri del Senato si è fatto gran vanto salvo poi scoprire che l’art. 70 e gli altri articoli ad esso collegati creano un intrico di procedure legislative in cui Senato e Camera hanno diritto a vicenda di intervenire sui lavori legislativi dell’altra camera. Questo è noto. Meno conosciuto è il nuovo art. 78 che assegna alla sola camera bassa la delibera dello “stato di guerra”, decisione che verrebbe presa a maggioranza assoluta; il che significa che -vista la legge elettorale- solo una parte prenderebbe una decisione così grave. Eppure sarebbe bastato scrive: a maggioranza di 2/3. Stride ancor di più il nuovo art. 60 che prevede solo per la Camera dei deputati la proroga in caso di guerra. Un altro pasticcio istituzionale: in caso di conflitto bellico l’Italia potrebbe dover rinnovare il Senato! Senato che non può esser sciolto dal Presidente della Repubblica che il solo potere di sciogliere la Camera (nuovo art. 88). Altra stranezza istituzionale.
      La non abolizione delle Province
      Del tutto illusoria è l’abolizione delle Province, che dovrebbe rappresentare uno dei tanti elementi del “risparmio sui costi della politica”, effettuata all’art. 114; questo perché a partire dalla legge 7 aprile 2014, n. 56 e dalla legge di stabilità 2015 non è stato risolto l’intrico normativo risultante da tale abolizione (si veda qui: http://www.leggioggi.it/2015/01/12/riordino-delle-province-schizofrenia-normativa/ con l’intervento di Valerio Onida).
      Il problema era ben noto all’Assemblea Costituente che il 29 luglio 1946 prefigurava, con Paolo Rossi, amplissime autonomie e flessibilità di bilancio. Il disastro annunciato, e in corso, è stato più volte sottolineato da Achille Variati (del PD), presidente dell’Unione Province Italiane (cfr. http://www.provincia.vicenza.it/focus/la-provincia-tiene-duro-e-investe ). I cosiddetti risparmi dei costi della politica non ci saranno; invece si moltiplicheranno i tagli ai servizi che dovrebbero garantire i diritti sanciti dalla prima parte della Costituzione.
      Il mito delle città metropolitane: un’altra elezione indiretta
      La questione si trascina dal 1990 e ha visto un intervento nel 2013 di censura della Corte Costituzionale. Le nuove istituzioni dovrebbero sostituire le Province e, in teoria, il nuovo consiglio metropolitano viene eletto a suffragio ristretto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della città metropolitana. Una soluzione pasticciata che, invece di incorporare i Comuni che ormai fanno parte del capoluogo in una sola grande istituzione, crea una struttura amministrativa ingovernabile, basti pensare che la città metropolitana di Torino ha 316 comuni e quella di Roma 121, ambedue corrispondono al territorio provinciale.
      Non c’è alcun risparmio, c’è un’elezione indiretta nociva per la democrazia. Le Province vengono sostituite dalle città metropolitane e il taglio di 350 milioni di euro non ci sarà. Non c’è alcuna semplificazione e meglio sarebbe stato che le grandi città che ormai inglobano i paesi confinanti costituissero un unico consiglio comunale per l’amministrazione di un territorio che ha gli stessi problemi.

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    4. CONCLUSIONI Ieri i Padri Costituenti: eleggere 300 deputati invece di 630!
      Il messaggio lasciato dall’Assemblea Costituente era, ed è, ben diverso. All’esame dello stato delle autonomie locali furono dedicate 34 sedute e, forse, la più interessante è quella del 29 luglio (http://legislature.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/II_Sottocommissione/sed003/sed003nc.pdf ). Allora Giovanni Conti (PRI) annotava che una volta assegnati poteri e autonomie a comuni e regioni sarebbe bastata una Camera di soli 300 Deputati (p. 27) il tutto accompagnato dalla denuncia di voler abolire l’Italia dominata dalle burocrazie! Si noti che tra il 1948 e il 1963 il numero era mobile, mentre era fisso il rapporto con la popolazione: un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000; poi la legge costituzionale n. 2 del 1963 ha fissato il numero di parlamentari: 630.
      Dal suo canto Giovanni Uberti (DC) si schierava contro il centralismo dello Stato e analizzava il funzionamento dell’Austria che, con una popolazione assai esigua, ha province e distretti chiosando “la burocrazia centrale è allarmata e armata contro le autonomie locali” (p. 25). I lavori erano stati introdotti da Finocchiaro Aprile (Movimento Indipendentista Siciliano) che ricordava le diverse tradizioni del Risorgimento da quella unitaria a quella federalista di Cattaneo. Per Egidio Tosato (DC) le province andavano mantenute, ma dovevano essere abolite le prefetture e Aldo Bozzi (PLI) condividendo la necessità delle autonomie locali avvertiva di non creare nelle Regioni un’altra forma di centralismo burocratico. Ruggero Grieco (PCI) condividendo gli altri interventi aggiunge che un errore della costruzione risorgimentale dello Stato unitario fu l’aver seguito esigenze economiche trascurando i problemi sociali un secolo “di successi, ed anche di sventure e di disastri” e che “il divenire dell’umanità non sarà nel ripiegamento delle Nazioni in sé stesse, ma nel loro aggruppamento” (p. 35). Umberto Terracini (PCI) concluse la giornata ipotizzando di affidare a Luigi Einaudi (Unione Democratica Nazionale) uno studio su pregi e difetti degli stati centralizzati e decentralizzati.
      La riunione era stata introdotta il 27 luglio da una relazione di Gaspare Ambrosini (DC) ove si sottolineava come le autonomie locali dovessero lasciare libere le Camere di lavorare per lo Stato. Sul tema era intervenuto Luigi Einaudi (http://legislature.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/II_Sottocommissione/sed002/sed002nc.pdf) rammentando: come lo Stato dovesse garantire ai comuni più poveri finanziamenti per garantire i diversi ordini di istruzione (oggi non accade) e come, su proposta di Olivetti, i comuni potessero raggrupparsi in “comunità” più ampie e di come fosse imprescindibile -sulla base dell’esperienza inglese ed elvetica- sottoporre a ispezioni esterne le realtà autonome.
      Oggi
      Le linee dei problemi e le loro soluzioni c’erano, e ci sono, nelle parole dei Costituenti. Oggi questa riforma: non abolisce il Senato, non abolisce le Province, non semplifica, non fa risparmiare. Si tratta di un testo scritto da una parte che scommette di vincere e si tratta di un testo che crea squilibri tra il governo che con il nuovo art. 117 inficia gran parte dei poteri delle autonomie regionali e locali, si tratta di un testo che prefigura una riduzione dei poteri delle opposizioni e quindi un’attività di governo pericolosamente autoritaria.
      Prof. Piero Morpurgo
      www.pieromorpurgo.com

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  20. Commenti oltre le 3 righe sono penosi

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  21. Walter hai pagato la tua condanna... in politica ci sai da 40 anni non ti vergogni...

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  22. Un politico che non si (pre)occupa delle conseguenze delle sue scelte deve lasciare il posto.Lei contribuirà al rafforzamento delle forze anti euro e,con il pd frantumato,anche alla rinascita della destra.Bravo tafazzi

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  23. Illustre Senatore, io pensavo di aver trovato la frase risolutiva per definire in quattro parole l'inutile riforma e mi ero agganciato al famoso e sbrigativo "E'una cagata pazzesca!" di fantozziana memoria;però devo riconoscere che il suo "Soluzione senza il problema" oltre che più elegante è l'espressione più azzeccata dell'intera campagna referendaria. Cordiali Saluti!

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  24. Sono i governanti che devono con la politica correggere i difetti dell'ordinamento. Giusto, ma lei dopo quarant'anni in cui ha coperto tutti ruoli in tutte le istituzioni in che modo a contribuito a migliorarle? Non sarebbe ora di ritirarvi in buon ordine lei, i D'Alema i Bersani, invece di votare contro il partito che l'ha fatto eleggere senatore con i nostri voti? Ai bei tempi del PCI vi avrebbero, giustamente, cacciati fuori.

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