sabato 9 marzo 2019

Per il compleanno del quartiere Trieste-Salario

A Roma comincia a diffondersi un'informazione di quartiere. Anche al Trieste-Salario, dove abito, si è affermato un giornale ben fatto e ricco di notizie: Roma h24 Trieste-Salario. In occasione del centenario della posa della prima pietra, il 28 Febbraio del 1928, ho scritto un editoriale che potete leggere di seguito oppure direttamente nell'edizione digitale del giornale.

Buon compleanno al nostro quartiere. Per convenzione nasce nel 1926, ma i caratteri migliori sono concepiti molto prima, negli anni del sindaco Nathan, da due uomini del Nord innamorati di Roma, altro che leghismo: Eduardo Sanjust di Teulada viene da Milano ed elabora il miglior piano regolatore della storia moderna, inventa il paesaggio dei villini e imposta l'equilibrio dell'impianto urbano. Giovanni Montemartini - socialista di Pavia e teorico delle aziende municipalizzate - sviluppa la rete tranviaria come struttura della città. Proprio per consentire al tram l'inversione di marcia, Piazza Verbano assume quella forma rotonda e accogliente che ne fa uno dei luoghi più belli.

Al Trieste-Salario ci sono le testimonianze di tutte le epoche, perfino della preistoria, ma si tratta di singoli siti, mentre per la forma urbana è il quartiere più rappresentativo della Roma del Novecento. Però a modo suo, prendendo lo spirito innovativo della prima parte del secolo e risparmiandosi le sciagure speculative della seconda parte.

A modo suo è anche un quartiere storico: più delle res gestae qui è la vita quotidiana a fare storia. E quindi possiamo riscriverla liberamente in base ai nostri ricordi.


Quando arrivai nei giorni delle Olimpiadi ero un bambino di una famiglia contadina venuta a cercare fortuna. Non avevo mai visto una città. Forse oggi non si può comprendere quale distanza mentale ci fosse allora rispetto alla vita di campagna. Fui affascinato ma anche turbato. Leggendo i cartelli "Divieto di affissione" temevo che fosse vietato tenere lo sguardo fisso su quei muri, e cercavo di sottecchi di vedere cosa ci fosse di tanto grave. Oggi mi chiedo se lo studio della città che mi ha accompagnato nella vita non sia stato un'inconsapevole sublimazione di quel trauma infantile.

Forse per la mia origine, tra le due strade che delimitano il quartiere amavo di più la Nomentana. È l'unica consolare con un doppio volto: un viale dal forte carattere urbano, con le sue quinte maestose da boulevard, e allo stesso tempo una via di fuga che annuncia già nel suo aspetto, con i grandi parchi e l'assenza di piazze e di negozi, il paesaggio della campagna.

Sono affascinanti i ricordi dell'adolescenza: perdere tempo nelle strade profumate dagli alberi in fiore, giocare a Villa Ada fino allo sfinimento, chiacchierare con gli amici del muretto di S. Saturnino.

E poi venne l'impegno sociale. Credo di essere entrato in quasi tutte le case del quartiere con i volontari dell'Azione Cattolica di S. Saturnino per raccogliere la carta e poi rivenderla per costruire una scuola in Camerun. Da quel trainare il carretto della carta è cominciata la scelta per la politica che dura fino a oggi.

Poi ho lasciato il quartiere, per avvicinarmi al lavoro, ma sono tornato in età matura, seguendo il richiamo del luogo dell'anima. Non credo di aver perso molto, negli anni Ottanta il Trieste-Salario ha vissuto una fase depressiva, mentre oggi l'ho ritrovato molto più brillante. È pieno di giovani che lo trasformano con i loro stili di vita. Ci sono persone e imprese che inventano nuovi servizi e riscoprono luoghi. La cura della vita di quartiere compensa la difficoltà di vivere la città intera.

Quando attraverso piazza Annibaliano mi fa disperare il tecnico che ha disegnato solo le rotonde per le automobili, senza pensare ai pedoni. Però nell'area verde si è formato un tratturo che consente di andare a prendere la metropolitana. Non lo ha deciso nessuno, tante piccole iniziative individuali, senza parlarsi, hanno trovato una sintonia fino a solcare lo stesso percorso. È un piccolo esempio di intelligenza sociale.

E di mettere a frutto tale risorsa avrebbe bisogno il governo della città. A tal fine aiuterebbe la trasformazione degli attuali municipi in veri e propri comuni. La riforma farebbe bene anche al vecchio Comune di Roma, che si libererebbe dell'amministrazione locale per concentrarsi sui grandi problemi strutturali unificandosi con la Città Metropolitana. Si può fare, ci sono i progetti di legge, aiuterebbe Roma a rialzarsi.

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