domenica 13 dicembre 2015

PD non più o non ancora



Contributo all'assemblea delle tre minoranze del PD, "In un mondo che cambia. Per un nuovo centrosinistra", tenutasi a Roma il 12 Dicembre 2015.


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Partiamo da una domanda sincera: abbiamo fatto del nostro meglio per il PD? Certo le abbiamo provate tutte, con l’emendamento, con la polemica e altri perfino con la rottura. Diversi modi di stare in minoranza, ma nessuno davvero efficace. Non siamo riusciti a influenzare l’indirizzo prevalente. Forse abbiamo preteso troppo. Il fronte della critica è stato molto più ampio delle nostre forze. Se avessimo tentato un affondo su una sola questione – il Jobs act o la scuola o il premierato – avremmo ottenuto un risultato esemplare e riaperto la prospettiva. È prevalso invece un mix di massimalismo verbale e accordi minimali, come accadeva ai socialisti di un tempo.


Così a me sembra, ma si possono dare spiegazioni diverse del nostro insuccesso. Parliamone in questo nostro incontro, altrimenti rischiamo di unire tre debolezze. Invece, da qui può sorgere una nuova forza se prendiamo congedo dai modi già esperiti di stare in minoranza, anzi se non ci sentiamo più minoranza, ancora meglio se decidiamo di comportarci come fossimo la maggioranza del partito. Bisogna pensare in grande per diventare più grandi. 

venerdì 13 novembre 2015

Presentazione del libro sulla scuola il 3 Dicembre

Giovedì 3 dicembre a Roma, alle 17.30, si terrà la presentazione del mio libro La scuola, le api e le formiche. Come salvare l'educazione dalle ossessioni normative. Discuteremo della condizione attuale del sistema educativo italiano, degli errori passati e delle prospettive future. Con me ci saranno Gianni Amelio, Tullio de Mauro e Simona Flavia Malpezzi, con Saul Meghnagi a coordinare. Vi aspetto all'ITIS Galileo Galilei, Via Conte Verde 51, vicino alla fermata Manzoni della metro A.

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sabato 7 novembre 2015

La scuola, le api e le formiche


Vi presento oggi il mio nuovo libro, uscito in questi giorni, dedicato ai problemi della scuola italiana. Si intitola La scuola, le api e le formiche. Come salvare l'educazione dalle ossessioni normative.

A partire dalla critica della cosìddetta "Buona scuola" tento un'analisi del fallimento delle tante leggi del ventennio passato, e propongo alcune piste di ricerca per un vero cambiamento del nostro sistema educativo.



martedì 13 ottobre 2015

Ho fatto un sogno costituzionale

Riporto di seguito il testo della mia dichiarazione di voto contrario alla legge di revisione costituzionale, pronunciata in Senato oggi, 13 Ottobre 2015.

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Signor presidente, ho fatto un sogno, mi consenta di raccontarlo. Ho sognato che veniva qui Matteo Renzi, come segretario del partito di maggioranza relativa, non come capo del governo, e proponeva una semplice riforma: eliminazione del Senato, dimezzamento del numero dei deputati e riduzione del numero delle Regioni.

Nel sogno, il Parlamento ne discuteva in spirito costituente e apportava due condizioni: 1) legge elettorale basata sui collegi uninominali per consentire agli elettori di guardare in faccia gli eletti; 2) garanzia di maggioranze qualificate nella legislazione sui diritti, le regole, l'informazione, la giustizia, l’etica, la guerra. Il risultato era limpido: un governo in grado di attuare il programma, più un Parlamento autorevole, uguale una democrazia italiana finalmente matura.


Fine del sogno - non è andata così, anzi: il Senato ridotto a “dopolavoro” del ceto politico locale; la sottrazione di poteri alle Regioni in cambio di scranni senatoriali; la conservazione dei 630 deputati, il numero più alto in Europa - almeno per decenza togliete la parola riduzione dal titolo di questa legge.

venerdì 9 ottobre 2015

Sulla riduzione del numero delle Regioni


Ieri sono intervenuto in Senato per proporre la riduzione del numero delle Regioni. Purtroppo il governo non ha accettato il mio emendamento, ma si è limitato ad accogliere un generico ordine del giorno privo di cogenza normativa. Di seguito le motivazioni e il testo.

L'emendamento propone di istituire una commissione bicamerale per la riduzione del numero delle Regioni. Sarebbe la vera riforma da realizzare, una priorità per il Paese attesa da tanto tempo. Invece, il provvedimento al nostro esame si limita a rimestare l'esistente, rendendo ancora più complicato e conflittuale il rapporto tra Stato e Regioni.

Le sfide della globalizzazione richiedono un modello istituzionale più compatto. È necessario un sistema-paese unito e cooperativo. La crisi italiana dell'ultimo ventennio deriva in grande parte dalla frammentazione delle decisioni e da comportamenti divergenti tra i diversi soggetti istituzionali. La riduzione del numero consentirebbe una migliore integrazione tra politiche nazionali e progetti locali. Sarebbe il modo migliore per rafforzare la proiezione internazionale di entrambi i livelli.

martedì 6 ottobre 2015

Come si discute sulla Costituzione


Sono intervenuto oggi nell'aula del Senato nel vano tentativo di ricostruire un clima civile. Sarebbe necessario nella discussione sulla Costituzione, e anche utile per far emergere la vera posta in gioco. Purtroppo la proposta non è stata recepita, almeno finora. Ecco il testo del mio intervento:

Signor presidente, onorevoli senatori,

nessuno di noi si deve rassegnare alla mancanza di dialogo in argomento costituzionale. Anche chi pensa di aver fatto di tutto deve cercare ancora di modificare il clima negativo di questa sessione del Senato.
Mettiamo da parte per un momento il rimpallo di responsabilità e cerchiamo di capire se è possibile fare un passo avanti. Non chiedo di ignorare quanto è accaduto, ma nessuna forzatura può giustificare altre forzature.
Voglio essere chiaro, credo sia stato un errore, grave prima di tutto sul piano politico, quello commesso da una parte delle minoranze con l'alluvione emendativa.

Ritengo altresì che la maggioranza, proprio in virtù della sua forza deliberativa, debba essere più interessata di altri a portare a termine il provvedimento in un clima sereno. Abbiamo già migliorato in alcuni punti il testo e altri emendamenti sono stati illustrati dalla presidente Finocchiaro. Domando: oltre quelli annunciati ci sono altri articoli che possono o debbono essere migliorati. Mi pare difficile negarlo. Se non altro sul piano tecnico sono evidenti alcune incongruenze, ad esempio l'articolo 39 o la mancanza di una norma di chiusura del procedimento legislativo, come ha spiegato stamane il senatore Quagliariello. E poi forse tra tutte le proposte avanzate dalle minoranze ci saranno pure soluzioni ragionevoli che possano arricchire il testo con piena soddisfazione di tutti. Ad esempio sulle competenze del Senato, sulla garanzia degli organi costituzionali il Quirinale in primis, sul titolo V.

Bene, allora prendiamoci un'altra ora di dibattito generale; un esponente della maggioranza esponga gli ulteriori miglioramenti che si intende apportare, si svolga un confronto proficuo con le minoranze, le quali potrebbero ritirare molti emendamenti inutili e concentrare l'attenzione sulle questioni dirimenti; si mantenga ferma la scadenza del 13 ottobre per l'approvazione, riorganizzando il dibattito dei prossimi giorni sugli argomenti principali secondo un programma concordato nella conferenza dei capigruppo, senza continuare a scaricare le tensioni politiche sulla presidenza del Senato.

Chiedo soprattutto al mio partito di prendere l'iniziativa di conciliazione. Ho partecipato alla discussione interna e tutti hanno sostenuto che l'unità del Pd avrebbe aiutato il confronto con gli altri partiti. Bene è il momento di farlo vedere. Non dobbiamo dare l'impressione che la nostra unità chiuda il dibattito.

Il primo partito dell'assemblea non lo è solo sul piano numerico. Il primo partito è quello che più di altri si spende per cercare la massima condivisione sulla scrittura della Costituzione.

mercoledì 23 settembre 2015

I non detti del premierato assoluto

Ecco il mio intervento in aula del 23 Settembre 2015, nell'ambito della discussione sulla legge di revisione costituzionale.

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Quando gli storici di diritto costituzionale studieranno questa revisione della Carta, noteranno un'anomalia che noi non possiamo oppure non vogliamo vedere. Con i voti di un premio di maggioranza viziato da illegittimità si riscrive quasi tutta la seconda parte. La famosa sentenza della Corte raccomandava di approvare subito la legge elettorale per andare a votare al più presto, ma non chiedeva di riscrivere la Carta. Lo fa la classe politica proprio per evitare le elezioni. So di dire una cosa che suona sgradevole e mi viene quasi di scusarmi con voi. È come se ci fosse un inconsapevole accordo a non parlarne qui. Che la dice lunga sullo straniamento di questo dibattito. 

martedì 7 luglio 2015

È meglio abolire il Comune di Roma

Invece di sciogliere il Consiglio Comunale, è meglio abolire il Comune di Roma. Il malgoverno ne ha fatto esplodere le disfunzioni, ma era già da tempo una struttura amministrativa obsoleta. È insieme troppo grande e troppo piccola. È troppo grande per il governo di prossimità dei servizi ai cittadini e della vita di quartiere, ed è troppo piccola per il governo dei processi ormai dilagati a scala regionale, nella demografia, nell'economia, nei trasporti, nell'ambiente e nell'urbanistica. La dimensione locale dovrebbe essere affidata agli attuali Municipi, trasformandoli in Comuni metropolitani in grado di rispondere direttamente ai cittadini senza perdersi in rimpalli di competenze.

Sull’area vasta è tempo di creare una nuova istituzione, la Regione capitale per integrare tutte le competenze dell’attuale amministrazione capitolina e della costituenda Città Metropolitana, i poteri legislativi regionali e le funzioni conferite dallo Stato in base alla riserva di legge scritta in Costituzione. Una sola istituzione in relazione diretta con lo Stato, sarebbe un modello di governo semplice, autorevole e potente, proprio come Berlino che è una città, un Land e una capitale.


Ho proposto questa riforma già da tempo e ora sviluppo l'argomento all'interno di un'analisi sul passato e sul futuro di Roma nel mio libro Non si piange su una città coloniale, pubblicato oggi anche in ebook dall'editore goWare e disponibile in parte in questo blog.

Mafia capitale ha scoperchiato una profonda crisi di governo della città. La causa prima è nel fallimento della classe politica e in subordine anche degli apparati amministrativi. La nuova cornice istituzionale sarebbe l’occasione per progettare un’inedita forma di amministrazione locale, facendo tabula rasa dell’attuale assetto, eliminando tutte le incrostazioni e le inefficienze che hanno alimentato l’humus della corruzione.

Non avrebbe alcun senso tornare a votare per gestire una macchina ormai logorata che non può più funzionare, chiunque la guidi. Sarebbe più saggio riformare il modello di governo e poi chiamare gli elettori a scegliere una nuova classe politica in grado di guidare non più il Comune ma la nuova istituzione della Regione capitale. Si potrebbe definire una scadenza per le elezioni e nel frattempo avviare una fase costituente mediante un’intesa tra tutti gli attori istituzionali, lo Stato, la Regione Lazio, la Città Metropolitana e il Comune. Le forze politiche di maggioranza e di opposizione dovrebbero contribuire a definire il nuovo assetto di governo. Il dibattito politico uscirebbe dalle recriminazioni sul passato e dai conflitti quotidiani, per volgersi al futuro della città. Poi chi ha più filo tesserà più tela. A governare la Regione capitale sarà la classe politica che dimostrerà di saper guidare Roma verso una rinascita civile.

venerdì 26 giugno 2015

Perché non ho votato la fiducia al governo sulla legge per la scuola



Non ho votato la fiducia al governo sulla legge per la scuola in Senato. Non si può accettare un’altra riforma finta, una nuova rottura con milioni di elettori, l’ennesima mortificazione del Parlamento.

Avevo creduto alle parole di Renzi che ammetteva l’errore e mostrava di volerlo correggere. Mi sono impegnato insieme ad altri per aiutarlo a trovare soluzioni innovative e a riprendere un dialogo. E invece ha interrotto la partita portando via la palla, fino al punto di impedire al Senato di emendare la legge sia in commissione sia in aula. Neppure la destra arrivò a tanto; sulle leggi Moratti e Gelmini noi allora all’opposizione fummo in condizioni di votare gli emendamenti ed esprimere la nostra contrarietà. Oggi, mi rattrista che dal governo il Pd impedisca il confronto parlamentare. Una grande forza politica deve essere coerente in minoranza e in maggioranza.

Avevo sperato che fosse la buona occasione per una riforma. Per la prima volta un giovane Presidente del Consiglio metteva al primo posto la scuola. Avrebbe dovuto chiamare le migliori intelligenze del Paese a scrivere un progetto per il secolo che viene. E invece ha scritto un disegno di legge modesto, che si occupa per lo più di minutaglie amministrative rendendole più complicate, che ricopia male leggi esistenti facendole passare per nuove. Nessuno dei grandi problemi è posto nell’agenda di governo: il grave fenomeno del neoanalfabetismo degli adulti, i cicli scolastici lunghi e inefficaci, l’aumento delle diseguaglianze, il ritardo della didattica di fronte ai caratteri del mondo nuovo. Si approva per forza una legge priva di un’idea di scuola, anoressica di alimenti culturali, sconnessa da un progetto per il paese. Al vuoto si sopperisce con l’ossessione di uno solo che comanda. Stavolta si concede al preside di derogare le graduatorie dei concorsi, aprendo la strada al clientelismo, a nuovi squilibri sociali e alle tendenze ideologiche. Da venti anni le leggi hanno penalizzato gli insegnanti, ora si appanna la loro libertà e viene ferita perfino la dignità. La riforma della scuola si farà un’altra volta, quando avremo un governo che riuscirà a entusiasmare gli insegnanti.


mercoledì 24 giugno 2015

Discorso sulla scuola in Senato


Il mio intervento nell'aula del Senato sul disegno di legge per la scuola, del 24 Giugno 2015.

Ho apprezzato il presidente Renzi quando ha riconosciuto di aver commesso un errore sulla scuola. Erano parole impegnative e inusuali e credo anche sincere. I sostenitori si sono affrettati a sminuirne il significato dicendo che ha sbagliato solo il messaggio della riforma. Ma come si fa ai tempi nostri a separare la comunicazione dalla politica? E anche ai vecchi tempi non era un buon segno quando si diceva “la linea è giusta, il popolo non la capisce”.

Il presidente non solo sa bene che l’errore è stato politico, ma ha cercato di correggerlo. Abbiamo salutato tutti con piacere la proposta di riaprire il dialogo convocando una grande conferenza a luglio. Ci ho creduto, cercando nel mio piccolo di dare un contributo, non solo con i pochi caratteri di un sms al presidente, ma con decine di pagine di proposte ritenute innovative da osservatori neutrali. Con lealtà verso il governo e impegno a favore del mio partito, sia per il passato sia per il futuro.
Poi c'è stata la marcia indietro di Renzi. In poche ore si è passati dall’offerta di un confronto all’imposizione del voto di fiducia. Non si può non vedere che la svolta è stata decisa in una sede davvero anomala. Venerdì scorso si è tenuta a Palazzo Chigi una riunione di partito, anzi della sua corrente maggioritaria, senza neppure invitare il relatore senatore Conte.

Il risultato fa tristezza solo a dirlo. Per la prima volta nella vita repubblicana il Senato è costretto ad approvare una legge sulla scuola senza poterla emendare né in commissione né in aula. Presidente Grasso, la riforma del bicameralismo non deve comportare l'umiliazione di questa assemblea.
Si attribuisce il blocco agli emendamenti dell’opposizione. Non è vero, la scorsa settimana è stata la mia parte politica a chiedere il rinvio dei lavori della commissione, dovremmo riconoscerlo. Lo sento come un dovere. Ho contrastato aspramente in Parlamento ben due leggi sulla scuola, prima della ministra Moratti e poi della Gelmini. Sono stati due provvedimenti devastanti, però devo riconoscere – proprio qui, di fronte ai colleghi della destra - che ai tempi noi dell’opposizione abbiamo potuto votare gli emendamenti dopo un vivace dibattito parlamentare. Oggi a parti invertite non c’è alcuna discussione. Me ne rammarico per il mio partito, perché una grande forza politica deve dire le stesse cose in maggioranza e all’opposizione.


martedì 23 giugno 2015

Non si può bloccare il dialogo sulla scuola


Non va bene il maxiemendamento dei relatori sul disegno di legge per la scuola. Né nel metodo, né nella sostanza. Nessuno dei problemi che hanno creato la protesta è stato risolto:

1. Rimane confermato il potere di chiamata del preside che cancella la libertà di insegnamento e apre la breccia al clientelismo, all’aumento delle diseguaglianze, alle scuole di tendenza ideologica proprio mentre premono alle porte i fondamentalismi.

2. Si rischia di sperperare 200 milioni su un maldestro incentivo e invece basterebbe utilizzare quella somma per compensare il taglio subito dal Fondo per l'offerta formativa (MOF), già oggi utilizzato per riconoscere l'impegno degli insegnanti nelle funzioni operative e nei progetti innovativi.

3. Si finanziano i ceti medio alti con i bonus fiscali mentre viene azzerato il fondo delle borse di studio per i ceti meno abbienti.

4. Si cerca di acquistare il consenso degli insegnati con la Card, ma non si rinnova il contratto di lavoro che consentirebbe di recuperare il maltolto nelle buste paga.

5. Si continua a fare retorica sull'autonomia, ma non si restituiscono alle scuole i soldi per il funzionamento ordinario, costringendo gli insegnanti a fare la questua con i genitori, una sorta di aumento nascosto delle tasse per le famiglie.

6. Si costringono gli abilitati a fare nuovi esami nei concorsi, come se non avessero già superato tante selezioni e corsi di formazione finalizzati al fabbisogno di qualità delle scuole.

7. Si insiste a dare deleghe in bianco al governo su argomenti delicati che richiedono il pieno controllo del Parlamento: l'integrazione della disabilità, la valutazione degli studenti, la tutela contrattuale dei diritti dei lavoratori.

lunedì 22 giugno 2015

Scuola: uno, nessuno e centomila


Non credete alle notizie tendenziose che si leggono sulla scuola nei principali giornali. A poche ore dal confronto decisivo in Senato è necessario fare chiarezza sul disegno di legge. Le principali mistificazioni sono cinque.

1. Assunzioni 
E’ l’argomento più devastato dalla disinformazione. Intanto i posti disponibili non sono 100 mila ma circa 150 mila, come d’altronde ammise lo stesso governo nel documento iniziale della buona scuola. Ci sarebbero quindi la capienza e i soldi per assorbire già quest’anno quasi tutte le graduatorie a esaurimento, gli idonei e una parte degli abilitati, completando poi l’operazione con il piano poliennale.
Si poteva dare una risposta ai precari prima della “buona scuola”, come si fece guarda caso nei confronti degli imprenditori con il decreto Poletti approvato prima del Jobs Act. I fondi stanziati nella legge di stabilità consentivano di approvare già a gennaio una legge di poche righe per chiamare i nuovi insegnanti. Anche senza la legge bisognava comunque coprire 44 mila posti, anzi sarebbe un’omissione di atti d’ufficio non assumere nessuno. Le procedure dovevano essere attivate con largo anticipo, e invece si faranno le nomine in affanno ad agosto. Il governo rischia il caos all’inizio dell’anno scolastico per utilizzare i centomila come arma di pressione nell’approvazione di una legge sbagliata.

2. Autonomia
Si continua a ripetere che per fare le chiamate occorre il nuovo modello organizzativo della buona scuola. E’ falso. Già sono in vigore tutte le norme sull’organico dell’autonomia, sul potenziamento, sulle reti di scuole. Furono ben scritte nella legge n. 35 del 2012 sotto la guida di un sottosegretario competente come Marco Rossi Doria:
“Allo scopo di consolidare e sviluppare l'autonomia delle istituzioni scolastiche, .. secondo criteri di flessibilità e valorizzando la responsabilità e la professionalità del personale della scuola, con decreto del Ministro.. sono adottate.. linee guida per conseguire le seguenti finalità: a) potenziamento dell'autonomia delle istituzioni scolastiche.. ; b) definizione, per ciascuna istituzione scolastica, di un organico dell'autonomia, funzionale all'ordinaria attività didattica, educativa, amministrativa, tecnica e ausiliaria, alle esigenze di sviluppo delle eccellenze, di recupero, di integrazione e sostegno ai diversamente abili e di programmazione dei fabbisogni di personale scolastico; c) costituzione di reti territoriali tra istituzioni scolastiche, al fine di conseguire la gestione ottimale delle risorse umane, strumentali e finanziarie; d) definizione di un organico di rete per le finalità di cui alla lettera c) nonché per l'integrazione degli alunni diversamente abili, la prevenzione dell'abbandono e il contrasto dell'insuccesso scolastico e formativo, specie per le aree di massima corrispondenza tra povertà e dispersione scolastica”.
Il governo doveva quindi solo adottare le linee guida e procedere alle assunzioni. Ma era forse troppo semplice, ha preferito riscrivere le stesse norme in un confuso testo di cento pagine pur di poter dire che si faceva la riforma della scuola. Comunicare è sempre più facile che governare.

venerdì 19 giugno 2015

Stavolta chiediamo a Renzi di non cambiare idea



Leggiamo sulla stampa che si è tenuta stamane una riunione a Palazzo Chigi “con i parlamentari che si occupano di scuola”. Non siamo stati invitati. Nelle riunioni precedenti avevamo portato contributi a volte critici ma sempre propositivi. E’ uno sgarbo che dispiace e stupisce.

La decisione di porre la fiducia blocca il confronto con il Parlamento e con il mondo della scuola. E’ una scelta incomprensibile. Tutti avevamo salutato con favore la consultazione di luglio con gli insegnanti i presidi, gli studenti, le famiglie i sindacati proposta dal Presidente Renzi. Perché non mantiene l’impegno? Il governo dovrebbe dare certezze in questo momento difficile per il Paese. Non è rassicurante che prima prometta il dialogo con i movimenti e poi imponga il voto di fiducia in Parlamento. Se fosse confermata l’intenzione, sarebbe difficile riscrivere il disegno di legge, come sarebbe necessario. Si rischierebbe un passo indietro nella qualità della scuola: il potere discrezionale dei presidi aprirebbe la breccia al clientelismo; il premio agli insegnanti andrebbe a chi alza i voti degli studenti; i bonus fiscali per i ceti alti sostituirebbero le borse di studio per i meritevoli, anche se privi di mezzi, come dice la Costituzione; le deleghe in bianco al governo metterebbero in discussione alcuni caratteri positivi della scuola italiana, ad esempio l’integrazione dei disabili che è oggi un’eccellenza internazionale; il precariato non sarebbe eliminato, molti giovani docenti che potrebbero dare qualità alla scuola rimarrebbero fuori della porta.

Vogliamo sperare che ci sia ancora la possibilità di un confronto. Stavolta chiediamo al Presidente del Consiglio di non cambiare idea, mantenga l’impegno a dialogare con la scuola.


Corradino Mineo e Walter Tocci

giovedì 18 giugno 2015

Ecco il decreto per assumere gli insegnanti


Non si perda altro tempo per assumere gli insegnanti. Il governo approvi immediatamente il decreto legge, i soldi ci sono e l'ulteriore rinvio rischia di produrre gravi disagi nell'avvio nell'anno scolastico e di mortificare le attese di tante persone.

Il disegno di legge ha puntato solo sull'assorbimento delle graduatorie a esaurimento che però non contengono tutte le professionalità necessarie alle scuole. È un'operazione necessaria, ma non sufficiente. Andrebbe completata andando a prendere le competenze mancanti tra gli abilitati che sono stati formati e selezionati proprio a partire dal reale fabbisogno del sistema scolastico. Con i nostri emendamenti al ddl, infatti, proponiamo un piano poliennale di assunzioni per mettere a disposizione delle scuole tutte le competenze di cui hanno bisogno.

Il presidente Renzi ha riaperto la discussione con il mondo scuola rinviando ad un'assemblea di consultazione nel mese di luglio. È un'ottima intenzione di dialogo, ma non deve mettere a rischio l'avvio del piano assunzionale per il prossimo anno scolastico. Abbiamo proposto di procedere comunque ad attuare la decisione del governo di chiamare gli iscritti alle graduatorie a esaurimento, i vincitori e gli idonei dell'ultimo concorso. Il Ministero dice che non si può fare perché le assunzioni sarebbero legate all'approvazione dell'intero disegno di legge. Non è vero. Abbiamo già dimostrato che le nuove procedure di chiamata - ambiti e chiamate del preside - sono rinviate all'anno scolastico successivo e quindi è possibile assumere quest'anno i centomila con le norme vigenti.

Non possiamo credere che si accampino impedimenti tecnici per mantenere un puntiglio tutto politico. Vogliamo pensare che il ritardo dipenda solo dalla difficoltà di immaginare le norme per avviare le procedure prima dell'approvazione del disegno di legge. Abbiamo fiducia nel nostro governo e vogliamo aiutarlo a uscire dal blocco decisionale.

Per questo abbiamo scritto il testo del decreto legge. È già stato inviato alla Ministra Giannini che siamo sicuri lo farà valutare - e se necessario correggere - dagli uffici. Lo rendiamo pubblico per dimostrare a tutti la fattibilità della nostra proposta. Siamo disponibili a esaminare eventuali osservazioni a critiche. Non si dica più però che non si può fare per motivi tecnici. Gli alibi sono finiti. Se c'è la volontà politica a settembre centomila nuovi docenti saranno in cattedra. Insisteremo poi con i nostri emendamenti al ddl per proseguire con le assunzioni degli abilitati secondo il piano poliennale.

Vedo sui social che nasce un equivoco. Questo testo riprende solo le norme delle assunzioni per scorrimento delle graduatorie che il governo ha inserito nel disegno di legge. Lo abbiamo presentato per dimostrare che è tecnicamente possibile stralciare questa parte. In tal modo si toglie ogni alibi a chi dice: "le assunzioni sono possibili solo approvando l'intera proposta della buona scuola".

Qui non troverete tutti gli altri argomenti (il preside, la valutazione, i bonus, le deleghe) che porteremo avanti con gli emendamenti nella discussione generale sul provvedimento. Non troverete neppure le norme relative alle altre assunzioni o ai trasferimenti che appunto si discuteranno in commissione in fase emendativa.

Ringrazio per le osservazioni e la segnalazione di errori; ne faremo tesoro per la stesura definitiva.


mercoledì 17 giugno 2015

Dialogo con la scuola, in spirito di verità


E' possibile riaprire il dialogo con il mondo della scuola. Ha fatto bene il presidente Renzi a convocare a luglio una conferenza per discutere “ con sindacati, docenti, presidi, famiglie, quelli che vogliono essere assunti”. Conferma così la volontà di correggere l'errore, come aveva già riconosciuto qualche giorno fa. La conferenza sarà l'occasione per chiedere di cambiare la logica del provvedimento e affrontare i veri problemi della scuola italiana.

Evidentemente fino a luglio la commissione del Senato non può più procedere a votare il testo, altrimenti farebbe uno sgarbo allo stesso Presidente che vuole ancora discuterlo. Però, non si devono perdere questi quindici giorni. Si può passare subito a discutere e ad approvare l'articolo 10 che autorizza l'assunzione di centomila nuovi insegnanti; basta aggiungere le norme connesse all'organico dell'autonomia ed estendere il piano assunzionale anche agli idonei del concorso e agli abilitati, visto che i finanziamenti consentono di chiamare circa 130 mila precari.

La ministra Giannini sostiene che non si possono anticipare le assunzioni senza l'approvazione dell'intera legge. Non è vero. Secondo l'ultima versione proposta dai relatori, le nuove procedure - gli ambiti territoriali e il potere di nomina dei presidi - sarebbero rinviate all'anno scolastico successivo 2016-17. Ciò significa che se fosse approvata l'attuale proposta i centomila verrebbero assunti nel 2015 con le regole tradizionali, cioè le nomine sarebbero effettuate dal Ministero direttamente nelle scuole.

martedì 9 giugno 2015

Se Renzi riconosce l'errore sulla scuola..


E' benvenuta la disponibilità di Renzi a ridiscutere sulla scuola, se si intende fare sul serio. Non è questione di singoli emendamenti, c’è da riscrivere una riforma mancata, che non risolve i problemi, aumenta la burocrazia e aggrava gli squilibri esistenti. Riempire il vuoto e correggere gli errori, ecco il doppio lavoro per le prossime settimane.

mercoledì 3 giugno 2015

Come riscrivere la legge sulla scuola


Oggi inizia la discussione sulla legge per la scuola nella Commissione del Senato. E' una riforma mancata, come ho cercato di spiegare nel lungo saggio pubblicato nel post di ieri. Ora il compito si fa più difficile: quando si emenda un testo sbagliato si rischia di rimanere invischiati nelle sue contraddizioni. Abbiamo cercato di schivare il pericolo presentando sulle principali questioni le proposte alternative che cambiano la logica del provvedimento e quelle che in ogni caso provano a migliorarlo.

Però non basta correggere i singoli punti, la legge deve essere proprio riscritta. Come si può fare? Proponiamo un innovativo metodo legislativo, un approccio diverso e uno stile più semplice. La legge della scuola deve contenere pochi articoli, ma che siano chiari e leggibili anche dai non addetti ai lavori. Qui trovate l'esposizione dei principali emendamenti e del nuovo metodo.

Per non perdere tempo si deve procedere subito all'approvazione delle norme sulle assunzioni, con le necessarie modifiche, al fine di non mettere a rischio l'inizio dell'anno scolastico. Questo ci consentirà di proseguire in commissione il più complesso lavoro di riscrittura della legge. E' la mossa del cavallo che abbiamo già proposto a Renzi. Chiediamo che sia valutata con attenzione. Consentirebbe di ritrovare una sintonia con il mondo della scuola e nel contempo approvare una buona legge.

martedì 2 giugno 2015

La mancata riforma della scuola


 Manuale di sopravvivenza agli abbagli mediatici.

Perfino Matteo Renzi ora consiglia di non chiamarla Riforma della scuola. Ha proprio ragione. Non si vede il cambiamento strutturale della scuola italiana. Non c’è alcuna strategia per rimuovere gli ostacoli che impediscono al nostro sistema di assolvere pienamente ai compiti repubblicani: la diseguaglianza nell’accesso e nell’esito dell’istruzione, soprattutto nel Mezzogiorno; le scarse risorse che hanno frenato l’adeguamento della didattica ai caratteri del mondo nuovo; la struttura dei cicli vecchia e ridondante, che costringe i giovani a rimanere a scuola un anno in più, perdendo nelle superiori i buoni risultati raggiunti dalle elementari; la regressione degli apprendimenti negli adulti che colloca l’Italia negli ultimi posti, altro che “superpotenza” culturale.
Non si finirà mai di ringraziare gli insegnanti e i presidi che in mezzo a tante difficoltà realizzano già la buona scuola. Ma la gratitudine non deve oscurare la consapevolezza del ritardo. Il sistema scolastico è fuori misura rispetto alle ambizioni che deve darsi un grande paese civile. 
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mercoledì 6 maggio 2015

Ascoltare la scuola è la mossa del cavallo


Stamane si è tenuta una riunione dei parlamentari Pd con il premier Matteo Renzi sulla scuola. Lo scopo era valutare il da farsi dopo la grande manifestazione che ha espresso con tanta intensità i disagi e le aspettative del mondo scolastico.

Ho rivolto parole sincere al premier, facendogli notare come si trovi di fronte a un bivio: può scegliere di ripetere un film già visto, oppure stupire l'opinione pubblica. Forzare la mano imponendo una legge non condivisa dagli interessati sarebbe come una ripetizione del voto di fiducia sulla legge elettorale. Non aggiungerebbe nulla alla solita narrazione sull’interminabile duello con gli oppositori. Anzi, il vecchio film rischia a un certo punto di annoiare. 
Ci sarebbe invece l'occasione per dimostrarsi un leader che sa usare diversi strumenti di governo, anche quelli più dialoganti. A Renzi ho ricordato che stavolta non può piegare il mondo della scuola stringendolo in una morsa mediatica come avvenuto nei precedenti conflitti, dal Jobs Act all'Italicum. Non è possibile perché quel mondo ha un forte senso di appartenenza ed è dotato al suo interno di un formidabile tam tam comunicativo, che dopo un avvio lento è riuscito a coinvolgere milioni di persone. C’è stato un forte dibattito in rete, con documenti spesso efficaci e ben argomentati, a volte con con critiche infondate o con timori che vanno oltre le intenzioni governative, ma nel complesso questo fenomeno è riuscito a scoperchiare le contraddizioni del testo legislativo.
Come se ne esce? Non credo possa bastare una strategia emendativa. Occorre la mossa del cavallo che cambia il gioco. Ci vuole un reset che elimini le mosse sbagliate e crei una nuova occasione di dialogo. Ecco la mia proposta: approvare rapidamente le norme sulle assunzioni e sull'organico funzionale, tenendo conto delle obiezioni fondate, assicurando l'assorbimento del precariato nel prossimo biennio e impedendo che si possa riformare in seguito. In questo modo si porta una buona notizia nelle scuole, si motiva all'impegno didattico una nuova generazione di insegnanti, si utilizzano subito i soldi stanziati meritoriamente dal governo.
Questa mossa ripristina un clima sereno e ci offre il tempo per riscrivere il resto della legge senza l'affanno della scadenza di settembre. Le cose da cambiare sono molte, e quella degli emendamenti sarebbe una strada difficile perché il testo è scritto malissimo, con un miscuglio di superficialità ministeriale e sicumera ideologica.

sabato 11 aprile 2015

Ancora la cura del ferro

La cura del ferro è un programma di sviluppo della rete dei trasporti a Roma. Fu impostato venti anni fa e ha avuto alterne vicende in fase attuativa. In questo saggio si analizzano le incompiute e gli equivoci che si sono accumulati in passato e si individuano i possibili sviluppi per il futuro.

Il Comune di Roma propose nel 1996 una nuova pianificazione dei trasporti con la rete chiamata Metrebus 3x3[1]. Il nome della rete riprendeva quello dell’abbonamento che i cittadini avevano già conosciuto l’anno prima con la novità dell’integrazione tariffaria valida per i bus, le metro e le ferrovie[2]. La rete prevedeva tre passanti ferroviari regionali che scambiavano con tre metropolitane urbane. Per i primi si passò subito all’attuazione delle prime tratte, una per ciascun passante. La FR1 da Fara Sabina a Fiumicino era già stata messa in servizio nei primi mesi del mandato Rutelli utilizzando l’infrastruttura esistente che verrà poi potenziata negli anni successivi. Il cosiddetto “passante dei laghi” da Bracciano ai Castelli fu realizzato in parte da Cesano a San Pietro cogliendo l’occasione del Giubileo, ottenendo forse la più bella ferrovia metropolitana italiana sul modello delle S-Bahn tedesche, oggi impreziosita da una pista ciclabile che scorre sopra la galleria. E il terzo passante avrebbe dovuto connettere Guidonia a Civitavecchia attraverso il completamento dell’anello ferroviario nella zona di Vigna Clara. La realizzazione della tratta da Lunghezza a Tiburtina fu imposta dal Comune come condizione per l’approvazione urbanistica del tracciato dell’Alta Velocità.

Fu un recupero del patrimonio ferroviario esistente, per quasi un secolo colpevolmente sottoutilizzato e abbandonato all’obsolescenza tecnologica; la linea per Cesano, ad esempio, era rimasta a fine Ottocento, senza elettrificazione e a un solo binario. Lavorando sulla vecchia infrastruttura si evitarono le difficoltà di impatto che di solito accompagnano i nuovi tracciati. Si ottennero con costi modesti risultati formidabili, liberando dall’ingorgo diverse parti dell’hinterland. In poco tempo raddoppiò il numero di passeggeri, ma il successo divenne rapidamente un problema, perché il programma di attuazione – invece di proseguire allungando le tratte e potenziando i treni – si interruppe, creando quel disagio del sovraffollamento di cui ancora oggi soffrono i pendolari a Cesano, a Monterotondo e a Lunghezza. Si è fatto scoprire ai cittadini un servizio nuovo per poi abbandonarlo nel disinteresse generale. Dopo quelle tre ferrovie nessuna opera nuova è stata realizzata e neppure progettata. La mancanza di soldi è solo un alibi, se ci fossero progetti e volontà si potrebbero intercettare tanti finanziamenti nazionali non spesi.



venerdì 10 aprile 2015

Non si piange su una città coloniale. Note sulla politica romana


L’abisso di corruttela scoperchiato a Roma meritoriamente dalla magistratura lascia attoniti e indignati. Come è potuto accadere tutto ciò? Molti amici me lo hanno chiesto nei mesi passati. Con questo lungo saggio tento di dare una risposta cercando le cause remote e i rimedi non contingenti. Come spesso capita nel dibattito pubblico, una luce abbagliante mette a fuoco la miseria del presente, ma non illumina né il passato né il futuro.

C’è una crisi capitale del governo della capitale che va al di là della grave patologia attuale e richiede un’analisi a ritroso non solo dei guasti delle giunta di destra, ma anche delle ambiguità e delle incompiute del riformismo precedente. È ineludibile un bilancio sincero ed equanime del nostro quindicennio di governo. D’altro canto le soluzioni non sono riducibili alle battute d’occasione, ma richiedono uno sguardo più lungo sul destino della città.

Di seguito si tenta questa doppia fuga temporale, all’indietro per capire che cosa è successo e in avanti per immaginare un senso nuovo della capitale. Le singole proposte hanno un valore euristico – sono certo imperfette, controverse e non esaustive – e vogliono indicare solo l’urgenza di una ricerca che richiede contributi, critiche e condivisioni più ampie.

Può sembrare quasi provocatorio – e non nascondo l’intenzione – proporre una discussione sul futuro della città quando incalzano le emergenze amministrative e il fallimento della classe politica. I problemi della vita quotidiana quasi mai si risolvono caso per caso se non si cambia il paradigma che li determina. Nasce il cambiamento solo se si prende congedo dalla contingenza per immaginare un’altra visione delle cose.


giovedì 9 aprile 2015

La bontà segreta di Giovanni Berlinguer


Intervento per la commemorazione di Giovanni Berlinguer tenutasi in Senato nella seduta dell’8 Aprile 2015.



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Signor presidente, onorevoli senatori,

è venuto a mancare Giovanni Berlinguer, una figura eminente della Repubblica. È stato uno dei migliori uomini politici italiani. Ha servito con passione e competenza le istituzioni, dal Campidoglio, alla Camera, al Senato, al Parlamento europeo. In ogni assemblea elettiva ha lasciato un segno inconfondibile della sua presenza. Anche in quest'aula di Palazzo Madama si ricordano i suoi contributi preziosi e sempre aperti al confronto con chi la pensava diversamente.

Eppure, nel celebrarne il valore politico mi pare di non dire quasi nulla sulla ricchezza della sua personalità. È stato infatti non solo un politico, ma uno scienziato di ampi orizzonti, un militante dell'impegno sociale, un intellettuale riconosciuto a livello internazionale. È impressionante la vastità dei suoi interessi, la diversità dei campi di azione e la molteplicità dei linguaggi. A tenere insieme questa complessità di pensiero e azione poteva essere solo una pregiata stoffa di umanità, che negli esiti appariva esplicitamente ai suoi interlocutori, ma nelle motivazioni rimaneva come una forza segreta del suo animo. Era un piacere discutere con lui, un'occasione imperdibile lavorare insieme, un privilegio averlo come amico. 

Nei diversi gradi della relazione con gli altri rimaneva costante il suo stile lieve, generoso, semplice, curioso e ironico. Non era privo di contrasti, che però non si elidevano tra loro, anzi vibravano come le corde di un violino creando il fascino della sua personalità: intransigente e aperta, determinata e mite, solare e profonda.

domenica 22 marzo 2015

A proposito di parricidio


Intervento all'assemblea delle minoranze "A sinistra nel Pd", Roma, Acquario, 21-3-2015

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Porto un dubbio in questa assemblea. Abbiamo saputo svelare la posta in gioco? Temo di no. Abbiamo accettato la frantumazione dei problemi: il bicameralismo, la legge elettorale, il Titolo V, ecc. Ma se si mettono insieme i pezzi del puzzle emerge una nuova figura istituzionale. Si cambia la forma di governo, senza neppure dirlo. Si realizza quel premierato assoluto che Leopoldo Elia paventava ai tempi di Berlusconi. 

Non serve parlare genericamente di svolta autoritaria, rimaniamo ai fatti. All’aumento dei poteri dell’esecutivo non corrisponde un parallelo rafforzamento dei contrappesi, che anzi diventano più deboli di prima, quando c’era la democrazia parlamentare.
Un leader minoritario che raccoglie il 20-25% dei voti reali conquista il banco e insidia i massimi organi di garanzia costituzionale.
Il premio di maggioranza può essere utilizzato non solo per governare, che è legittimo, ma anche per consegnare allo spirito di fazione la legislazione sui diritti fondamentali, sulla libertà di stampa, sull’autonomia della Magistratura, sull’accoglienza dei migranti, sulla pace e la guerra.

Il capo del governo è legittimato direttamente dal voto popolare mentre il Parlamento è più delegittimato di prima, perché in gran parte nominato dal ceto politico regionale al Senato e dai capi corrente alla Camera.
Questo squilibrio di poteri non ha paragoni in Europa. Infatti, Renzi dice che ce lo copieranno. Ma è l’ennesima anomalia italiana che sbarra la strada verso una democrazia matura. 

venerdì 27 febbraio 2015

Fare società con la politica


Fare società con la politica è il titolo del seminario organizzato dal Centro per la Riforma dello Stato e che vedrà la partecipazione di Franco Cassano, autore del libro "Senza il vento della Storia. La sinistra nell'era del cambiamento." L'appuntamento è per Giovedì 5 Marzo alle 17 presso la fondazione Basso, in Via della Dogana Vecchia a Roma.

Nel suo libro, Franco Cassano indica la questione costitutiva della sinistra nel rapporto tra progetto politico e alleanza sociale: “La sinistra non è sinistra… se non riesce a guardare in modo lucido alle mutilazioni e alle deformazioni che il suo blocco sociale ha subito nel corso di questi decenni.”

La tipica frammentazione delle società contemporanee non rende impossibile, almeno potenzialmente, la ricomposizione per via politica. È infondato l’argomento di chi ritiene obsoleta l’idea di blocco sociale. Ma certo la sua realizzazione oggi richiede maggiore sensibilità nel comprendere le trasformazioni dei soggetti sociali, dei “nuovi ceti popolari” e del “lavoro autonomo di seconda generazione”. Non si tratta di aggiungere nuove pedine al posto di quelle vecchie sulla stessa scacchiera. Occorre molto di più, “una rete limpida e stabile di alleanze tra i diversi diritti e le diverse aree sociali ad essi legate.”

A partire da queste considerazioni contenute nel libro abbiamo chiesto a Cassano e agli altri relatori, Maria Luisa Boccia, Mario Dogliani, Pasquale Serra, di sviluppare le loro riflessioni in questo seminario del Crs.
La discussione consentirà di approfondire il tema e soprattutto di chiarire alcune questioni controverse. A mo’ di esempio se ne possono già individuare alcune.

lunedì 26 gennaio 2015

Un Presidente di garanzia costituzionale



Il mio intervento di oggi alla riunione del gruppo dei senatori PD a proposito dell'elezione del Presidente della Repubblica.
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Sul Presidente della Repubblica sono possibili due strade: un politico o un tecnico. È meglio decidere subito piuttosto che cambiare percorso bruscamente in seguito a inciampi successivi. 

Ci sono buone ragioni per scegliere una strada o l'altra. Io preferisco la seconda, ma posso accettare anche la prima. In questo caso però consiglierei di seguire una procedura più sicura per costruire un ampio consenso. Si potrebbe organizzare una vera consultazione, consentendo a ciascun parlamentare del Pd di esprimere la propria preferenza col voto segreto. Si formerebbe così una rosa di nomi dalla quale il segretario si prenderebbe la responsabilità di scegliere il candidato da proporre agli altri partiti. C'è un precedente storico: Aldo Moro fece votare a scrutinio segreto i suoi parlamentari e ottenne la candidatura di Antonio Segni, il quale poi fu eletto al Quirinale. Certo, non fu un buon Presidente, ma la procedura decisionale era molto innovativa per quei tempi; si è dimenticato che i democristiani inventarono le primarie per il Quirinale.

Se invece si scegliesse un tecnico, dovrebbe essere il segretario a fare una proposta, senza ricorrere alla consultazione interna. Il tecnico non deve essere un economista – abbiamo già concesso troppo alle tecnocrazie – bensì un costituzionalista o perlomeno uno studioso dello Stato. Il Paese dispone in questo campo di tante personalità prestigiose.



Sarebbe la migliore soluzione per voltare pagina. È giunto il tempo di raffreddare l'interventismo politico del Quirinale. Lo si poteva ritenere necessario negli anni passati, quando la politica ha dato segni di disorientamento e perfino di abdicazione. Si possono avere opinioni diverse sulle modalità della supplenza svolta dai Presidenti nell'ultimo trentennio, ma certo non si può dire che essa non abbia avuto un fondamento nella crisi dei partiti. Ora però la politica ha ritrovato la sua forza e rivendica piena autonomia di scelta. È quindi necessario un contrappeso di natura prettamente istituzionale.

Molte ragioni consigliano di accentuare la funzione di garanzia costituzionale del Quirinale. Potrebbe vigilare che le tante riforme in discussione si muovano nell'alveo dei fondamentali principi costituzionali. Potrebbe contrastare la tendenza sempre più accentuata alla deroga e all'elusione delle regole. Potrebbe indirizzare il Parlamento verso una legislazione più ordinata, più semplice e più comprensibile per i cittadini.
Abbiamo tanto bisogno di un Presidente che si prenda cura delle buone leggi.