mercoledì 14 aprile 2021

Non mancano i soldi per migliorare la capitale

Che Roma non si possa governare per mancanza di soldi è un piagnisteo molto diffuso nel discorso pubblico. Ad alimentarlo contribuiscono proprio i politici più inadempienti, che cercano così di nascondere le proprie responsabilità. D'altro canto i media non svolgono inchieste documentate e si occupano solo degli sproloqui politici o delle voci sulle candidature.

Emblematiche sono le occasioni mancate negli investimenti per i trasporti

1) Nel 2017 sono stati stanziati dallo Stato ben 425 milioni di euro per la manutenzione straordinaria delle metro A e B e per l'acquisto dei nuovi treni. L'amministrazione comunale non ha saputo investire neppure un euro, proprio mentre chiudevano le stazioni e si bloccavano le scale mobili.

2) Il governo Gentiloni ha istituito nel 2018 un bando annuale per il finanziamento della cura del ferro nelle grandi città italiane. Nelle prime due annualità l'amministrazione capitolina non ha presentato progetti di nuove metro, a differenza di altri grandi Comuni, e di conseguenza ha ottenuto solo il 12% del fondo nazionale, mentre a Torino è andato il 22% e a Milano il 43%. Se avesse presentato i progetti preliminari - già studiati dagli uffici tecnici - dei prolungamenti delle linee A e B avrebbe sicuramente ottenuto una quota maggiore delle risorse nazionali.  

3) Di solito il CIPE finanzia il proseguimento delle opere già in cantiere. Mentre era in costruzione il lotto della metro C da S. Giovanni al Colosseo si poteva ottenere il finanziamento del successivo tratto nel centro storico, almeno fino a Ottaviano e poi allo Stadio Olimpico. Era necessaria una richiesta dell'amministrazione capitolina, corredata di un progetto preliminare, secondo le procedure vigenti. In tal modo sono stati finanziati i prolungamenti a Milano e a Napoli. Invece, in cinque anni la sindaca Raggi non ha presentato al Ministero dei Trasporti i progetti dei successivi lotti della metro C, pur avendo ricevuto circa 10 milioni dal fondo nazionale per l'attività di progettazione. Per coprire l'inadempienza alla fine del 2000 ha fatto presentare però un emendamento ai suoi parlamentari, chiedendo tre miliardi nella legge di bilancio. Sapeva benissimo che non poteva essere approvato in assenza di un progetto, ma è servito a inscenare una protesta demagogica contro lo Stato che trascura la capitale. I parlamentari del PD, purtroppo, hanno avallato la manovra, invece di spiegare all'opinione pubblica che per finanziare la metro C non servono gli emendamenti demagocici, ma ci vogliono i progetti fattibili. 

Non solo rimangono inutilizzati i finanziamenti disponibili nei fondi statali, ma il Comune non è in grado di investire neppure le risorse del proprio bilancio. Come si vede nella figura seguente, il livello degli investimenti possibili ma non realizzati è cresciuto fino a raggiungere 824 milioni. Sarebbero sufficienti, ad esempio, per finanziare con le sole risorse comunali il prolungamento della metro A da Battistini a Torrevecchia e della metro B da Rebibbia a Casal Monastero. 




Il crollo degli investimenti pubblici è la causa principale della crisi degli ultimi dieci anni: le occasioni perdute, il collasso delle manutenzioni, la fragilità del territorio, gli autobus in fiamme e i rifiuti per strada ecc. Il confronto  con le altre città sugli investimenti procapite è allarmante: 

Roma 67, Firenze 309, Napoli 290, Milano 276, Torino 221, Bologna 128 euro/abitante (bilanci consuntivi 2018).

L'incapacità di investire le risorse dipende soprattutto dall'indebolimento degli uffici tecnici comunali, ormai depauperati di professionalità nella progettazione e nella pianificazione. Sono in sofferenza anche le strutture ingegneristiche nel settore dei trasporti: l'Atac è stata collocata, senza alcuna reale necessità, in procedura fallimentare e non riesce a eseguire gli appalti; la società Roma Metropolitane è in liquidazione proprio mentre dovrebbe sfornare progetti per le infrastrutture. 

C'è però una seconda ragione tutta politica nel crollo degli investimenti, e richiede una breve spiegazione storica.

In questo mandato della sindaca sono state realizzate opere per 200-300 milioni l'anno, mentre con i sindaci del consenso, Rutelli e Veltroni, si raggiungeva circa un miliardo l'anno. 

Quei forti investimenti per la città vennero raccontati come "buco" di bilancio, dalla sciagurata campagna di Alemanno che convinse ampi settori dell'opinione pubblica, avvalendosi della superficialità di gran parte dei media. La menzogna servì a giustificare l'accordo della "pajata" con Tremonti, Bossi e Polverini, in base al quale si modificò la struttura del bilancio comunale. Si spostarono ingenti risorse dagli investimenti alla spesa corrente per consentire al sindaco appena eletto di consolidare il consenso foraggiando interessi corporativi e sussidi discrezionali. Le amministrazioni successive non sono più riuscite a modificare quella struttura di bilancio.

Infatti i dati del consuntivo 2018 confermano l'anomalia tutta romana di una quota del 4% di investimenti rispetto alle spese totali, molto più bassa rispetto alle altre città:

Roma 4%, Napoli 20%, Firenze 17%, Torino 14%, Milano 12%, Bologna 9%.


Tuttavia, l'incapacità attuativa dell'amministrazione oggi pesa anche sulla spesa corrente. Nel consuntivo del 2018 emerge un residuo non speso di ben 545 milioni. Si tratta di una somma ingente; per esempio corrisponde grosso modo al livello della spesa sociale di un anno. Possiamo immaginare, quindi, quanti servizi aggiuntivi per i cittadini e le persone bisognose si potevano erogare se ci fosse stata un'amministrazione capace di attuare le previsioni.

Infine, bisogna smentire un altro luogo comune sui presunti svantaggi che la città sopporterebbe per la funzione di capitale. Si citano di solito le spese per le manifestazioni, la vigilanza, i trasporti e la nettezza urbana, ma sono ampliamente coperte dall'apposito fondo statale: una volta era di soli 30 milioni, poi per merito delle amministrazioni di centrosinistra è stato innalzato a 540 milioni, una somma ritenuta congrua dagli stessi uffici comunali. 

Inoltre, se si considerano tutte le voci dei trasferimenti sia statali sia regionali il finanziamento della capitale risulta superiore a quello delle altre città italiane. Ecco i valori procapite:

Roma 334, Milano 329, Torino 232, Napoli 172, Bologna 149, Firenze 116.


Addirittura il vantaggio della capitale è maggiore di come appare in questi numeri se si considerano due anomalie: a) la Regione Lazio finanzia i trasporti romani molto meno rispetto a quanto facciano le altre regioni con i rispettivi capoluoghi. Ciò significa che nel valore totale di 334 euro/abitante il contributo dello Stato è relativamente ancora più alto; b) l'amministrazione comunale riceve, tramite la gestione commissariale dei vecchi mutui, un finanziamento aggiuntivo di circa 300 milioni, che non appare nel dato procapite di 334 euro.

Infine, anche le entrate provenienti da tributi e tariffe sono molto alte: le aliquote Irpef e Imu raggiungono i livelli massimi e la Tari è stata aumentata del 25% ai tempi di Alemanno.

A fronte di cospicui prelievi sui redditi familiari la qualità dei servizi diventa sempre più scadente. Anche da questo punto di vista si conferma che non è un problema di disponibilità delle risorse, ma di una drammatica incapacità di gestire con efficacia i soldi dei cittadini.

Ho trattato questi argomenti nell'ultimo capitolo di Roma come se, in particolare nel paragrafo "Non è un problema di soldi". A suo tempo mi sono avvalso di alcuni appunti che generosamente mi ha preparato Marco Causi, il quale ora li ha sviluppati in un saggio che tratta organicamente la questione. Si intitola Il bilancio del Comune di Roma e la città ed è stato pubblicato nel sito dell'Associazione Roma Ricerca Roma. Ne consiglio la lettura a chi vuole saperne di più.

Approfondire questo aspetto paradossale della crisi di Roma è molto importante. Mettere in evidenza le tante risorse non spese serve a togliere alibi agli amministratori inadempienti. E nel contempo aiuta a focalizzare i nodi da sciogliere nel prossimo confronto elettorale.  

Il prossimo Sindaco dovrà risolvere due problemi urgenti e in un certo senso preliminari allo svolgimento del programma di governo. 

In primo luogo dovrà innalzare l'efficacia della spesa per migliorare la qualità e la quantità dei servizi, mettendo a frutto non poche risorse che il Comune riceve sia dai cittadini sia dallo Stato.

In secondo luogo dovrà potenziare la capacità attuativa dei programmi di spesa e di investimenti. Non solo per utilizzare i fondi già disponibili, ma sopratutto per preparare l'amministrazione a impegnare le risorse che verranno dall'Europa con il programma Next Generation Eu. Con esse si potranno risolvere i vecchi squilibri e avviare una nuova prosperità civile, culturale ed economica. Un'occasione storica che la città non può mancare.



1 commento:

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