giovedì 12 giugno 2014

Libertà dei parlamentari, garanzia per i cittadini


Non avrei mai creduto di essere costretto ad autosospendermi dal Gruppo Pd al Senato. Siamo quattordici senatori ad aver espresso in questo modo lo sdegno verso la sostituzione dei colleghi Chiti e Mineo dalla Commissione Affari costituzionali. Ad annunciarlo in aula a nome di tutti è stato il bravissimo collega Paolo Corsini con un'appassionata citazione di padre Bevilacqua: "Le idee valgono per ciò che costano e non per ciò che rendono".

Mi sembra di vivere un mondo a rovescio. In passato mi sono trovato spesso a denunciare queste prepotenze quando accadevano nel campo dei nostri avversari politici e mi sono sempre rallegrato di far parte di un partito democratico che pur con tanti difetti era comunque il più aperto alla discussione. Ora è un grande dolore ammettere che rischia di assomigliare agli altri.


giovedì 8 maggio 2014

Il voto in Senato sul decreto del lavoro


Non condivido il decreto sul lavoro approvato ieri in Senato. Non potendo smentire la decisione favorevole del mio Gruppo ho scelto di non partecipare al voto. L’indegna bagarre scatenata dal gruppo 5 Stelle occupa lo spazio mediatico e rende più difficile una discussione serena e di merito. Anche per questo sento il bisogno di chiarire le mie motivazioni. 

Avevo sperato che il Jobs act di Matteo Renzi potesse davvero cambiare verso, ma purtroppo è stata una promessa mancata per almeno tre motivi.

a) Il contratto a tutele crescenti e sostitutivo delle forme precarie doveva superare il fossato tra garantiti e non garantiti. E invece il decreto rende il contratto a termine lo strumento quasi esclusivo per i giovani, aggravando una tendenza già in atto. Viene cancellato l'obbligo per l'imprenditore di motivare le ragioni dell'assunzione temporanea e quindi viene impedita qualsiasi forma di controllo. D'altro canto, in caso di violazione del massimale di contratti a termine presenti in azienda ci sarà solo una multa, perché è stato cancellato - come ha voluto Sacconi - l'obbligo di trasformazione in contratto a tempo indeterminato. Eppure questa sarebbe la basilare configurazione di un rapporto di lavoro, secondo una precisa direttiva europea che viene elusa palesemente.
Si è rinviato il contratto unico ad un decreto legislativo da approvare nei prossimi anni. Come ha osservato Tito Boeri il decreto di oggi vanifica la futura riforma, perché le imprese avranno interesse a utilizzare queste norme invece di quelle che offriranno eventualmente più garanzie ai lavoratori.

mercoledì 7 maggio 2014

Jobs act, prima e dopo



Jobs act e decreto lavoro. Il primo, annunciato da Matteo Renzi, prometteva una piccola rivoluzione; dare priorità al lavoro, riconoscerne la dignità, semplificare norme e leggi per favorire l’impiego, investire sulla qualità del lavoro.

Il decreto lavoro invece, si limita a intervenire sui contratti a termine e apprendistato. Anziché semplificare, lo fa in modo minuzioso e dettagliato, tanto da incanalare il dibattito parlamentare esclusivamente su aspetti come la durata dei contratti a termine o il numero delle proroghe, sulla forma scritta o orale dei piani formativi per l’apprendistato e le quote di assunzioni vincolanti. Nel decreto si ripete così, ancora una volta, lo stesso errore che hanno compiuto per anni i governi di centro-destra, nell'idea che abolire le tutele giuridiche previste a difesa dei lavoratori accresca la competitività delle imprese sul mercato.

In questo modo si snatura la proposta originaria. Con la disoccupazione che supera il 12% e quella giovanile che è addirittura doppia, non si può aver paura della flessibilità, ma, se non bastasse l'esperienza degli ultimi anni nel nostro Paese, ci sono Spagna e Grecia a dimostrarci che l’apertura generalizzata al lavoro precario e senza vincoli conduce a percentuali insopportabili di disoccupazione che non accennano a diminuire. Noi vogliamo stare in Europa e non farci confinare in un Europa di serie B. 

venerdì 25 aprile 2014

Cambiare verso alle riforme istituzionali per approvarle


Discorso alla Commissione Affari Costituzionali del Senato del 23 Aprile 2014. Potete anche leggere l'intero dibattito in Commissione.

Se Obama andasse in televisione ad annunciare la presentazione di un disegno di legge per cancellare il Senato e minacciasse di dimettersi in caso di mancata approvazione entro le prossime elezioni di medio termine chiamerebbero l’ambulanza o attiverebbero l’impeachment.
Noi invece passiamo agli emendamenti, alle chiose, alle precisazioni e ci riuniamo in seduta notturna per fare presto, per approvare la legge entro le prossime elezioni che tra l’altro dovrebbero riguardare il confronto sui programmi per l’Europa.
Tutto ciò viene presentato come la modernità, ma a me pare il rigurgito di un vecchio provincialismo delle classi dirigenti italiane che non hanno mai avuto l’orgoglio delle proprie istituzioni.

venerdì 11 aprile 2014

Il punto sui disegni di legge costituzionale


Il mio disegno di legge costituzionale per un bicameralismo delle garanzie è stato appena pubblicato. Potete consultarlo sul sito del Senato qui.

Questo disegno di legge definisce in un testo normativo l'approccio che avevo già delineato da queste parti in un post di febbraio.

Successivamente è maturata una convergenza di opinioni tra diversi colleghi e abbiamo elaborato e sottoscritto un altro testo, a prima firma Vannino Chiti, che è oggi uno dei punti di riferimento nel dibattito parlamentare.



mercoledì 26 marzo 2014

Servire, non servirsi


Articolo pubblicato su L'Unità del 26 Marzo 2014.

Il nesso tra legge elettorale e nuovo Senato è discusso con preoccupante superficialità. Se ne fa una questione di calendario, senza badare alla sostanza. L'Italicum consente a una minoranza sostenuta dal 20% degli aventi diritto al voto di arrivare al governo, potendo contare su deputati non scelti dagli elettori e non avendo risolto il conflitto di interessi, con la strada aperta al Quirinale e a modifiche più gravi della Costituzione. 
Si tratta di un worst case scenario, certo, che potrebbe diventare un presidenzialismo selvaggio senza bilanciamenti se si indebolisse anche la funzione politica del Senato facendone il dopolavoro degli amministratori locali. Il capo del governo non avrebbe difficoltà a concedere qualcosa agli interessi locali per ottenere il consenso dei nuovi senatori non eletti direttamente dal popolo e quindi sprovvisti delle garanzie dell'articolo 67 della Carta. Non avrebbero, infatti, la libertà di mandato e non rappresenterebbero la nazione intera, poiché sarebbero obbligati all'indirizzo di governo dell'Ente di provenienza, come ammette in parte il testo del governo.

Se si insiste con l’Italicum – si spera con qualche miglioramento - ci serve un forte Senato delle garanzie che, in regime bicamerale, si occupi di alta legislazione, della Costituzione, dei Codici dei diritti fondamentali, dell'ordinamento istituzionale e del controllo dell'attività statale. Funzioni tanto delicate richiedono l'elezione da parte dei cittadini con un’apposita legge elettorale non finalizzata alla governabilità, perché in questa assemblea mancherebbe il voto di fiducia; sarebbero inoltre dimezzati il numero di senatori e le rispettive indennità. Si passerebbe dal bicameralismo perfetto al bicameralismo delle garanzie con una chiara distinzione di compiti, alla Camera il governo del Paese e al Senato l'attuazione dei principi costituzionali.

venerdì 21 marzo 2014

L’eredità di Berlinguer


Ieri sono stato a vedere Quando c'era Berlinguer, film diretto da Veltroni. Per me è stata un'occasione per ricordare, riflettere e anche un po' commuoversi. Al tempo stesso non dobbiamo esagerare con la nostalgia; fare onore alla grande personalità politica di Berlinguer vuol dire anche compiere un'analisi critica della sua opera. Ho provato a farlo nel mio libro, Sulle orme del gambero, nel contesto di una riflessione di lungo periodo sul Pci e sui limiti della mia generazione. Colgo l'occasione per proporvi di seguito un brano del libro (p.50) dedicato a Enrico.

*
Mi è capitato di perdere il saluto di cari compagni, solo perché a una festa dell’Unità ho accennato a un’analisi critica dell’opera di Berlinguer. La riprendo qui, cercando di capire perché nei primi dieci anni dopo la morte fu dimenticato e poi via via è cresciuto un ricordo sempre più struggente. Il suo mondo non esiste più, ma la figura si ingigantisce. C’è una pienezza di Berlinguer che trabocca il suo tempo e arriva a noi e ci rinfresca. C’è una penuria nostra che spinge a ricordare, a fare esodo dal nostro tempo, come il nomade che cerca l’acqua nel deserto. È lui che viene a noi o siamo noi che andiamo verso di lui? 

Nel suo stile c’era qualcosa che andava oltre, come nella famosa intervista di Minoli in cui confessa quanto lo disturbi lo stereotipo di uomo triste e nel dirlo prorompe in un sorriso timido e imprevisto, l’immagine più cara che conservano quelli della mia generazione. Nessun altro leader ha suscitato sentimenti tanto delicati.


venerdì 14 marzo 2014

Vita politica e robotica istituzionale


Tramite le astensioni e i voti per Grillo, la metà del popolo italiano ha manifestato il suo disprezzo nei confronti del sistema politico. Eppure la legge elettorale appena approvata alla Camera non solo trascura questa grave frattura, ma addirittura la allarga. 

Per compensare i voti mancanti, ricorre infatti a curvature maggioritarie che deformano la rappresentanza fino ai limiti della legittimità costituzionale, e alla lunga riducono ulteriormente il consenso verso il sistema politico. Le soglie del 4,5% e dell'8% possono impedire la rappresentanza parlamentare a 5-10 milioni di elettori pur disposti – ancora - a votare per i partiti. Oppure, proprio perché sono soglie molto alte, possono dissuadere la presentazione di liste che otterrebbero milioni di voti. In entrambi i casi il sistema prescelto peggiora le cose perché riduce la parte attiva degli elettori, accrescendo invece quella del rifiuto anche oltre il 50%. 
Una democrazia più che dimezzata è esposta agli assalti dei suoi nemici. La maggioranza assoluta viene regalata alla coalizione che arriva al 37% utilizzando anche i voti di piccoli partiti non rappresentati in Parlamento. Il partito principale potrà vincere con una percentuale ancora più bassa, ad esempio del 25%. Tenendo conto dei non votanti, stiamo parlando di meno del 20% del corpo elettorale effettivo.


giovedì 6 marzo 2014

Se Roma fosse una Regione


Articolo pubblicato sul quotidiano L'Unità del 6 Marzo 2014. 
È capitale la crisi della capitale. La reputazione di Roma si è consumata, le istituzioni sono state commissariate e la cittadinanza è rimasta attonita. Un decreto che mette una pezza sui conti serve a poco se manca un progetto per il futuro. Occorre una scossa, una coraggiosa riforma.
Il punto di partenza sarebbe l’eliminazione del Comune di Roma. Alemanno ne ha demolito le strutture portanti mentre all’esterno sostituiva le insegne con quelle di Roma Capitale. Ma già da tempo l’amministrazione capitolina è obsoleta, perché troppo grande e insieme troppo piccola. È troppo grande per il governo di prossimità dei servizi ai cittadini e della vita di quartiere, ed è troppo piccola per il governo dei processi ormai dilagati a scala regionale, nella demografia, nell'economia, nei trasporti, nell'ambiente e nell'urbanistica. La dimensione locale dovrebbe essere affidata agli attuali Municipi, trasformandoli in Comuni in grado di rispondere direttamente ai cittadini senza perdersi in rimpalli di competenze. L’area più vasta dovrebbe essere governata esclusivamente dalla Città Metropolitana, cancellando anche l’attuale Provincia. È una riforma attesa da vent’anni che si può fare in venti giorni, con un semplice emendamento al disegno di legge Del Rio sugli Enti Locali in approvazione al Senato. 

Un passo ancora più ambizioso potrebbe venire dalla revisione del Titolo V della Costituzione, indicata come priorità da Renzi. Se si vuole una riforma davvero incisiva bisognerà ridurre il numero delle attuali venti Regioni, condizione essenziale per un serio federalismo alla tedesca. Le Regioni più grandi ritaglierebbero lo spazio per una più piccola Regione romana, che svolge le funzioni di capitale e assorbe la Città Metropolitana. Proprio come avviene a Berlino, che è insieme un Land, una capitale e un’amministrazione cittadina.
Verrebbe superata l’attuale Regione Lazio, che è un'invenzione amministrativa. La pianura Pontina, gli Appennini Sabini e Volsci e l’Etruria meridionale hanno ben poco in comune in senso storico e geografico. Questi territori potranno confluire nelle macro-regioni dell’Italia centrale oppure partecipare alla nuova Regione di Roma, che in tal caso si allargherebbe oltre l’attuale confine provinciale. Le quattro istituzioni esistenti - Regione Lazio, Provincia, Comune e Municipi di Roma – sarebbero sostituite da due semplici livelli: la Regione di Roma più i Comuni, sia quelli dell’hinterland che i nuovi all’interno della città.