domenica 22 marzo 2015

A proposito di parricidio


Intervento all'assemblea delle minoranze "A sinistra nel Pd", Roma, Acquario, 21-3-2015

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Porto un dubbio in questa assemblea. Abbiamo saputo svelare la posta in gioco? Temo di no. Abbiamo accettato la frantumazione dei problemi: il bicameralismo, la legge elettorale, il Titolo V, ecc. Ma se si mettono insieme i pezzi del puzzle emerge una nuova figura istituzionale. Si cambia la forma di governo, senza neppure dirlo. Si realizza quel premierato assoluto che Leopoldo Elia paventava ai tempi di Berlusconi. 

Non serve parlare genericamente di svolta autoritaria, rimaniamo ai fatti. All’aumento dei poteri dell’esecutivo non corrisponde un parallelo rafforzamento dei contrappesi, che anzi diventano più deboli di prima, quando c’era la democrazia parlamentare.
Un leader minoritario che raccoglie il 20-25% dei voti reali conquista il banco e insidia i massimi organi di garanzia costituzionale.
Il premio di maggioranza può essere utilizzato non solo per governare, che è legittimo, ma anche per consegnare allo spirito di fazione la legislazione sui diritti fondamentali, sulla libertà di stampa, sull’autonomia della Magistratura, sull’accoglienza dei migranti, sulla pace e la guerra.

Il capo del governo è legittimato direttamente dal voto popolare mentre il Parlamento è più delegittimato di prima, perché in gran parte nominato dal ceto politico regionale al Senato e dai capi corrente alla Camera.
Questo squilibrio di poteri non ha paragoni in Europa. Infatti, Renzi dice che ce lo copieranno. Ma è l’ennesima anomalia italiana che sbarra la strada verso una democrazia matura. 

venerdì 27 febbraio 2015

Fare società con la politica


Fare società con la politica è il titolo del seminario organizzato dal Centro per la Riforma dello Stato e che vedrà la partecipazione di Franco Cassano, autore del libro "Senza il vento della Storia. La sinistra nell'era del cambiamento." L'appuntamento è per Giovedì 5 Marzo alle 17 presso la fondazione Basso, in Via della Dogana Vecchia a Roma.

Nel suo libro, Franco Cassano indica la questione costitutiva della sinistra nel rapporto tra progetto politico e alleanza sociale: “La sinistra non è sinistra… se non riesce a guardare in modo lucido alle mutilazioni e alle deformazioni che il suo blocco sociale ha subito nel corso di questi decenni.”

La tipica frammentazione delle società contemporanee non rende impossibile, almeno potenzialmente, la ricomposizione per via politica. È infondato l’argomento di chi ritiene obsoleta l’idea di blocco sociale. Ma certo la sua realizzazione oggi richiede maggiore sensibilità nel comprendere le trasformazioni dei soggetti sociali, dei “nuovi ceti popolari” e del “lavoro autonomo di seconda generazione”. Non si tratta di aggiungere nuove pedine al posto di quelle vecchie sulla stessa scacchiera. Occorre molto di più, “una rete limpida e stabile di alleanze tra i diversi diritti e le diverse aree sociali ad essi legate.”

A partire da queste considerazioni contenute nel libro abbiamo chiesto a Cassano e agli altri relatori, Maria Luisa Boccia, Mario Dogliani, Pasquale Serra, di sviluppare le loro riflessioni in questo seminario del Crs.
La discussione consentirà di approfondire il tema e soprattutto di chiarire alcune questioni controverse. A mo’ di esempio se ne possono già individuare alcune.

lunedì 26 gennaio 2015

Un Presidente di garanzia costituzionale



Il mio intervento di oggi alla riunione del gruppo dei senatori PD a proposito dell'elezione del Presidente della Repubblica.
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Sul Presidente della Repubblica sono possibili due strade: un politico o un tecnico. È meglio decidere subito piuttosto che cambiare percorso bruscamente in seguito a inciampi successivi. 

Ci sono buone ragioni per scegliere una strada o l'altra. Io preferisco la seconda, ma posso accettare anche la prima. In questo caso però consiglierei di seguire una procedura più sicura per costruire un ampio consenso. Si potrebbe organizzare una vera consultazione, consentendo a ciascun parlamentare del Pd di esprimere la propria preferenza col voto segreto. Si formerebbe così una rosa di nomi dalla quale il segretario si prenderebbe la responsabilità di scegliere il candidato da proporre agli altri partiti. C'è un precedente storico: Aldo Moro fece votare a scrutinio segreto i suoi parlamentari e ottenne la candidatura di Antonio Segni, il quale poi fu eletto al Quirinale. Certo, non fu un buon Presidente, ma la procedura decisionale era molto innovativa per quei tempi; si è dimenticato che i democristiani inventarono le primarie per il Quirinale.

Se invece si scegliesse un tecnico, dovrebbe essere il segretario a fare una proposta, senza ricorrere alla consultazione interna. Il tecnico non deve essere un economista – abbiamo già concesso troppo alle tecnocrazie – bensì un costituzionalista o perlomeno uno studioso dello Stato. Il Paese dispone in questo campo di tante personalità prestigiose.



Sarebbe la migliore soluzione per voltare pagina. È giunto il tempo di raffreddare l'interventismo politico del Quirinale. Lo si poteva ritenere necessario negli anni passati, quando la politica ha dato segni di disorientamento e perfino di abdicazione. Si possono avere opinioni diverse sulle modalità della supplenza svolta dai Presidenti nell'ultimo trentennio, ma certo non si può dire che essa non abbia avuto un fondamento nella crisi dei partiti. Ora però la politica ha ritrovato la sua forza e rivendica piena autonomia di scelta. È quindi necessario un contrappeso di natura prettamente istituzionale.

Molte ragioni consigliano di accentuare la funzione di garanzia costituzionale del Quirinale. Potrebbe vigilare che le tante riforme in discussione si muovano nell'alveo dei fondamentali principi costituzionali. Potrebbe contrastare la tendenza sempre più accentuata alla deroga e all'elusione delle regole. Potrebbe indirizzare il Parlamento verso una legislazione più ordinata, più semplice e più comprensibile per i cittadini.
Abbiamo tanto bisogno di un Presidente che si prenda cura delle buone leggi.

domenica 14 dicembre 2014

È possibile

Intervento all'assemblea La sinistra? Possibile promossa dall'area di Pippo Civati a Bologna, 13 Marzo 2015. 
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Nel vedervi così numerosi mi sono tornate in mente le passioni di un anno fa. Portammo nelle primarie il sogno di un Pd mai visto prima. Non siamo riusciti a realizzare il sogno. Ops, manca una parola in questa frase, suona meglio così: non siamo ancora riusciti a realizzarlo.

Il nostro pensare in positivo non è stato accolto. Il nostro temere il negativo ha avuto troppo successo. Per una minoranza è davvero un guaio avere ragione sul lato negativo, perché rischia di trovarsi peggio di prima. Infatti, mi ha stupito una frase di Renzi - “Se fallisco io viene la troika” – parole pesanti, forse rivolte proprio a noi, certo una drammatizzazione per ottenere altre deleghe in bianco. Tuttavia, non è di poco conto che il segretario abbandoni per un attimo il racconto mirabolante e metta in conto la sconfitta. Cambia l'allure del renzismo, finisce l’età del’innocenza, della freschezza e dell’ottimismo; si affaccia un atteggiamento più cupo, ultimativo e senza alternative; il gioco si fa quindi più duro nella vita interna e torna il linguaggio cameratesco della disciplina. Non dobbiamo farci incupire. E’ possibile non è solo il nome di un’associazione, di più è uno sguardo positivo sulla sorte del Pd e della sinistra italiana.

Quella frase - viene la troika – rivela che il leader si sente inseguito, come chi è alla guida ed essendo incalzato dall'automobile che viene dietro finisce per sbagliare strada svoltando a destra anche se non è necessario. È successo proprio così con la cancellazione dell’articolo 18 e lo scontro con i sindacati. È stata proprio la svolta sbagliata; da quel momento il governo ha cominciato a perdere consensi e ha interrotto la luna di miele con il Paese. Ma era proprio ciò che voleva la troika. Renzi così credeva di avere più forza in Europa e invece appena ha approvato il Jobs Act l'establishment ha cominciato a maltrattarlo. Ieri Juncker ha abbandonato il solito aplomb e ha usato parole beffarde vero il governo italiano. Sembrava volesse dire: bravo ragazzo hai quasi finito i compiti, fra un po’ non avremo più bisogno di te.

venerdì 12 dicembre 2014

Era meglio la legge Scelba: perché non va bene l'Italicum.

Intervento in Senato nella discussione sulla legge elettorale, 13 Gennaio 2015.

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Signor Presidente, signori senatori,

l’Italicum è invecchiato prima di nascere. Si procede ad approvarlo per inerzia, con la solita sicumera, ma fuori dalla realtà del Paese, senza risolvere la crisi di fiducia tra politica e cittadini, anzi rischiando di aggravarla. 

La crisi è cominciata quasi dieci anni fa con il Porcellum che ha rotto il rapporto tra eletti ed elettori aprendo la via alla delegittimazione della Casta. Si sperava in una svolta per restituire lo scettro agli elettori e invece si prosegue con l'ancien régime. La legge Del Rio assegna al ceto politico l’elezione dei consiglieri della Provincia e della Città Metropolitana. Lo stesso metodo di elezione di secondo grado sarà applicato nella nomina dei senatori, secondo la proposta di legge Boschi. E per quando riguarda la gran parte dei deputati l’Italicum conferma il potere di nomina da parte dei capi-partito. Nella nuova versione si vuole mitigare l’effetto Porcellum aggiungendo una quota di eletti con le preferenze che riguarderebbe però solo i primi due partiti. Tutti i fenomeni corruttivi, da ultimo e più gravemente il caso romano, sono caratterizzati dalla furiosa lotta di preferenze tra correnti di partito. Dubito che sia utile reintrodurle proprio adesso nella legge elettorale nazionale.

Il secondo Italicum mette insieme i due meccanismi più screditati: le preferenze e i nominati. Di conseguenza il rapporto tra eletti ed elettori può solo peggiorare.

martedì 2 dicembre 2014

In ricordo di Silvano Andriani


Riporto di seguito il mio intervento odierno in Senato in ricordo di Silvano Andriani.

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Signor presidente, onorevoli senatori,

è venuto a mancare ieri Silvano Andriani, senatore della Repubblica nella IX e X legislatura, stimato esponente della sinistra italiana e valente studioso della politica economica. Ci uniamo alla commozione che il Presidente Repubblica ha voluto esprimere ieri con parole affettuose e piene di vividi ricordi. 
Poche ore fa a Tor Vergata lo hanno salutato gli amici, ancora sgomenti per la notizia inaspettata. Per sua volontà nulla si era saputo della malattia e nessuna parola è stata pronunciata nella camera ardente. Ha cercato anche nella morte quella sobrietà riflessiva che lo ha accompagnato nella vita. Inn privato come in pubblico è sempre riuscito a mettere in tensione creativa le differenze, tra la ritrosia e la socievolezza, tra la necessità e la bellezza, tra il rigore e l’invenzione, tra la coerenza di partito e quello spirito libertario che in gioventù aveva attinto alla sorgente di Lelio Basso.

Forse non avrebbe voluto neppure questa commemorazione; mi sembra quasi di sentire il suo rimprovero mentre parlo a voi, cari colleghi. Credo però che valga la pena, ancor di più in questi tempi difficili, di onorare la memoria di un uomo politico che ha servito il Paese con sapienza, lungimiranza e onestà.

Silvano Andriani ha rappresentato il Pci in questa aula del Senato, cercando sempre un confronto leale con le altri parti politiche. Da ricordare i suoi dibattiti in commissione bilancio con l’allora ministro Beniamino Andreatta - due persone così diverse tra loro per le matrici culturali e per i ruoli di maggioranza e opposizione, eppure così vicini per la medesima curiosità verso il cambiamento del Paese. Correvano gli anni ottanta, quel decennio di passaggio tra una ripresa del vitalismo produttivo e il conservatorismo dell’oligarchia finanziaria. Andriani sapeva cogliere i nessi tra politica industriale e dimensione finanziaria, non solo nell’attività parlamentare, ma soprattutto nell’attività di ricerca del Cespe, che sotto la sua direzione fece crescere una nuova generazione di economisti di sinistra.


mercoledì 26 novembre 2014

Considerazioni inattuali sul Parlamento


Intervento in Senato del 26 Novembre 2014, nel dibattito sulle mie dimissioni.

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Signor presidente, signori senatori,

in questo momento due sentimenti opposti cozzano nel mio animo: la ritrosia e l’ardimento. La ritrosia viene dalla preoccupazione di impegnare la vostra attenzione e il tempo prezioso dell’assemblea su una mera iniziativa personale. Me ne scuso con tutti voi. D’altro canto, ringrazio chi, pur non condividendo le mie posizioni, ha espresso - con una parola o una stretta di mano  -comprensione per il mio gesto. Fa molto piacere riceverla, sia dai senatori di altri gruppi sia dai cari colleghi del mio Partito democratico, nonché dai membri della direzione e dal segretario Matteo Renzi.

La questione sarà risolta con il vostro voto segreto e ne accetterò il risultato in ogni caso. È una forma di saggezza parlamentare che il singolo non sia più padrone delle sue dimissioni e quindi sia anche più libero di indugiare sulle sue motivazioni. Da qui scaturisce l’ardimento che mi consente di parlarvi senza vincoli, come se le dimissioni fossero già state accolte, e di proporvi alcune riflessioni come contributo alla vostra discussione futura.

Ho risolto il dilemma tra responsabilità politica e coerenza ideale coniugando voto di fiducia e dimissioni. E' un gesto molto personale, che non riguarda le regole di partito, bensì appella una garanzia istituzionale. Il presidente americano governa il mondo senza disporre della disciplina di partito dei suoi senatori. In quella limpida democrazia la concentrazione del potere trova un contrappeso nei parlamentari “senza vincolo di mandato”. Questa libertà e il dovere di rappresentare la nazione, i capisaldi scritti nel nostro articolo 67 svaniscono se si legifera in via ordinaria con il voto di fiducia. Su questo strumento, però, evitiamo il gioco delle parti di abusarne quando si è in maggioranza e di criticarlo quando si è minoranza. Sarebbe ipocrita abbandonarsi alle polemiche di parte senza vedere che i problemi di oggi sono il frutto di un ventennio sbagliato. Riformare ha sempre significato indebolire il Parlamento promettendo in cambio decisioni più rapide. 

Si può può trarre un bilancio di questa illusione? Abbiamo perso molto nella qualità della democrazia senza guadagnare nulla nell’efficienza di governo. Diminuiscono i voti degli elettori e aumentano i premi di maggioranza ai partiti. Si rischia il governo maggioritario in una democrazia minoritaria, come si è visto nel voto di domenica. La politica si indebolisce ma pretende di fare tutto da sola, trascurando le garanzie e i contrappesi, come si vede nella revisione costituzionale. Le garanzie diminuiscono anche per i lavoratori che possono essere licenziati con motivazioni false. Bastano quelle economiche a nascondere quelle discriminatorie. Davvero non riesco a convincermi che bisogna peggiorare la legge Monti-Fornero per creare sviluppo. Arretrano sempre insieme le garanzie istituzionali e quelle sociali.

Nel mondo d'oggi, non solo in Italia, le così dette riforme strutturali ripudiano la democrazia discutidora, come la chiamava il grande pensiero conservatore nell’epoca della Restaurazione. Il nostro presente è rivolto al passato senza averne neppure la consapevolezza. A furia di annunciare se stesso, il Nuovo è diventato vecchio senza produrre alcuna novità. L’ardimento, allora, mi induce a proporvi tre considerazioni inattuali sul Parlamento. Sì, inattuali perché in contrasto col tempo attuale e proprio per questo a favore di un tempo venturo.

mercoledì 5 novembre 2014

Tecnica e decisione, per la rivista Parolechiave

Ho partecipato con grande piacere al nuovo numero della rivista Parolechiave. Il volume è acquistabile a questo link, mentre il mio saggio, dal titolo "Tecnica e decisione", lo trovate in formato pdf qui.

Ecco l'abstract:
Da ogni parte si leva sempre più ossessiva la richiesta della Decisione. Dalle chiacchiere da bar ai luccicanti talk-show, dalle assemblee elettive ai think-tank, dai summit delle diplomazie ai forum dei poteri economici. Più se ne invoca la presenza più se ne constata l’assenza. Eppure, il trionfo della tecnica mette a disposizione conoscenze e strumenti mai visti prima che dovrebbero creare le migliori condizioni per prendere decisioni.

Il trentennio liberista è cominciato proprio in polemica con la presunta irresolutezza delle istituzioni del trentennio Glorioso. Fin dalla Trilaterale la causa venne attribuita al sovraccarico di domande che bloccava le democrazie occidentali e si è proceduto a restringere la rappresentanza sociale per delegare alle oligarchie burocratiche ed economiche le soluzioni dei problemi. Tuttavia, all'esaurimento del ciclo si è rivelata clamorosamente l'incertezza delle classi dirigenti nel governare la grande Crisi. Gli americani sono stati col fiato sospeso per il rischio di bancarotta del Fiscal Cliff. Gli europei hanno messo in pericolo l'euro per non aver saputo risolvere il problema davvero modesto del debito greco.

Non è bastato alleggerire il “sovraccarico della democrazia” per risolvere il problema del governo di società complesse. Perciò la Decisione viene invocata di nuovo con la stessa intensità degli anni settanta, quando maturò la crisi del modello keynesiano. Ma la delusione è oggi più grande proprio perché la promessa era nel cuore del liberismo.

Lo smacco alimenta il rancore ma non toglie lo scettro a quelli che hanno preso il potere. Annunciano riforme e le chiamano “strutturali” per accentuare la profondità del mutamento, ma in realtà esse servono ad omologare i sistemi politici sempre più simili a piloti automatici che seguono un manuale di governo standardizzato a livello sovranazionale. Dal punto di vista dei cittadini tutto ciò esaspera la contraddizione tra le parole e i fatti e aumenta la domanda di un vero cambiamento che non potendo essere soddisfatto dagli automatismi viene evocato dall’annuncio di nuove riforme. L’opinione pubblica è come una carovana nel deserto che cerca la frescura di vere decisioni, ma rimane vittima di miraggi che una volta svelati aggravano la delusione. Tutto sembra deciso nella penuria della Decisione.


venerdì 24 ottobre 2014

Scelte e testimonianze


Alla riunione del Gruppo dei senatori PD, tenutasi ieri, molti colleghi mi hanno chiesto di ritirare le dimissioni, reiterando il caloroso invito già rivolto da Matteo Renzi e dalla Direzione del partito nei giorni scorsi. Ho ringraziato tutti per l’amicizia che mi è stata manifestata con parole davvero generose e affettuose. Che si possa dialogare con tanto rispetto, pur nel vivo di un contrasto di opinioni, è una prova di civiltà della vita interna. Se fosse sempre così potremmo esserne orgogliosi come Partito Democratico. Spero sia sanata la ferita di luglio, quando chi criticava la revisione costituzionale fu accusato di voler mantenere la poltrona. 

Ho riflettuto attentamente sugli argomenti che accompagnavano la richiesta di ritiro delle dimissioni. Sono molto ragionevoli, e in parte condivisibili. Non potevo certo rimanere indifferente. Ho convocato un dibattito interiore tra la mia ragione e la mia coscienza. La prima spingeva ad accettare la richiesta, ma la seconda me lo ha impedito.

mercoledì 8 ottobre 2014

Le mie dimissioni


Ciò che penso della delega lavoro è contenuto nel mio intervento di ieri in quest'aula. Avrete sentito che il mio dissenso è profondo sia nella forma che nella sostanza del provvedimento. Soprattutto mi preoccupano gli equivoci che hanno dominato il dibattito. I progetti raccontati ai cittadini non corrispondono ai testi che votiamo in Parlamento. L'opinione pubblica ha capito che stiamo cancellando l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma questo non c'è scritto nella legge delega. D'altronde, quell'articolo non esiste più nella legislazione italiana perché è stato cancellato due anni fa dal governo Monti. Quindi in Italia sono già possibili licenziamenti individuali per fondati motivi. Ora si vuole aggiungere che si può licenziare anche dichiarando motivi falsi in tribunale. Ma questo è contrario alla civiltà giuridica.

Inoltre si è promesso ai giovani il superamento dell'attuale precarietà, ma gli strumenti della legge e la mancanza di risorse non garantiscono il raggiungimento dell'obiettivo. Per non deludere le aspettative dei giovani dovremmo cambiare molte parti di questa legge, ma la chiusura della discussione impedisce i miglioramenti. Questa legge delega non contiene indirizzi e criteri direttivi, è una sorta di delega in bianco che affida il potere legislativo al potere esecutivo senza i vincoli e i limiti indicati dalla Costituzione. Non è la prima volta che accade, ma stavolta sono in discussione i diritti del lavoro.
Queste scelte sono, a mio parere, in contrasto con il mandato ricevuto dagli elettori. Non erano certo contenute nel programma elettorale che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd nel 2013.

Al tempo stesso non sono indifferente alla responsabilità di rispettare le decisioni prese dal mio partito. E neppure alla responsabilità del rapporto di fiducia tra la mia parte politica e il governo. Sono altresì consapevole che i margini di maggioranza al Senato sono piuttosto esigui e non ho alcuna intenzione di causare una crisi politica. Anche se ho sempre sostenuto - e ora ne sono ancora più convinto - che l'alleanza tra partiti di destra e di sinistra dovesse essere a tempo e non per l'intera legislatura. Sarebbe meglio per tutti se la prossima primavera si tornasse a votare per formare un governo con un chiaro e determinato mandato elettorale. Ma, ripeto, questo non posso e non voglio deciderlo io. Saranno le massime autorità istituzionali a definire i tempi della legislatura.

A me rimane il problema di conciliare due principi opposti: la coerenza con le mie idee e la responsabilità verso il mio partito e il governo. Ho trovato solo una via d'uscita dal dilemma: voterò la fiducia al governo, ma subito dopo prenderò atto dell'impossibilità di seguire le mie idee e mi dimetterò da Senatore della Repubblica. 
È una decisione presa di fronte alla mia coscienza, senza alcun disegno politico per il futuro. Però continuerò come militante in tutte le forme possibili il mio impegno politico. È stato e sarà ancora la passione della mia vita.