La rivista Dissonanze ha pubblicato il mio articolo sulla politica scolastica. A partire dal bilancio della Buona Scuola di Renzi dieci anni dopo cerco di definire la crisi attuale e le prospettive per il futuro. Potete leggerlo con il link alla rivista oppure di seguito:
Sono passati circa dieci anni dall’approvazione della legge della Buona Scuola di Matteo Renzi. Per la prima volta nella storia nazionale il capo del governo assunse in prima persona la priorità dell’educazione. Purtroppo si è trattato di una riforma mancata, che ha alimentato i già colmi silos della sfiducia, sfiancando gli oppositori e deludendo i sostenitori. Non varrebbe neppure parlarne se non fosse il caso emblematico della sterilità del riformismo scolastico della Seconda Repubblica.
Da molto tempo la parola “riforma” ha perso i significati pregnanti: svolta culturale, mobilitazione degli attori sociali, decisioni strategiche, condivisione degli obiettivi, governo del processo, maturazione di competenze, verifica degli esiti e adeguamento dell’attuazione, ecc. La trasformazione dei partiti in associazioni di ceto politico ha dismesso le risorse sociali e culturali, riducendo le decisioni al solo strumento normativo. Per il ministro di turno fare una riforma significa solo approvare una legge. Il motto del politico è diventato Legifero ergo sum.
La Buona Scuola, infatti, è la più lunga legge mai scritta, circa 25 mila parole solo il testo base, ma con i decreti attuativi si arriva vicino alle centomila parole. Per dare una misura, la legge della scuola media del 1962, l’unica davvero foriera di un cambiamento, era costituita solo da 2917 parole. L’alluvione normativa non è spesa per un progetto di sistema, ma solo per un’elencazione di singoli provvedimenti, che corrispondono a un’agenda largamente condivisa dal riformismo di sinistra e di destra lungo il trentennio. Non a caso entrambi gli schieramenti hanno accantonato i due progetti più divergenti: a) la legge dei cicli di Berlinguer, che se fosse stata attuata oggi avrebbe eliminato la conclusione a 19 anni, unico caso in Europa, e avrebbe ricomposto la frattura tra l’elementare e la media, proprio dove comincia la caduta degli apprendimenti; b) la proposta di legge Aprea, che in coerenza berlusconiana trasformava le scuole in vere e proprie aziende private in grado anche di assumere gli insegnanti.
Tolte queste asperità rimaneva un’omologazione imbarazzante in regime bipolare, che si è cercato di oscurare inventando artificiose contrapposizioni e suscitando la protesta del mondo della scuola per dimostrare la volontà di cambiare tutto, pur non modificando alcunché. Da qui è venuta la follia tutta italiana di riscrivere la legge ad ogni legislatura, sempre definita “riforma epocale”, con qualche piccola decisione simbolica per marcare la differenza e per il resto la solita alluvione normativa. Tutto ciò ha creato un apparato amministrativo che asfissia il processo educativo e frena le innovazioni.
Al contrario, nella Prima Repubblica le leggi sono arrivate sempre in ritardo a certificare un mutamento già maturato nella vita della scuola. Le riforme erano processi complessi e multiformi: il ruolo dei grandi maestri come Don Milani, Mario Lodi, Albino Bernardini che hanno suscitato la vocazione di milioni di insegnanti; le sperimentazioni che aprivano varchi nella nebbia del conformismo ministeriale; l'associazionismo laico e cattolico che formava i docenti ed elaborava nuovi percorsi didattici; le lotte sindacali che, per la prima volta in Italia, ponevano l'esigenza dell'educazione degli adulti con le 150 ore; gli enti locali che favorivano l'apertura alla creatività dei territori. In questo modo sono state create le eccellenze italiane di rilievo internazionale: la scuola dell'infanzia di certe regioni, il tempo pieno, gli istituti tecnici in relazione con i tessuti industriali, l’integrazione delle persone con disabilità.
Successivamente, invece, le reiterate “riforme dall’alto” hanno impedito di portare a sistema le molteplici “riforme dal basso”, di cui dà conto questo numero di Dissonanze.
Il riformismo scolastico ha preteso di governare il sistema con logiche esteriori rispetto alla sua natura interiore. Sono stati imposti i modelli della burocrazia e i principi della concorrenza che desertificano le relazioni informali e mortificano l’attitudine cooperativa, entrambi requisiti essenziali di un mondo vitale come quello della scuola.
Le figure professionali della didattica sono state appiattite nell’amministrazione. Gli ispettori di una volta erano intellettuali di alto livello. Il preside, rinserrato nell’ufficio a firmare le scartoffie o a scansare i Tribunali, non ha molto tempo per prendersi cura dei docenti e capire l’animo degli studenti.
Non può funzionare il più grande corpo professionale dello Stato, se circa un milione di insegnanti svolgono tutti gli stessi compiti. Insegnare è un arte che la giovane maestra potrebbe apprendere “andando a bottega” dall’esperta maestra appositamente incaricata di promuovere la qualità della didattica. Al contrario, i docenti che hanno perso la vocazione potrebbero trasferirsi in altri uffici statali ed essere sostituiti da giovani motivati.
Inoltre, la scuola è stata piegata alla logica economicistica. Il ministro Padoan, stimato professore di economia, arrivò a prevedere un aumento del PIL del 2.4% per effetto della legge Buona Scuola, con i complimenti della UE e l’ampio risalto sulla stampa. Era un raffazzonato modello di calcolo e se l’avesse proposto un suo studente sarebbe stato bocciato all’esame. Nella lettera della BCE al governo Berlusconi, Mario Draghi ritenne che la valutazione delle scuole potesse ridurre la montagna del debito statale.
Queste promesse ideologiche non hanno avuto alcun effetto economico, ma hanno oscurato il rapporto ineludibile tra la formale valutazione esterna e l’informale valutazione intrinseca al processo educativo. Anche prima dell’avvento dei quiz, infatti, il bravo maestro riconosceva l’apprendimento nella relazione informale con l’allievo.
Con le logiche contro natura il riformismo è diventato tecnicistico e quindi incapace di mobilitare le risorse civili e culturali.
La scuola è molto di più della tecnica scolastica, è la più ambiziosa politica culturale di un Paese.
La destra estremistica riconosce la priorità e la stravolge con un velleitario ritorno al passato: rilancio aggressivo di contenuti ideologici; obbedienza da rafforzare, addirittura mediante l’enfasi sulla grammatica; ripresa nostalgica del latino; storia piegata a una malintesa identità nazionale separata dal mondo, ecc.
Parlano di Patria che dovrebbe significare coesione e invece usano la scuola per la guerra culturale, sull’esempio trumpiano. L’obiettivo dichiarato è farla finita con il Sessantotto (e il Settantasette). È un incubo paradossale, poiché quel movimento ha smesso di produrre cultura da molto tempo e ha lasciato tracce proprio nel berlusconismo: l’immaginazione al potere come nelle irrealizzabili promesse populiste; l’edonismo contro qualsiasi forma di sacralità; il situazionismo come nel famoso “cucù” alla Merkel; il libertarismo contro le istituzioni, a cominciare dalla Magistratura, ecc.
Come al solito, alla sinistra non può bastare la denuncia della svolta autoritaria, se nel contempo prosegue con l’esausto riformismo del trentennio. Bisogna accettare la sfida culturale volgendo l’educazione verso l’avvenire.
Che cosa e come si insegna – Nella crisi del Codice Moderno della razionalità viene meno anche il modello di istruzione di origine seicentesca: la separazione delle discipline, i tempi rigidi e gli spazi chiusi della scuola, la trasmissione unilaterale dal docente all’allievo, ecc. Come osserva Howard Gardner "in futuro saranno estremamente rare le persone capaci.. di stabilire che cosa meriti di essere conosciuto e insegnato” (Sapere per comprendere, Feltrinelli 2009, p. 52).
Invece di rimpinzare gli schemi orari con sempre nuove discipline sarebbe necessaria una didattica mite, Less is more, per prendersi cura dei fondamentali e affrontare la rivoluzione già in atto nell’apprendimento: l’accesso illimitato alla conoscenza come mai prima nella storia; l’esuberante mente digitale dei giovani, croce e delizia della didattica, ben oltre il mito di una mente da riempire; la scuola aperta alle cento lingue del mondo; la rottura dei paradigmi provocata dall’epistemologia della complessità; il nesso tra teoria e pratica indotto dalle tecno-scienze. C’è una questione culturale più grande di questa riforma dell’educazione?
Il lavoro e la scuola - Diventa meno importante insegnare al giovane il suo primo mestiere, perché si troverà a cambiarlo radicalmente tante volte. Con l’Intelligenza Artificiale è difficile prevedere che fine faranno molti vecchi lavori perfino tra un anno. È superato il rapporto tra percorsi formativi e processi produttivi che ha giustificato la scolarizzazione di massa nel Novecento.
Eppure il riformismo voleva fissare le competenze professionali, influenzato dalla mentalità della “fabbrichetta italiana”, che intanto perdeva la competizione internazionale per mancanza di innovazione.
Al contrario, occorre una didattica di secondo livello per insegnare ad apprendere, cioè accompagnare le persone nell’accrescere, nel dimenticare, nel modificare conoscenze e competenze in rapporto ai nuovi lavori e alle proprie vocazioni lungo tutto il corso della vita.
L’educazione popolare – Il riformismo è stato influenzato dalla visione ingenua della modernità riflessiva di Anthony Giddens. Si supponeva che nella “società della conoscenza” le competenze delle persone crescessero di pari passo con la diffusione dei saperi, come un raccogliere fiori sul prato fiorito. Invece, siamo entrati nella “società dell’ignoranza”, come si vede nello sviluppo dei fondamentalismi, della demagogia, della creduloneria verso gli stregoni digitali. La formidabile offerta della rete - e oggi dell’IA – avrebbe reso necessario un elevamento della capacità critica e selettiva da parte dei cittadini. Invece, dal nuovo squilibrio tra opportunità e capacità è scaturita una forma più ineffabile di analfabetismo.
Tutto ciò è aggravato in Italia rispetto all’Europa per livelli più bassi delle competenze della popolazione: secondo le indagini PIAAC, circa il 30% dei cittadini sono analfabeti primari o di ritorno e il 40%, pur sapendo “leggere e far di conto”, non padroneggiano i significati e i nessi. Solo il 30% possiedono gli strumenti cognitivi necessari per vivere nel mondo nuovo.
Eppure il tema non è mai presente nel dibattito e tanto meno nelle agende di governo. Rimuovere la disuguaglianza cognitiva, innalzando la qualità e la quantità dell’educazione popolare, è l’unica via per ridurre tutte le altre disuguaglianze.
Alla fine del Codice Moderno riemerge, come un inizio dimenticato, l’imperativo del grande Comenio: “che vengano istruiti all'universale cultura tutti gli uomini, intorno a tutte le cose, affinché divengano colti totalmente” (Pampaedia, Armando 1968, p. 25).
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