venerdì 2 gennaio 2026

La magia del piano inclinato di Piazza Augusto Imperatore

Il giornale dell'Architettura ha pubblicato questo mio articolo a commento dell'opera di Francesco Cellini nella nuova Piazza Augusto Imperatore.


Come tutte le architetture ben riuscite, la nuova piazza Augusto Imperatore si comprende meglio per esperienza diretta piuttosto che per astratti ragionamenti. Consiglio a chi non l’avesse ancora vista di osservarla dall’elegante salita/discesa che congiunge il livello urbano con quello alla base del maestoso Mausoleo di Augusto. Se ne ricavano, a mio avviso, suggestive visioni in entrambe le direzioni. 

Salita e discesa

La discesa sembra invitare il visitatore a lasciarsi alle spalle il moderno per recarsi verso il monumento, offrendo un’insolita accoglienza priva di ostacoli, recinzioni e bigliettazioni. Un dolce piano inclinato connette il livello archeologico e quello urbano assicurando la continuità dello spazio pubblico, che per una volta si afferma come il principe regnante in città, dimenticando le sopraffazioni e le lacerazioni di cui è vittima nell’ordinaria incuria romana.

Nella sua semplicità la discesa esprime l’essenza della Prossimità dell’Antico, da intendere sia in senso spaziale, come accessibilità confidenziale al monumento, sia in senso storico, come rielaborazione contemporanea della memoria plurimillenaria.

Al contrario, lungo la salita l’antico prorompe dal basso verso l’alto e genera una nuova significazione dell’incredibile caleidoscopio delle circostanti architetture moderne. Le chiese barocche ritrovano un contesto urbano nel quale esprimere di nuovo la propria solennità, che prima era come repressa dalla perdita di senso della piazza. L’architettura di Richard Meier trova dopo un ventennio la sua proiezione urbana, che pure aveva annunciato con perentorietà, ma era rimasta una promessa non mantenuta. Perfino le grandi statue di San Carlo e Sant’Ambrogio sembrano ricominciare a discorrere con gli altri monumenti. 

Infine, la quinta quadrata delle architetture di Vittorio Morpurgo, che è rimasta estranea al cerchio antico del Mausoleo nella lunga fase della travagliata attuazione e poi nella rapida decadenza della piazza nel dopoguerra, oggi si scrolla di dosso l’aria tristanzuola e trova una sua qualità nella misura e proporzione con il contesto.

Anzi, la nuova dialettica delle geometrie tra il cerchio antico e il quadrato moderno, finalmente connesse da uno spazio pubblico obliquo, eleva l’opera di Morpurgo tra le esperienze significative dell’architettura romana degli anni Trenta.

Oggi siamo in grado di apprezzare meglio quella stagione, poiché ci siamo liberati dai malintesi sia delle nostalgiche esaltazioni fasciste sia delle malriposte esecrazioni antifasciste. Ad adiuvandum, forse vale la pena ricordare che la qualità architettonica di quel decennio, pur nella varietà di tendenze dal razionalismo al classicismo littorio, scaturiva, almeno in parte, dalla necessità di coniugare l’estetica moderna con il perturbante delle rovine. Tale tensione ha generato una modernità inquieta vocata a contenere la potenza delle astratte geometrie novecentesche con il memento mori della potenza imperiale antica, qui rappresentata al suo vertice storico e monumentale dal Mausoleo di Augusto.